venerdì 21 maggio 2010

L'Archivio Storico Comunale digitalizza i Riveli di Catania


L'Archivio Storico Comunale di Catania ha di recente digitalizzato i Riveli, importantissimi per conoscere la nostra storia passata, già microfilmati dopo il funesto incendio del 1944. Per gentile concessione della Direttrice dott.ssa Marcella Minissale, coadiuvata dai solerti collaboratori, di seguito pubblichiamo la nota esplicativa. L'immagine documenta una pagina del memoriale del 1584.


L’Archivio Storico Comunale digitalizza i riveli di Catania


Nel dicembre del ’44, il rogo del Palazzo Municipale, appiccato durante un tumulto popolare, cagionò la perdita della preziosa e cospicua documentazione cittadina prodotta a partire dal secolo XV. Il professore Guido Libertini, allora presidente della Deputazione di Storia Patria, recatosi sui luoghi nel Gennaio del 1945, osservò che: alcuni pavimenti erano precipitati e, in altre stanze, i volumi rovesciatisi con i palchetti giacevano per terra allineati ma carbonizzati o ridotti dalle sopravvenute piogge a una poltiglia fangosa.
Dieci anni dopo, per ricercare ed acquisire - presso archivi, biblioteche e antiquari - documenti e pubblicazioni concernenti la storia amministrativa di Catania, già custoditi nel vulnerato archivio, il sindaco Luigi La Ferlita, insediò una Commissione per la ricostituzione dell’Archivio Storico Comunaler in cui si avvicendarono, sino al 1974, eminenti studiosi, quali Matteo Gaudioso, Carmelina Naselli, Vito Librando, Giuseppe Giarrizzo. Presso l’Archivio di Stato di Palermo, si diede avvio alla selezione e microfilmatura di documenti riguardanti Catania, tratti dai registri della Real Cancelleria di Sicilia, competente, fin dall’epoca normanna, in materia di apposizione del sigillo, registrazione e tassazione degli atti, attiva fino al 1819.
Nella seduta del 15.02.1962, su proposta del Prof. Giuseppe Giarrizzo, il Consesso deliberò, inoltre, la microfilmatura dei Riveli di Catania consistenti nelle dichiarazioni sulle ricchezze delle famiglie e delle città, affidandone l’incarico al Prof. Vincenzo Caldarella, che già stava curando la selezione, regestazione e riproduzione della Real Cancelleria.
L’ufficio preposto alla periodica indizione dei Riveli, fu il Tribunale del Real Patrimonio dal 1505 al 1682, quando la competenza passò alla Deputazione del Regno di Sicilia che proseguì i censimenti sino al 1800.
L’identificazione dei contribuenti e delle loro capacità reddituali fu, all’inizio del ‘500, uno dei problemi che il Vicereame di Sicilia - dipendente dalla monarchia spagnola impegnata in guerre imperialistiche e alle prese con un endemico deficit di bilancio- si trovò ad affrontare per una più equa e veritiera ripartizione del carico tributario.
Nel 1505, le "multi quereli" - avanzate nei Parlamenti del Regno, ove si contrattavano i Donativi regi - indussero l’amministrazione centrale spagnola a una cherca, sorta di censimento de li habitacioni e facultati del regno, secondo modalità che nel corso del secolo si sarebbero perfezionate rimanendo immutate per tutto l’antico regime. Risale al medesimo anno il più antico censimento siciliano, condotto sistematicamente, di cui pochissimo si conserva. In tale circostanza, si ottenne la pubblica lettura e correzione dei relativi risultati custoditi dal Mastro Notario di ciascuna Università.
Dovevano rivelare tanto le città, riguardo alla specie e valore dei beni mobili e immobili posseduti ed all’ammontare dei debiti e dei crediti che i capifamiglia tenuti, inoltre, a dichiarare nome, età, e relazione di parentela di persona convivente in ciascun fuoco (gruppo familiare).
Tale procedura fu minutamente prescritta dalle Istruzioni per la numerazione di anime e beni, date a Messina il 9 Aprile del 1548 (sesta indizione) dal vicerè Giovanni De Vega per conto della Cesarea et Cattolica Maestà dell’imperatore Carlo V, affinché: si numerassiro li fochi et discrivissero li facultà di tutti li cità et terri del preditto Regno per poterse reformare la taxia di li colletti et donativi regii ordinarij e straordinarij, a talchè ogni cità, terra et loco habbi di pagari la ratha che debitamenti si competixe su la sua facultà et di sgravarsi o quelli che per tal censo si trovassiro gravati.
L’incarico di provvedere a tale descrizione, per le varie località dell’Isola, spettava a ventidue personi di qualità integri e virtuosi, ciascuno coadiuvato da una persona religiosa e da uno scrivano. Costoro dovevano investigari et sapere lo numero di li fochi et la qualità et quantità della facultà de la università come di particolari, dove li tenino et in che consistino senza exceptione di persona alcuna conforme a quillo che per nostre istrutioni vi è ordinato, usando forma et espediente tale che se ni sappia la verità, di sorte che nixuno in tutto oy in parte li possa occultare maliziosamente nè celeratamente.
Agli incaricati doveva essere prestato ogni aiuto dalle autorità locali: comandamo a tutti et singuli illustri spettabili et magnifici marchesi, conti, baruni, gubernaturi, capitanei d’armi, capitanei ordinarij, iurati et qualsivoglia altri personi et officiali di li ditti cità et terri , magiuri et minuri, presenti … che vi digiano prestare ogne honore, ajuto, favore et obediencia et darvi loro brachio et exequiri vostri comandamenti tanti volti quanti è del modo per voi sarrà ordinato, et provedendovi gratis di posata (soggiorno) commoda et conveniente…."
Ogni capofamiglia doveva compilare sotto giuramento un memoriale con l’indicazione di tucti soi beni debiti et crediti cum la summa di quello che veramente valissiru e di quello che duvissiro dari et richipiri.
Ciascun Rivelo, dovendo riportare il nome l’età e la provenienza del capofamiglia, nonché quelli della moglie, dei figli e di conviventi consanguinei, affini e non consanguinei (quali servitori ed altri) rappresenta una preziosa fonte di ricerca per la storia demografica, economica e sociale dei comuni siciliani, e per la genealogia di molte celebri casate integrando o sostituendo altre informazioni contenute in raccolte documentarie lacunose, non più esistenti per calamità (terremoti, incendi), o comunque non consultabili.
Di recente l’Archivio Storico Comunale, consapevole della importanza dei microfilm posseduti, ha utilizzato i contributi regionali concessi dalla L. R n°66/1975 e già impiegati, per l’acquisto di attrezzature, per la rilegatura e il restauro di registri e antiche edizioni, per riversare su formato digitale i fotogrammi concernenti la serie Riveli di Catania per il periodo compreso tra il 1548 al 1753, non più visionabili per l’obsoleto formato dei microfilm e la vetustà del lettore stampatore.
Si è, inoltre, elaborato uno specifico software per l’indicizzazione e la ricerca dei fotogrammi, tramite vari criteri, quali l’anno, la tipologia, il numero di bobina originale e l’ufficio emanante: è, anche, possibile ingrandire, stampare o salvare il fotogramma od i fotogrammi che interessano lo studioso.
Gli archivi, per sopravvivere quale scrigno della memoria, devono guardare al futuro, accogliendo le variegate opportunità offerte dalle nuove tecnologie di conservazione e fruizione, pur se connesse a, talora, sofferti cambiamenti di metodo e prospettiva.
Si auspica, quindi, che, in un prossimo futuro, possa essere portata a compimento la meritoria opera, a suo tempo intrapresa dalla Commissione per ricucire lo strappo sofferto dalla memoria civica, completando la ricerca e selezione degli atti della Real Cancelleria riguardanti la città di Catania fino al 1819 nonché, il riversamento dei microfilm della stessa Cancelleria e dei Riveli posseduti dall’archivio.

lunedì 17 maggio 2010

Santa Maria dell’Aiuto e Sant’Euplo di Catania: fra storia e simboli








Santa Maria dell’Aiuto e Sant’Euplo di Catania: fra storia e simboli
 
Una attenta quaestio di storia patria, formulataci dall’eminentissimo Rettore Monsignor Carmelo Smedila del Santuario di Santa Maria dell’Ajuto in Catania, di antica venerazione, è la scaturigine di codeste note, vergate ad uso e decoro della città e di tutti coloro che con cuore sincero, mòndo da interessi veniali, la amano. Pare affatto notevole, ove sino ad oggi non ci risulta sia stato ne’ dettagli indagato, illuminare i rapporti storici che intercorsero fra la venerata tela della Madonna dell’Ajuto, assai amata dal popolo "per la frequenza delli Miracoli" (afferma il cronista secentesco Privitera), ed i luoghi del martirio di Sant’Euplo (ovvero Euplio), diacono e compatrono di Catania assieme alla Vergine Sant’Agata. Questo giovane zelatore dell’Evangelo, della buona novella del Risorto, come molti sanno patì sotto Diocleziano persecuzione e martirio proprio a causa del voler manifestare apertis verbis, in tempi di fanatismo, il suo credo. Rileggiamo la cronaca dei fatti dall’insigne testo di Storia Ecclesiastica di Monsignore Antonio Godeau (tomo III, Venezia 1762, pag. 188-192): "In Catania Euplo Diacono restò sorpreso nel tempo, che leggeva il Vangelo ad alcuni Cristiani. I Soldati lo condussero dinanzi a Calvisiano. Per la strada gridava: io son Cristiano, e dïsidero di morire per lo nome di Gesù Cristo. Il Giudice lo interrogo, onde avesse avuto quel Libro, e se lo avesse portato seco dalla sua casa. Il Diácono rispose : Non ho casa come è ben noto al mio Dio, Signore Gesù Cristo. Calvisiano aperse il Libro dei Sacrosanti Ecc.mi Vangelj , e gli venne dinanzi agli occhi quel passo ; Beati sono coloro, i quali soffrono persecuzione per la giustizia , perché di essi è il Regno de' Cieli. Continuando a volgere il Libro lesse quell' altro ; E chi vuol venir dietro a me, prenda la sua croce, e mi segua. Cosi divine parole parvero molto stravaganti al Giudice accecato da Idolatría, e diede ordine, che Euplo messo fosse alla tortura. I carnefici gliela diedero asprissima ; ma nella violenza de' tormenti il Diácono null' altro disse se non: Grazie, o mio Dio, ti rendo: ed abbi pietà di me, che per amor tuo tali cose patisco. Calvisiano comandò, che si desistesse alquanto dal tormentarlo, e prese quello tempo per esortarlo a sacrificare agli Dei, al fine di liberarsi. Rispose Euplo io adesso sacrifico me stesso a Dio, ne mi rimane altro da fare ; invano ti affatichi di spaventarmi; sono Cristiano. Si fatta risposta vieppiù accrescendo la collera di Calvisiano, lo condannö egli ad esser decapitato. Gli fu appeso il Libro degli Evangelj al collo, ed incontrö con tanto coraggio la morte, quanto ne avea dimostrato nel combattere per la sua difesa".
Il luogo dove il cristiano battezzato Euplo, il quale non essendo un sacerdote –nel senso che oggi si intende- è tanto più meritevole di lode in quanto può essere considerato, specie alla luce degli insegnamenti dottrinali del Concilio Ecumenico Vaticano II, un preclaro esempio di quei figli prediletti che nell’assemblea divina non di rado si manifestano (fra l’altro è importante rammentare che gli atti del suo processo sono pressoché gli unici a esserci giunti in versione completa nella nobile, ed ancora ufficiale oggi nella Chiesa, lingua latina), è noto, ossia il Cortile di San Pantaleone, il quale in epoca romana era l’antico Foro, la platea magna della città. Ivi si concentravano tutti gli edifizi più importanti della Catina risorta a novella vita mercé la volontà di Augusto primo Imperatore, nonché (cfr. F.Giordano, "L’anfiteatro romano di Catania", Catania 2002) costruttore del grandioso, ed unico dopo il Flavio di Roma per la sua bellezza e maestosità, anfiteatro romano il quale, dai discavi del 1906, è visibile in piazza Stesicorea. Il nostro illuminato storico Francesco Ferrara, abate e letterato e scienziato di cui è bene far grata citazione, citando il Bolano, così descrive il Foro: "la fabbrica aveva forma quadrata bislunga di 50 piedi. Mancava affatto il lato di occidente; quello a mezzogiorno mostrava ancora otto botteghe, quello ad oriente sette, quello di tramontana quattro. Oggi non restano che quelle ad oriente e tre a mezzogiorno attaccate alle prime ad angolo retto. Servono di moderne abitazioni, e formano all’intorno il cortile detto di S.Pantaleo" (in "Storia di Catania…", Catania 1829, pag.308). Nel Foro pertanto la decollazione di Euplo, speculum di quella del Battista (non casuale accostamento, come vedremo in appresso), si svolse sotto il concorso di molti catanesi, come precisa lo studioso patrio Sac. Giuseppe Consoli "La sentenza pare venisse eseguita nel centro della città, attuale cortile San Pantaleone, dove anticamente era una chiesa a lui dedicata. Il suo corpo fu custodito con venerazione a Catania nel 975, poi non se ne ebbe notizia alcuna. Dopo qualche tempo si seppe che si trovava a Trivico (provincia di Avellino, Diocesi di Lacedonia), dove è sommamente venerato da quella popolazione. Si crede che sia stato involato dall'isola assieme ai corpi di altri martiri (S.Agata, S.Lucia, i santi catanesi, ecc.) e per vicende a noi ignote, lasciato in quella cittadina" (ne "Catania, Il Duomo", 1950, pag.88). Le vicende del trafugamento del corpo sono tuttavolta ricostruibili: a Catania gli arabi entrarono (ad opera dell’Emiro Abd el Kassem, afferma il Ferrara) nell’878, quindi cinquant’anni ed oltre dopo lo sbarco di Asad ibn Al Furat a Mazara del Vallo, nel giugno dell’827. Le consuetudini cristiane si mantennero intatte, se si eccettua il pagamento della tassa, per il secolo X ("c’è lu Gaitu, e gran pìna ‘nnì dùna: vòli arrinùnziu a la fidi Cristiana", cantava il popolo che non voleva pagar né dazio né mutar religione): ma era all’orizzonte Maniace ed i suoi epigoni, per trasportare in luoghi liberi "dagli infedeli" le reliquie dei Santi protettori, in primis Agata. Pertanto alcuni valorosi, i cui nomi ci son rimasti ignoti, evidentemente trafugarono il corpo del martire Euplo, trasferendolo in quel di Trivico, o Trevico, di dove forse uno di costoro, normanno, era originario. Era allora Vescovo e Metropolita di Catania Eutimio; che fu a Costantinopoli disputando con Fozio.
Per meglio precisare la toponomastica del luogo del martirio del Santo (cella di detenzione fu invece la grotta ancor visitabile, in piazza oggi della Borsa, ove egli fu rinchiuso: antico carcere e, con maggior certezza, necroterio civico), si tenga ben presente che esso è il cuore di quel quartiere che, sin dal IV secolo e per tutto il XVII secolo, fu la Giudecca: divisa in due grandi rioni, "judeca soprana e judeca suttana" o "di susu e di jùsu", secondo l’antico vernacolo, attraversata dal sempiterno e fondamentale (per l’approvvigionamento idrico della città) fiume Amenano (il quale infatti veniva anche appellato Judicello, o fiume de’ giudei). Il cuore della Giudecca, l’intersezione dei due quartieri, era la via Pozzo Mulino, così denominata da due pozzi pòsti al limitare della strada, l’uno ad est l’altro ad ovest (per tutta l’indagine sul luogo, cfr. F.Giordano, "La Giudecca di Catania", ne "La Fenice" n°25\26 ott.dic. 2003). La chiesa di riferimento era quella di Santa Marina (in ebraico antico la radice màr vale amaro, ma anche splendente): la nota della storia del Santuario dell’Ajuto precisa che "nel 1635 vi era una Congregazione sacerdotale che zelava il culto della Madre di Dio nella chiesa di Santa Marina sita all'epoca nell'attuale via Pozzo Mulino. Nel 1641, il 3 novembre, la Congregazione sopracitata portò solennemente nella chiesa di SS.Pietro e Paolo una preziosa tela della Vergine che per i miracoli fatti al popolo,dalla pubblica icone dove si trovava venne invocata col titolo di Madonna dell'Aiuto". Quindi proprio la chiesa di Santa Marina e la sua Congregazione fomentavano il culto della immagine sacra della Vergine Madre, esposta nella pubblica via: essendo i fautori del trasporto nel tempio attuale. Il collegamento con Sant’Euplo è palese allorché si precisa che la dietro la chiesa di S.Marina, già S.Anna dei Casalini, "era quella di S.Giovanni della judeca, dedicata poi a S.Euplo" (G.Policastro, Catania prima del 1693, Catania 1952, pag.208). Codesta dedicazione della chiesa di S.Giovanni, evidentemente il decollato, a Sant’Euplo avvenne, aggiunge sempre il preciso ed informatissimo Policastro, nel 1486, per la tradizione del capo mozzato del santo, per cui ivi fu collocata una sua testa marmorea. (ibidem, pag.213). Altra tradizione, raccolta dal Pirro, vuole che proprio nel "puteo de Ugolino" (Ugolino era l’antico proprietario della casa che inglobava il pozzo ed altri casaleni, dònde il nome della via che per corruzione fonetica assunse poi quello di "pozzo mulino") venisse gettato il capo mòzzo del diacono martire. La chiesa di San Giovanni Battista quindi, tempio ove si venerava particolarmente Sant’Euplo, rammenta il parallelismo mistico fra i due campioni della religione rivelata (pare inoltre che all’ingresso ovest del cortile San Pantaleone esistesse un quadro, oggi occupato dall’immagine di San Giuseppe col Bambinello, proprio del Precursore decollato: vox populi intende che tale piccolo altarino fu la fonte della ispirazione, pel commediografo e giornalista d’assalto, Nino Martoglio, per la celeberrima commedia "San Giovanni decollato": evidentemente in zona il fantasma di mastr’Agostino Miciacio non cèssa di manifestarsi…).
Se la chiesa di S.Giovanni alla Giudecca ebbe forse un ideale continuum –ma la toponomastica, sia pur confusa, asserisce che furono edifizi diversi- con la pur assai vicina chiesa di San Giovanni Battista, la quale serbava decorazioni templari e dell’Ordine di Malta (era in via Garibaldi all’angolo della via San Giovanni, distrutta dal bombardamento aereo dei "liberatori", nel maggio 1943) e se il luogo preciso della decollazione di Euplo ancor si cela sotto i passi di tutti coloro che transitano in que’ luoghi densi di patrie memorie, il legame con la chiesa di Santa Marina (a cui verisimilmente fecero riferimento tutti i numerosi ebrei, convertiti dopo l’editto di Granata, che rimasero abitanti del quartiere) e quindi con la venerata immagine della Madonna dell’Ajuto, appare pertanto di evidente limpidezza. Peraltro, perfezionando qui un aspetto del sopra citato nostro studio di anni or sono, abbiamo rinvenuto –e siamo in grado di disvelare, come documenta l’istantanea allegata- quella che, probabilmente, fu l’antichissima chiesa di S.Marina (secondo una indicazione del Policastro), esattamente a sud di via Pozzo mulino, caratterizzata da una finestra a lunetta la quale tradisce l’originaria destinazione; pare altresì che ivi sino agli anni Trenta del secolo XX vi fossero degli affreschi descriventi il martirio di Euplo: da lunghissimo tempo è abitazione privata, trasformata forse nel secondo Ottocento. Evidentemente era stata ricostruita dopo il terremoto del 1693, ma il centro del culto era oramai trasferito a S.Maria dell’Ajuto, già SS.Pietro e Paolo: od era forse codesta la chiesa di S.Giovanni alla giudecca, ove si venerava il capo di Euplo? In ogni caso, il passeggiere può ben accorgersi dei vetusti avanzi, anche se mistificati artatamente dalle successive destinazioni d’uso.
Sulla tela della Vergine Madre e del Divin Figlio, ci sia permessa qualche precisazione. Le fonti ne parlano dal XVII secolo, ma è evidente, da una analisi anche superficiale senza scendere ne’ meandri della storia dell’Arte moderna, che le fattezze delle due figure, lo stile ed i colori sfumati, la collocano cronologicamente attorno alla metà del secolo XVI: tempi di grande tribolazione per Catania, anni di pestilenze, carestie e sommovimenti guerreschi. La zona detta della Giudecca era già dai secoli precedenti in buona parte proprietà del gran condottiero Artale Alagona e del di lui padre Don Blasco, Gran Cancelliere del Regno di Trinacria (nei secoli XIV e XV i Re di Sicilia dimoravano in Catania, e la loro sede era il castello Ursino). Fra l’altro Artale Alagona aveva una particolare predilezione per la Madre di Dio (cfr. F.Giordano, "La Rotonda…", Catania 1997), per cui si può supporre con un certo margine di approssimazione ragionevole, che la committenza la quale vòlle la realizzazione della tela, assecondando anche la pietà popolare, sia stata della famiglia magniloquente e benemerita della città, degli ultimi Alagona, grandi di Sicilia e d’Ispagna. In ogni caso, ad una analisi mistico-esoterica del quadro, saltano all’indagatore che si avventura "oltre il velame de li versi strani", secondo l’adagio del gran Poeta, alcune considerazioni.
La Madonna "auxilium Christianorum" è evidentemente bruna: non nera come quella della Santa Casa di Loreto (altra coincidenza non casuale: il Santuario Mariano dell’Ajuto custodisce, come è noto, la riproduzione della Santa Casa Lauretana, eseguita nel XVIII secolo in modo pressoché perfetto), e però secondante il verso del Cantico: "nigra sunt sed formosa". Si sa che il culto delle Madonne nere, come assevera la storia oramai acclarata, ha le radici nell’antica devozione isiaca che i popoli d’Oriente e di Occidente tributarono, prima del Cristianesimo, alla Magna Mater: da Chartres alle Vergini nere de’ Templari, da Tindari a Chestokowa sino alla Madonna nera del villaggio bavarese di Altòtting (molto cara all’attuale Santo Padre Benedetto XVI), il patrimonio mistico e storico della Chiesa ha nel bimillennio di feconda vitalità, tramandato un culto perenne e sempiterno di poesia arcana e di intenso, indistruttibile amore. La luna a’ piedi ideali della Gran Madre, rappresenta la Chiesa, secondo la lectio di San Bernardo di Clairvaux (colui che fu tra l’altro il ‘fondatore’ dei Templari e il redattore della Regola loro), il massimo studioso di mariologìa dell’evo antico: le stelle in numero di dodici che la attorniano, simbolicamente rammentano il collegio Apostolico. E tuttavia, il numero delle punte delle stelle è otto: l’otto è numero dell’equilibrio cosmico, della rigenerazione e della purificazione risuscitatrice (le fonti battesimali medievali hanno forma ottagona: lì l’iniziato sorge a nuova aurora); l’otto è mediatore fra quadrato e cerchio, e quale mediazione più perfetta della Vergine Madre, fra il Figlio suo ed il popolo di coloro che la vòcano, con estrema semplicità e sincero afflato?
Le mani della Madre di Dio sostengono il Bambino Gesù in modo preciso: la destra tiene la spalla, la sinistra poggia sulla coscia. Significato simbolico della spalla, è la potenza: secondo Ireneo, "la potenza " di Cristo "è sulle sue spalle"; mentre Dionigi l’Areopagita aggiunge: "le spalle rappresentano il potere di fare, di agire, di operare". La coscia è invece la rappresentazione della forza; secondo la Cabala, essa è analoga per importanza alla colonna. Forza e potenza di Cristo bimbo quindi, possiamo affermare, coadiuvate gestite e mediate dalla Grande Vergine Madre, nel nostro antico quadro.
V’ha infine un riferimento a nostro parere, nascosto, che l’autore –o la committenza- suggerirono nel pìngere le stelle ad otto punte: il Salmo numero otto -secondo la antica numerazione- ad una attenta lettura, laddove narra di stelle, della luna e del resto, si adatta mirabilmente ad una precipua meditazione in senso mistico intorno alla sacra immagine: lo trascriviamo nel suo puro linguaggio latino (segue una nostra versione italiana):
Dòmine, Dòminus noster, quam admiràbile est
nomen tuum in univèrsa terra !
Quoniàm elevata est magnificèntia tua, super caelos.
Ex ore infantium et lactèntium perfecìsti làudem propter inimicos tuos,
ut dèstruas inimìcum ed ultòrem.
Quòniam vidèbo caelos tuos, opera digitòrum tuòrum:
lunam et stellas, quae tu fundàsti.
Quid est homo, quod memor es ejus ?
Aut filius hòminis, quòniam vìsitas eum ?
Minuìsti eum pàulo minus ab Angelis, glòria et honòre coronàsti eum:
Et constituisti eum super òpera mànuum tuàrum.
Omnia subjecìsti sub pèdibus ejus, oves et boves univèrsas:
Insuper et pècora campi.
Vòlucres caeli, et pisces maris, qui peràmbulant sèmitas maris.
Dòmine, Dòminus noster, quam admiràbile est
nomen tuum in univèrsa terra !
(Signore, Signore nostro, quanto è ammirabile il tuo nome nell’universa terra! Poiché la tua magnificenza si leva al di sopra de’ cieli. Dalla bocca dei bimbi e dei lattanti ti procacciasti lode, ad onta dei nemici, per distruggere il nemico e l’avversario. Poiché contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita: la luna e le stelle che vi disponesti. Che è l’uomo, che memoria di lui? O il figlio dell’uomo, perché tu lo visiti? Lo facesti di poco inferiore agli Angeli, di gloria e di onore lo incoronasti: e lo costituisti alle opere delle tue mani. Tutto facesti soggiacere ai suoi piedi, pecore e buoi tutti: e le bestie della campagna. Gli uccelli del cielo ed i pesci del mare, che nei flutti marini guizzano. Signore, nostro Signore: quanto è ammirabile il tuo nome nella terra universa!)
Inno alla Natura alma Mater, alla terra universa creatrice di concezione divina e pertanto immacolata, il Salmo (che echeggia reminiscenze egizie: confrontisi coll’inno ad Aton del faraone ‘monoteista’ Akhenaton, ovvero Amenonfi IV) parrebbe mirabile corona alle dodici stelle che fan da ideale raggiera alla Vergine: è una ogdoade che si ripete indefinitamente nella ideale concatenazione degli specchi (le otto punte per il numero di dodici fan novantasei, che è il tre ripetuto tre volte e due, ovvero la perfezione celeste che racchiude il pentalfa, l’Uomo perfetto e sempiterno, l’Adamo immortale, Gesù Alfa ed Omega), laddove si vince la Morte (nove più sei crea il quindici, che negli Arcani maggiori è il Diavolo: distruzione) con la Vita universa, nel più profondo mysterium fidei, arcana arcanorum della mistica di Colui il quale, spezzato il pane, disse: "Prendete, questo è il mio corpo" (Mc. 14, 22) ; ed anche "Un poco e non mi vedrete più e ancora un poco e mi vedrete" (Gv. 16,16).
Su l’altar maggiore del tempio della Madonna dell’Ajuto, affacciato graziosamente sulla strada Ferdinanda oggi via Garibaldi, sfolgorante delle dieci colonne barocche (anche l’incompiuta facciata della chiesa maestosa de’ Benedettini di San Nicolò la Rena ha dieci colonne: seppure moltissimi studiosi dicono -a torto poiché sovente non si ha l’umiltà di transìre lento pede ed osservare silenter- che siano otto), incastonate nella facciata di Antonino Battaglia, cèppo della famiglia di maestri costruttori della Catania post terremoto, Dio Padre adagia la mano sinistra sul mondo -la destra va verso l’alto- : il Delta trinitario è dietro il capo suo; un superbo compasso, simbolo della creazione perfetta ab origine, della Aequitas come della fraternità universale delle genti, sovrasta la terracquea sfera , nella certa consapevolezza che l’amore de’ puri, spalanca le porte del Regno a chi ha occhi per vedere, ed orecchie per sentire.
 
Francesco Giordano
 



(Nelle foto: S.Maria dell'Ajuto, la 'ritrovata' chiesa di S.Marina in via pozzo mulino, e Sant'Euplo)
 
 

martedì 11 maggio 2010

Langue moribonda la Biblioteca Civica ex benedettina di Catania






Nel menefreghismo dell’amministrazione comunale

Langue moribonda la Biblioteca civica ex benedettina

Personale assolutamente carente, nonostante la buona volontà della Direzione, è di gravissimo nocumento per i lettori – Inutili ed offensivi gli "stagisti" -
 
 
Più volte da queste colonne abbiamo riportato i piacevoli eventi culturali che si sono svolti, e continuano ad attuarsi, nei saloni augusti della vetusta biblioteca Civica allocata nell’ex monastero benedettino: ente morale dagli anni Trenta, le Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero raccolgono preziosissimo patrimonio librario e documentario dal Settecento a tutto il XX secolo fino ad oggi, costituendo una fra le istituzioni più prestigiose, nel panorama bibliotecario, in tutta Europa. Basti pensare, per dare anche solo una vaga idea del prestigio del luogo, concepito da uno di quegli uomini intelligenti e creativi che ebbe Catania in dono per la rinascita dopo l’immane tremuoto, alla solenne sala Vaccarini –nome di colui che la ideò-, conchiglia meravigliosa racchiudente il millenario sapere de’ benedettini espresso in manoscritti, erbarii e rari volumi dei secoli passati.
Tutto questo patrimonio, che era stato valorizzato, dopo la soppressione delle corporazioni religiose successiva all’Unità italiana, per l’intiero secolo ventesimo, attraverso una attività di promozione del sapere che si è concretata nella presenza viva del personale il quale è assolutamente indispensabile per il funzionamento di una biblioteca, langue da tempo, ed in particolare da almeno un anno, nella morìa più abietta. La colpa è, sarebbe semplice affermarlo, non già degli stranoti problemi finanziarii dell’amministrazione comunale attuale, ma della ignavia di essa: il Sindaco Stancanelli in primis, quale responsabile del CdA dell’Ente biblioteca, ha evidentemente sottovalutato con grave nocumento per il lettore e per lo studioso, il fatto incontrovertibile e da tutti verificabile che, dall’aprile 2009 (data del pensionamento dell’ultimo bibliotecario, che ivi lavorava da quarant’anni, persona esperta come i colleghi predecessori), la Biblioteca Civica è del tutto priva di personale addetto a prelevare i libri ed altro materiale, onde fornirlo al pubblico studioso. Sola e unica rimane la direttrice, tale dal 1998, Rita Carbonaro. Alla quale pure non si può far colpa dello stato di decadimento assoluto in cui versa l’ente da lei diretto, poiché non le compete stornare del personale quantomeno minimamente qualificato, al fine di destinarlo alle funzioni di reperimento bibliografico, che sono vitali per un simil luogo. Tanto per dare una immagine plastica, si può affermare che la biblioteca che fu di Guttadauro, dell’abate Recupero e del cardinale Dusmet, è un corpo senza braccia e senza mani, con solamente gli occhi: rivolti nondimeno al passato.
Ed è al passato che il lettore studioso –come ci è personalmente capitato di constatare- vòlge il nostalgico pensiere, ove gli occorra, richieste alcune pubblicazioni, di trovarne a stento una: quindi nella scelta di rinunziare alla propria ricerca, o recarsi in altre biblioteche si spera parimenti fornite. Sempre per l’assenza di personale: e se la Facoltà di Lettere, con una soluzione concordata còlla direttrice non molto tempo fa, invero macchinosa e pittorica (ove non si configuri un danno etico all’immagine del lavoratore tout court), sta offrendo degli studenti a modo di ‘stagisti’ (termine che rimanda ad altre e tristi situazioni… e forse nasconde ben altro…) onde svolgere funzioni di mera guardia dei locali, recentemente visitati da tipi male intenzionati, con anche piccoli ruoli collaborativi (è chiaro che costoro non hanno niuna competenza per rilevare e portare al pubblico i libri, né si può inferire un futuro ruolo per tale mansione, constatato il termine di cinquanta ore per ciascuno), e stazionanti in quelle sale a titolo assolutamente 'gratuito' (è soprattutto questo aspetto, a fronte delle migliaja di Euro che il Comune, vedasi le delibere dell’attuale Sindaco per esempio a proposito del dottor Lanza, il cui compenso mensile è di dodicimila Euro, sperpera in eccesso, a suscitare indignazione e conati di disgusto…), mentre la Facoltà di Lettere li remunera: tutta questa situazione ha del paradossale e del vergognoso. Le cui scaturigini stanno nella psicologìa del profondo della civitas catanese, in parte indolente per antica genìa, ma artatamente ‘silenziata’ dalle trame dei politicanti, come nella ignavia dei cosiddetti intellettuali, almeno di taluni, che mentre ne’ chiusi delle stanze o nei corridoj blaterano verbalmente, poi sfuggono per variegati motivi da azioni od anche solo denunce coraggiose, in nome dell’adagio antico "amicus Plato, sed magis amica veritas". E la verità è codesta: che una biblioteca, la cui ossatura vitale per coloro che ne usufruiscono, è costituita dal personale, e personale qualificato ovvero esperto quindi a conoscenza dei meandri del luogo, laddove questo personale sia mancante, è moribonda ed, a lungo andare e pur nelle migliori intenzioni di chi la dirige (che non può svolgere mansioni multiformi…), muore.
Se è questo che il Comune desidera, se è ciò nelle mire occulte di qualcuno, lo si dica senza remore. Dal 1867, da quando cioè l’Abate Dusmet fu presente alla consegna del Monastero ai funzionarii dello stato, quei luoghi sacri ne han viste di ogni genere. Anzi, è proprio in anni di languente abbandono e di vincitrice polvere, allor che Federico de Roberto, direttore Lucio Finocchiaro, era bibliotecario ivi, che si scrissero entro quelle sale Pagine de "I Viceré"; e Giuseppe Villaroel narrava della immensa aquila che rifugiatasi nelle silenziose sale… Ma dagli anni Trenta, tutto rinnovellasi a vita gorgogliante: Orazio Viola che ivi diresse sino alla morte, nel 1950, già direttore alla Universitaria, compilava schede ed ammanniva prestigio; poi vi furono gli anni di Di Benedetto ed Elvira Ursino (discendente da quel mecenate che ha dato anche il nome suo all’ente, per aver donato la più completa collezione di periodici siculi che vi sia), ed il trentennio magistrale di Maria Salmeri, esperta d’arte e donna d’ingegno (nipote del celebre pittore Alessandro Abate): sino al 1998 la gestione, con finanziamenti anche regionali per l’acquisto dei libri e di fondi (quello Granata, quello Savasta quello Vigo Fazio, quello Santonocito, ossia uno spaccato notevolissimo del nostro patrimonio artistico) di Maria Salmeri era un autentico modello di virtù bibliotecarie, in Sicilia ed in tutta l’Italia. E la Biblioteca funzionava egregiamente, in pochi minuti potevi avere sugli antichi tavoli settecenteschi il libro o la pubblicazione richiesta: magari accanto al proprio scranno notavasi l’allora Preside ed insigne storico Giuseppe Giarrizzo, lo studioso Sebastiano Catalano, la docente Giovanna Finocchiaro Chimirri, ed altri. L’attuale direttrice ha rilanciato nell’ultimo decennio la Biblioteca come luogo di multiformi attività culturali: un merito che le è ampiamente riconosciuto, del resto al passo con i tempi. Ma è assaj triste costatare che, nelle settimane in cui il governo s’accorda col colosso di Internet Google e le due massime biblioteche italiane, Firenze e Roma, decidono di mettere online un milione di antichi volumi, creando così quella biblioteca mondiale da molti sognata, la nostra Civica si avvii, se il Comune non stòrna del personale in modo definitivo (non cenniamo neppure alla possibilità di concorsi all’uopo: nel 1998 erano stati previsti quattro posti, ma il bando non si fece mai…) da altri uffici alla Biblioteca, consentendo al pubblico di usufruirne adeguatamente ed in modo civile, all’ente di continuare a vivere. Perché non saranno le mostre, le esposizioni pur bellissime ed entusiasmanti che ne potranno impedire la morte, se l’andazzo così continua. Vestite a festa un cadavere: potrà essere superbo, ma è corpo inerte, senza vita.E sopra tutto, senza anima. La quale, suggeriva in epoche felici quella grande donna che fu Matilde Serao, come nei fiori è silenziosa, fuggevole e proprio per questo, estremamente concreta e dènsa di autentica poesia.

Bar.Sea. (Francesco Giordano)

Pubblicato su Sicilia Sera n°328 del 9 maggio 2010

Giacomo Sacchero, librettista catanese






Un apprezzabile libro

Giacomo Sacchero, non più ignoto librettista catanese

Il saggio di Giovani Pasqualino ha il merito di far scoprire al grande pubblico l’opera di un
catanese illustre – Suoi libretti per Donizetti e Pacini-

Per una di quelle congiunture favorevoli le quali, a volte, illuminano senza soluzione di continuità i momenti anche buj della storia delle comunità civiche, negli ultimi anni Catania si ritrova circondata, come altezzosa dama settecentesca, di validi studiosi, non molti ma di costante ingegno, i quali con dignità la onorano, sceverandone i patrii giojelli. Un di costoro è il musicologo Giovanni Pasqualino, noto a molti nel consesso culturale per le numerose pubblicazioni di saggistica ispirate a pagine poco conosciute della poetica musicale del gran Cigno etnèo, e di musici coevi. Stavolta il nostro studioso, fra l’altro meritevole di lode poiché con garbo sa trattare i suoi numerosi interessi (dote dalle nostre parti poco diffusa), disvela al grande pubblico, attraverso un volume di 112 pagine edito pe’ tipi della casa editrice foggiana Bastogi, la figura misconosciuta, se non ai musicologi addetti ai lavori (come ben definisce la prefazione di Giuseppe Montemagno), di Giacomo Sacchero, "un librettista catanese alla Scala di Milano". E che costui sia in città, almeno sino ad oggi, un vero e proprio "siculo fantasma dell’Opera" (felice definizione di Pasqualino), è documentato non solo da niuna traccia che dell’opera sua vi è nei volumi di civica storia (per tutti si rammenta la celebre Enciclopedia di Catania, impresa per molti aspetti fondamentale), ma anche, se si eccettua una via nel centro storico, la equivocità della figura del Sacchero, persino scisso in due persone distinte le quali non si riuniscono che nella medesima. A tale guazzabuglio, scaturito più da manchevolezza superficiale che da malafede, ha pòsto il fine il libro di Giovanni Pasqualino, definendo correttamente la storia terrena di un catanese illustre, il quale se non eccelse in ogni modo nella temperie culturale dell’Ottocento, il secol suo, è nondimeno da ricordare per aver contribuito alla unità culturale d’Italia con il contributo librettistico unito ai famosi maestri Donizetti e Pacini, ed attraverso l’azione politica esplicata in Sicilia, svolto un ruolo non secondario in anni decisivi per il perfezionamento della compagine nazionale.
Si scopre che persino la nascita di questo uomo di cultura era data per "probably" a Catania, dai dizionarii musicologici di lingua inglese recentemente editi: mentre il nostro autore disvela l’atto di battesimo, che vede Giacomo Sacchero nascere nella etnèa città il 14 gennaio del 1813, "l’anno di nascita di Verdi e Wagner", si precisa, con un certo auspicio per i desiderii del personaggio. Emigra infatti a Venezia e poi a Milano ventenne circa, per far parte di quel mondo letterario, egli figlio di proprietari terrieri, che evidentemente lo aveva affascinato anche mercé le lezioni che nella città nativa, pedagoghi intrisi di liberali studii, magari nascosti sotto berciate tonache (come accadrà per il concittadino e più celebre Vate Mario Rapisardi), avévangli ammannito. Altro merito di Giovanni Pasqualino è di aver unito le ipotetiche fantasime del Sacchero librettista musicale e del Sacchero cultore di botanica, in unica figura: ritrovando, attraverso pazienti ricerche, l’elogio che di lui, morto sette anni prima, pubblicava negli Atti dell’Accademia Gioenia (di cui Sacchero fece parte) tale G.Leonardi: autentica, ed unica, miniera di precise informazioni sul nostro. La celebrità del quale si deve, dopo aver egli scritto circa una trentina di libretti d’opera per musicisti celebri e non (tra cui si può rammentare il Corrado d’Altamura su musiche di Federico Ricci, del 1841, di ambientazione siciliana), alla nota tragedia Caterina Cornaro, musicata da Gaetano Donizetti e data in prima al San Carlo di Napoli nel gennaio 1844, e l’Ebrea, dramma su musica di Giovanni Pacini, data alla meneghina Scala nel febbraio del medesimo 1844. Furono infatti il maestro bergamasco ed il lucchese, ma catanese di nascita, i celebri musicisti con i quali Giacomo Sacchero ebbe più amicizia e dimestichezza, e che massimamente valorizzarono i frutti del suo estro creativo.
E se dall’amore di Donizetti non v’era da aver paura, dall’abbraccio ‘mortale’ del catanese ‘per caso’ Giovanni Pacini (ognun sa come la sua presenza in Catania nei primi tre anni di vita, nato da genitori toscani, fu tanto fugace quanto deleteria per ciò che poscia accadde) Giacomo Sacchero, in virtù dell’arcobaleno di colori rappresentato da quell’autentico genio e nume mondiale dell’arte musicale, che fu Vincenzo Bellini, dovette certamente pagare, con i contemporanei ed i posteri, le conseguenze. E’ infatti perfettamente nota la perfidia e la corruttela del Pacini, scaturite da una invidia senza pari, verso il nostro carissimo Vincenzo Bellini: il cigno catinense già lo avverte, scrivendo al Florimo dopo il trionfo del Pirata: "il signor Pacini non si contenta di macchinare degl’intrighi costà, ma manovra ancor qui…" (2\1\1828), arrivando fino a copiare la partitura del Pirata , ed anche a peggio, come si sa.
Giacomo Sacchero, che del Pacini, come Giovanni Pasqualino documenta attraverso la pubblicazione di alcune inedite epistole, rimase amico sino alla morte, fu in certo senso ‘punito’ con un postumo oblìo dalla inflessibile anima dei catanesi, attaccatissima e gelosissima al suo Bellini come pervicacemente feroce ed implacabile contro tutti coloro che parteggiarono coi nemici suoi, Pacini in primis. Questa riflessione l’amico Pasqualino evita, e ben si comprende: mentre pone in rilievo il fatto che Giacomo Sacchero, tornato definitivamente in Catania dopo l’Unità nazionale e spenti gli ardori letterarii –egli aveva già avuto esperienze patriottiche durante l’anno e mezzo della autoproclamata indipendenza della Sicilia dal dominio borboniano nel 1848-49, ma era andato poi esule in Parigi, approfondendo gli studi di botanica verso cui, per interessi personali, era attratto-, componente della giunta comunale del Sindaco Alonzo (1863\66) nonché deputato al Parlamento nazionale (ma eletto a Castroreale: comunicazione orale dell’autore del libro), fu tra coloro che propugnarono il ritorno delle ceneri di Bellini dal cimitero parigino a Catania. Postumo riscatto di un uomo avviato a sereno tramonto!
Giacché il Sacchero, mediocre poeta (Pasqualino ha rintracciato, nei fondi bibliotecarii, suoi libretti di versi che non brillano certo per originalità), preferì alfine, confortato dall’amore per la moglie di origine milanese –era moda nel secondo Ottocento ‘trapiantare’, nella borghesia catanese, la compagna dal Continente, come allora si diceva: con esiti a volte non proprio felici…- dedicarsi ai personali interessi agricoli. Di qui le pubblicazioni di botanica, tra cui l’autore rammenta quelle sugli Eucalyptus e sugli agrumi, di cui la famiglia possedeva un fondo in contrada Acquicella, ed al cui padre –come apprendiamo, e non a lui- è stata all’epoca intitolata la via Sacchero, che conserva l’originaria porta detta del fortino, nel quartiere omonimo (e non di San Cristoforo, come Pasqualino afferma): come la via Sacchero non è "tetra viuzza", secondo l’affermazione dell’autore, ma ampia e luminosa strada, sebbene abitata da ceto prevalentemente popolare: e cosa vi è di più orgogliosamente autentico e sincero se non il volto vero del nostro popolo? Inoltre, il Sacchero (ci informa similmente l’autore), nelle vicinanze abita e muore: viene infatti annotata la dipartita il 16 settembre del 1875 nel palazzo, ancor oggi di estrema dignità, di via Garibaldi 154 (vedasi la qui acclusa istantanea): un quartiere, quello compreso fra le vie Garibaldi e Vittorio Emanuele, che sino al secondo dopoguerra vide la felice commistione di elementi della più alta nobiltà e del popolo, armonicamente conviventi còlla nascente, e feroce (si pensi ai Viceré…) borghesìa che spezzava l’idillio e guidava i tempi nuovi.
Non più un carneade qualunque Giacomo Sacchero dunque, dal lodevole lavoro di Giovani Pasqualino: ma neppure una splendida cima. Senza dubbio una cittadino che meritava il dovuto ricordo, vieppiù apprezzabile in un retroterra a volte sì distratto, ma non tanto da dimenticarsi di tutto. Sotterraneamente, visitando l’interno della terra, si risorge a nuova vita. Laddove si sappia discernere il retto cammino.

Barone di Sealand (Francesco Giordano)

pubblicato su Sicilia Sera n° 328 del 9 maggio 2010

(Nella istantanea, la casa di via Garibaldi 154 a Catania dove visse e morì Giacomo Sacchero, ed una foto del librettista, dalla copertina del libro)