martedì 11 maggio 2010

Giacomo Sacchero, librettista catanese






Un apprezzabile libro

Giacomo Sacchero, non più ignoto librettista catanese

Il saggio di Giovani Pasqualino ha il merito di far scoprire al grande pubblico l’opera di un
catanese illustre – Suoi libretti per Donizetti e Pacini-

Per una di quelle congiunture favorevoli le quali, a volte, illuminano senza soluzione di continuità i momenti anche buj della storia delle comunità civiche, negli ultimi anni Catania si ritrova circondata, come altezzosa dama settecentesca, di validi studiosi, non molti ma di costante ingegno, i quali con dignità la onorano, sceverandone i patrii giojelli. Un di costoro è il musicologo Giovanni Pasqualino, noto a molti nel consesso culturale per le numerose pubblicazioni di saggistica ispirate a pagine poco conosciute della poetica musicale del gran Cigno etnèo, e di musici coevi. Stavolta il nostro studioso, fra l’altro meritevole di lode poiché con garbo sa trattare i suoi numerosi interessi (dote dalle nostre parti poco diffusa), disvela al grande pubblico, attraverso un volume di 112 pagine edito pe’ tipi della casa editrice foggiana Bastogi, la figura misconosciuta, se non ai musicologi addetti ai lavori (come ben definisce la prefazione di Giuseppe Montemagno), di Giacomo Sacchero, "un librettista catanese alla Scala di Milano". E che costui sia in città, almeno sino ad oggi, un vero e proprio "siculo fantasma dell’Opera" (felice definizione di Pasqualino), è documentato non solo da niuna traccia che dell’opera sua vi è nei volumi di civica storia (per tutti si rammenta la celebre Enciclopedia di Catania, impresa per molti aspetti fondamentale), ma anche, se si eccettua una via nel centro storico, la equivocità della figura del Sacchero, persino scisso in due persone distinte le quali non si riuniscono che nella medesima. A tale guazzabuglio, scaturito più da manchevolezza superficiale che da malafede, ha pòsto il fine il libro di Giovanni Pasqualino, definendo correttamente la storia terrena di un catanese illustre, il quale se non eccelse in ogni modo nella temperie culturale dell’Ottocento, il secol suo, è nondimeno da ricordare per aver contribuito alla unità culturale d’Italia con il contributo librettistico unito ai famosi maestri Donizetti e Pacini, ed attraverso l’azione politica esplicata in Sicilia, svolto un ruolo non secondario in anni decisivi per il perfezionamento della compagine nazionale.
Si scopre che persino la nascita di questo uomo di cultura era data per "probably" a Catania, dai dizionarii musicologici di lingua inglese recentemente editi: mentre il nostro autore disvela l’atto di battesimo, che vede Giacomo Sacchero nascere nella etnèa città il 14 gennaio del 1813, "l’anno di nascita di Verdi e Wagner", si precisa, con un certo auspicio per i desiderii del personaggio. Emigra infatti a Venezia e poi a Milano ventenne circa, per far parte di quel mondo letterario, egli figlio di proprietari terrieri, che evidentemente lo aveva affascinato anche mercé le lezioni che nella città nativa, pedagoghi intrisi di liberali studii, magari nascosti sotto berciate tonache (come accadrà per il concittadino e più celebre Vate Mario Rapisardi), avévangli ammannito. Altro merito di Giovanni Pasqualino è di aver unito le ipotetiche fantasime del Sacchero librettista musicale e del Sacchero cultore di botanica, in unica figura: ritrovando, attraverso pazienti ricerche, l’elogio che di lui, morto sette anni prima, pubblicava negli Atti dell’Accademia Gioenia (di cui Sacchero fece parte) tale G.Leonardi: autentica, ed unica, miniera di precise informazioni sul nostro. La celebrità del quale si deve, dopo aver egli scritto circa una trentina di libretti d’opera per musicisti celebri e non (tra cui si può rammentare il Corrado d’Altamura su musiche di Federico Ricci, del 1841, di ambientazione siciliana), alla nota tragedia Caterina Cornaro, musicata da Gaetano Donizetti e data in prima al San Carlo di Napoli nel gennaio 1844, e l’Ebrea, dramma su musica di Giovanni Pacini, data alla meneghina Scala nel febbraio del medesimo 1844. Furono infatti il maestro bergamasco ed il lucchese, ma catanese di nascita, i celebri musicisti con i quali Giacomo Sacchero ebbe più amicizia e dimestichezza, e che massimamente valorizzarono i frutti del suo estro creativo.
E se dall’amore di Donizetti non v’era da aver paura, dall’abbraccio ‘mortale’ del catanese ‘per caso’ Giovanni Pacini (ognun sa come la sua presenza in Catania nei primi tre anni di vita, nato da genitori toscani, fu tanto fugace quanto deleteria per ciò che poscia accadde) Giacomo Sacchero, in virtù dell’arcobaleno di colori rappresentato da quell’autentico genio e nume mondiale dell’arte musicale, che fu Vincenzo Bellini, dovette certamente pagare, con i contemporanei ed i posteri, le conseguenze. E’ infatti perfettamente nota la perfidia e la corruttela del Pacini, scaturite da una invidia senza pari, verso il nostro carissimo Vincenzo Bellini: il cigno catinense già lo avverte, scrivendo al Florimo dopo il trionfo del Pirata: "il signor Pacini non si contenta di macchinare degl’intrighi costà, ma manovra ancor qui…" (2\1\1828), arrivando fino a copiare la partitura del Pirata , ed anche a peggio, come si sa.
Giacomo Sacchero, che del Pacini, come Giovanni Pasqualino documenta attraverso la pubblicazione di alcune inedite epistole, rimase amico sino alla morte, fu in certo senso ‘punito’ con un postumo oblìo dalla inflessibile anima dei catanesi, attaccatissima e gelosissima al suo Bellini come pervicacemente feroce ed implacabile contro tutti coloro che parteggiarono coi nemici suoi, Pacini in primis. Questa riflessione l’amico Pasqualino evita, e ben si comprende: mentre pone in rilievo il fatto che Giacomo Sacchero, tornato definitivamente in Catania dopo l’Unità nazionale e spenti gli ardori letterarii –egli aveva già avuto esperienze patriottiche durante l’anno e mezzo della autoproclamata indipendenza della Sicilia dal dominio borboniano nel 1848-49, ma era andato poi esule in Parigi, approfondendo gli studi di botanica verso cui, per interessi personali, era attratto-, componente della giunta comunale del Sindaco Alonzo (1863\66) nonché deputato al Parlamento nazionale (ma eletto a Castroreale: comunicazione orale dell’autore del libro), fu tra coloro che propugnarono il ritorno delle ceneri di Bellini dal cimitero parigino a Catania. Postumo riscatto di un uomo avviato a sereno tramonto!
Giacché il Sacchero, mediocre poeta (Pasqualino ha rintracciato, nei fondi bibliotecarii, suoi libretti di versi che non brillano certo per originalità), preferì alfine, confortato dall’amore per la moglie di origine milanese –era moda nel secondo Ottocento ‘trapiantare’, nella borghesia catanese, la compagna dal Continente, come allora si diceva: con esiti a volte non proprio felici…- dedicarsi ai personali interessi agricoli. Di qui le pubblicazioni di botanica, tra cui l’autore rammenta quelle sugli Eucalyptus e sugli agrumi, di cui la famiglia possedeva un fondo in contrada Acquicella, ed al cui padre –come apprendiamo, e non a lui- è stata all’epoca intitolata la via Sacchero, che conserva l’originaria porta detta del fortino, nel quartiere omonimo (e non di San Cristoforo, come Pasqualino afferma): come la via Sacchero non è "tetra viuzza", secondo l’affermazione dell’autore, ma ampia e luminosa strada, sebbene abitata da ceto prevalentemente popolare: e cosa vi è di più orgogliosamente autentico e sincero se non il volto vero del nostro popolo? Inoltre, il Sacchero (ci informa similmente l’autore), nelle vicinanze abita e muore: viene infatti annotata la dipartita il 16 settembre del 1875 nel palazzo, ancor oggi di estrema dignità, di via Garibaldi 154 (vedasi la qui acclusa istantanea): un quartiere, quello compreso fra le vie Garibaldi e Vittorio Emanuele, che sino al secondo dopoguerra vide la felice commistione di elementi della più alta nobiltà e del popolo, armonicamente conviventi còlla nascente, e feroce (si pensi ai Viceré…) borghesìa che spezzava l’idillio e guidava i tempi nuovi.
Non più un carneade qualunque Giacomo Sacchero dunque, dal lodevole lavoro di Giovani Pasqualino: ma neppure una splendida cima. Senza dubbio una cittadino che meritava il dovuto ricordo, vieppiù apprezzabile in un retroterra a volte sì distratto, ma non tanto da dimenticarsi di tutto. Sotterraneamente, visitando l’interno della terra, si risorge a nuova vita. Laddove si sappia discernere il retto cammino.

Barone di Sealand (Francesco Giordano)

pubblicato su Sicilia Sera n° 328 del 9 maggio 2010

(Nella istantanea, la casa di via Garibaldi 154 a Catania dove visse e morì Giacomo Sacchero, ed una foto del librettista, dalla copertina del libro)

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