giovedì 13 dicembre 2012

Sul libro "Voglia di Indipendenza" di Salvatore Musumeci, utilissimo compendio di orgogliosa sicilianità



 Sul libro "Voglia di Indipendenza" di Salvatore Musumeci, utilissimo compendio di orgogliosa sicilianità

E' recentemente stato pubblicato, a cura dell'Editore Armenio in quel di Brolo, ridente centro tirrenico del messinese, il volume "Voglia di Indipendenza: storia contemporanea della Sicilia tra Separatismo e Autonimia" (euro 15). Autore è Salvatore Musumeci, il quale alla professione di insegnante negli istituti superiori e docente universitario, affianca l'impegno notevole di studioso nonchè di artista musicale, e anche la presenza nella politica (egli è il leader del rinnovato Movimento Indipendentista Siciliano, partito mai soppresso che con un gruppo di amici ha rinvigorito e vitalizzato nei primi anni del XX secolo).
Un libro di 330 pagine, la cui mole ponderosa è inversamente proporzionale alla facilità di lettura ed all'entusiasmo dell'Autore: come ben ha scritto nella nota introduttiva Raffaele Lombardo, già Presidente della Regione Siciliana, "un valido sussidio per docenti e studenti e per quanti hanno voglia di conoscere per riconoscersi", poichè "l'essere cittadini del mondo non significa rinunciare alla propria identità ma promuovere e coniugare positivamente le diversità". E' proprio la rinuncia, sottile, mellifua, forzata, a volte imposta con le armi e col sangue, alla identità di quella che noi preferiamo appellare la "Nazione Siciliana", l'oggetto di studio del presente libro avvincente, il quale riassume in alcuni densissimi capitoli le motivazioni, le strategie palesi e vergognose, le stragi dell'unitario stato italiano, vòlte a stringere in una morsa di sangue e a volte di odio fratricida le popolazioni di Sicilia, con un unico obiettivo: serbare al centralismo di Roma la governabilità su un'Isola riottosa e orgogliosa, indipendente per virtù naturali della sua gente, implacabile negli amori come negli odii, ma sempre discendente dalla Luce eterna.
Musumeci, non nuovo nelle sue scorribande storiografiche e giornalistiche (fummo in qualità di scrittori di storie, nella medesima scuola del periodico "Sicilia Sera", e ci onoriamo di averne l'amicizia) a codeste indagini attente e documentate, ha compiuto opera affatto meritoria, nel sintetizzare non solo gli anni post-unitarii che videro gli stati d'assedio imposti in Sicilia,  mezzi coercitivi di uno Stato il quale, se da una parte ebbe l'indubitabile merito di diffondere l'educazione pubblica con legge nazionale (ciò che il governo borboniano mai fece), dall'altro ci derubò nel bilancio economico statale (come del resto anche i Borboni avevano fatto sopprimendo l'indipendenza siciliana con il Regno delle due Sicilie nel 1816), a vantaggio delle industrie del nord e dello sviluppo dell'Italia settentrionale, costringendo letteralmente moltissimi nostri conterranei al lungo flusso delle migrazioni verso le Americhe, fra Ottocento e Novecento. Molti di quegli emigrati o figli di emigrati poi divennero famosi, e come Fratelli siciliani li ricorderemo sempre: Frank Sinatra the voice, il regista del new deal Frank Capra, Al Pacino, celebre attore.
Musumeci nondimeno esplora con dovizia di documenti, alcuni affatto inediti (come il biglietto del capo-mafia Don Calogero Vizzini che definitivamente chiarisce il suo ruolo centrale nella occupazione anglo-americana dell'Isola nell'estate del 1943), il ruolo del Movimento Indipendentista in Sicilia, che ebbe il consenso amplissimo della più gran parte del popolo, tra i giorni dell'AMGOT e le elezioni nazionali del 1946. In quel contesto magmatico per le sorti d'Europa, covarono gli avvenimenti che ebbero poi sviluppo nei decenni a seguire ed anche oggi sono importanti perchè se ne riverbera l'influenza: le decisioni della conferenza di Yalta, il ruolo della lotta armata dell'EVIS, esercito separatista guidato dalla leggendaria figura di guerriero e guerrigliero di Antonio Canepa (a lui certo si ispirò il Che Guevara, e anche Fidel Castro, nelle successive lotte per la liberazione dei popoli latino-americani), proditoriamente assassinato dal rinascente Stato nazionale, l'intreccio occulto fra il latifondismo siciliano e le organizzazioni delinquenziali (il termine "mafia" o "cosa nostra" non può dirsi ufficializzato, ed è ufficioso solo dagli anni Ottanta del XX secolo), nonchè le bande come la più celebre, quella di Salvatore "Turiddu" Giuliano, l'eroe per eccellenza di una certa idea di Libertà connessa alla purezza giovanile ed all'autodeterminazione mitica del nostro popolo.
Nel libro si indugia copiosamente verso queste figure oramai frammiste di storia ed aneddotica, cercando il bandolo non diremmo della verita (la quale, avrebbe detto il Voltaire della Storia di Jenni, è dal cielo come la legge morale), ma della comprensione. Se ciò viene raggiunto nella mente del lettore, è indubbio se codesto è nato o possiede il DNA dei Siciliani: non sappiamo se tali effetti possono essere ben intuiti all'estero, ma di questo poco cale. Risultò già all'epoca che il senso della lotta indipendentistica degli anni Quaranta, vera e propria guerra civile, fruttò in senso pattizio lo Statuto Speciale della Autonomia dell'Isola: questa carta che attende ancora i decreti attuativi, soffre della inaccettabile soppressione dell'Alta Corte, e se applicato rende, o renderà, la Sicilia a tutti gli effetti uno Stato federale che con l'Italia, pur considerata "sorella", ha eguali diritti e il minimo indispensabile di legami.  Notevole è l'orizzonte indicato dall'autore, specie ai più giovani, in ordine a quelle che è corretto definire "stragi di Stato" : dalla repressione sanguinosa della rivolta popolare di Bronte nel 1860, che macchiò d'infamia la purezza dell'ideale unitario garibaldino (attraverso il furore genocida di Bixio), ai fatti criminosi di Portella della Ginestra  (per cui ingiustamente Giuliano venne coinvolto e si autoaccusò di una vicenda avente implicazioni internazionali) alle morti collegate, la più eclatante delle quali, a nostro parere, fu quella del Procuratore di Palermo Pietro Scaglione, nel maggio 1971: un "filo della memoria" che nessuno deve o dovrebbe dimenticare.
In tale visione, ci è caro ricordare in questa sede il ruolo indispensabile che l'Autore assegna ad Andrea Finocchiaro Aprile, capo indubbiamente carismatico del MIS e fautore della indipendenza siciliana nel travagliato periodo 1943-46: e se egli ancora oggi (non possiamo dimenticare le recenti parole del Presidente della Repubblica che lo ricordano come mònito terribile di uno Stato che è sempre pronto a soffocare i conati di autodeterminazione dei popoli, i quali tuttavia fatalmente trionferanno) è visto come un uomo di illuminata Luce nel pelago dei grandi personaggi della Storia di Sicilia, gli è che negli anni gloriosi in cui guidò il Movimento, indicò a molti la via della autocoscienza in senso di Libertà, di Eguaglianza indefettibile di tutti i popoli, e di Fraternità universale di essi, nel seno dell'Unità umana ma nella diversità di stirpi e tradizioni, propriamente riferendosi alla storia siciliana, di cui egli indulgeva a rammentare la secolare indipendenza e la capacità dei Sovrani siciliani, dai normanni in poi, nel piegare all'interesse dell'Isola e Papi e altri Monarchi. La affiliazione massonica di Finocchiaro Aprile (che fu Sovrano Gran Commendatore 33° del Rito Scozzese A.A., anche Gran Maestro di un gruppo autonomo che propugnò l'emancipazione della donna, per poi confluire nel GOI: morirà nel 1964) fu un suo grande merito (in questo punto dissentiamo affettuosamente da Musumeci, che vede invece con spirito fortemente critico la visione della Massoneria nell'insieme del suo studio) e concorse alla emancipazione etica e intellettuale di molti esponenti giovani e adulti del mondo indipendentista (che erano parimenti frammassoni, come Rindone e altri lo sarebbero stati in seguito), nonchè servì anche se per breve tratto, la causa indipendentista perseguita dal MIS (la quale, se pur condivisa personalmente dal Fratello massone Churchill premier britannico, e dai FF. massoni Roosevelt e Truman, non potè avere seguito per causa, come spiegato nel libro, della dottrina Stalin e delle sfere d'influenza allora adottate). 
Tra le fonti citate con attenzione dall'autore, ci piace ricordare l'avvocato MIchele Papa, scomparso or è un decennio, che da giovane militò nell'Esercito Indipendentista e di cui scrisse la storia in un volume di ricordi: dalla passione di personaggi indubbiamente pittoreschi ma gagliardi come lui, molti di noi che gli fùmmo amici appresero ad  amare e lottare per la terra gloriosa di Sicilia.
Il volume si conclude con la ristampa del testo dello Statuto, che ogni siciliano dovrebbe conoscere per innamorarsene e chiederne l'applicazione, nonchè col "testamento spirituale" di Finocchiaro Aprile: "quello che noi creammo allora sarà destinato a fruttificare", disse l'illustre galantuomo, nel 1963. E' l'auspicio di ogni siciliano i cui destini sono indissolubilmente legati alla unica, ammaliante insularità della terra del Sole.
F.Gio

Nessun commento:

Posta un commento