giovedì 24 giugno 2010

Una lettera di Finocchiaro Aprile a Giorgio VI ed un ricordo dell’illustre padre dell’autonomia della Sicilia


Cinque anni fa, nel giugno del 2005, ideammo e, in qualità di direttore responsabile, guidammo il mensile "Lo Spettatore", editore Boemi s.r.l. Fu una esperienza breve, ma esaltante ed interessante. In quel contesto, dappoiché si discuteva con rinnovata attenzione l’argomento dell’autonomìa della Sicilia, scegliemmo di pubblicare la seguente lettera dell’illustre padre nobile del movimento indipendentista poi sfociato nello Statuto siciliano, l’Onorevole Andrea Finocchiaro Aprile, al Re d’Inghilterra Giorgio VI, le cui implicazioni sono di seguito spiegate. Ad integrazione di quanto scritto allora nella nota introduttiva (Lo Spettatore anno I numero 1, giugno 2005, pagina 4), aggiungiamo che l’anticlericalismo di cui Andrea Finocchiaro Aprile fu corifeo nel secondo dopoguerra, si inserisce nello spirito del tempo, ed oggi appare evanescente ed affatto antistorico: nulla osta di rimarcare nondimeno la sua adamantina onestà intellettuale e limpidezza d’animo e d’intenti. Un nostro caro amico, da qualche anno involatosi nell’eternità dell’Oriente ove Colui che tutto muove tutti accoglie, l’avvocato Michele Papa di Catania, narràvaci di Finocchiaro Aprile con accenti di passione. Tale il ritratto di questo gentiluomo siciliano di vecchio stampo, che egli traccia nel volume che dedicò, avendone fatto parte, all’esercito indipendentista (M.Papa, "Storia dell’Evis", Clio-Brancato 1995, pag. 95\100).: "Finocchiaro Aprile era alto, armoniosamente robusto: testa leonina, capelli neri in età avanzata, riga sul lato sinistro: un bell’uomo. Portava occhiali a pince-nez che tirava fuori alla bisogna, con eleganza, dal taschino del gilet, e vestiva di grigio scuro con naturale signorilità: credo che nel primo dopoguerra non avesse un ricco guardaroba. Aveva sulla guancia sinistra una cicatrice, che forse testimoniava un duello, una shlande bruederschaft. Non ebbi mai il coraggio di chiedere notizie su quella ferita, sebbene ne fossi tentato durante le lunghe passeggiate in via Etnea: più volte l’accompagnai in casa Guzzardi, ove era di solito ospitato. Oratore elegante e raffinato, voce gradevolissima, avvinceva il pubblico con studiate pause. I suoi discorsi erano sempre ricchi di riferimenti storici su personaggi dell’intellighenzia internazionale che frequentava, sia quale giurista famoso che come Gran Maestro ai vertici della Massoneria, che allora aveva una enorme influenza avendo "muratori" tra i regnanti e i presidenti degli Stati Uniti. Lo rividi, per l’ultima volta, a Catania quando commemorò al Municipio la titanica figura di Giordano Bruno, che con il rogo pagò l’illusione di un confronto del libero pensiero con i dogmi della Chiesa. La sua oratoria travolgente ed appassionata aveva fatto rivivere le angosce del grande umanista del Rinascimento, coinvolgendo gli ascoltatori in un lirico inno alla libertà. La sera fummo a cena con pochi amici, tra cui Nino Velis e Pippo Amato, inebriati dal suo conversare brillante: con le signore, come al solito, era molto galante, ma non invadente: manifestava, anche avanti negli anni, una gran voglia di vivere: mai lo vidi adirato e mai alzò la voce, anche nei momenti drammatici… era ingenuo come un fanciullo ed al tempo stesso furbo come una volpe di fronte ad ogni insidia. Ricchissimo di umanità, il suo coraggio era immenso e totale, la sua onestà pura come un diamante. Non aveva dimestichezza alcuna con il denaro: vorrei dire che non lo conosceva. Non ne aveva, non ne voleva e non lo portava addosso… fu, senza alcun dubbio, il vero protagonista della storia della Sicilia nel dopoguerra".
(Fr.Giord.)
 
 
 
Siamo lieti di pubblicare un documento fondamentale per la storia dell’indipendentismo siciliano: la celebre ma poco conosciuta ai più lettera che il capo indiscusso del MIS, Onorevole Andrea Finocchiaro Aprile (1878-1963), inviava al Sovrano d’Inghilterra per illustrare il progetto di autogoverno dell’isola, in un momento particolarmente felice per la sua attuazione. E’ una lettera bellissima ed illuminante, densa di grandi ideali, di immensa passione, degna di un grande uomo libero quale il Finocchiaro Aprile fu. Contiene altresì suggerimenti ed intuizioni illuminanti, che in giorni di veri o presunti conati autonomistici di inizio millennio, par necessario rammentare. Infine è nostro intendimento rendere in tal guisa omaggio a questa fulgida figura di Siciliano integerrimo, oggi misconosciuta alle masse, che fra i molti meriti ebbe quello non ultimo di rifiutare, egli ex parlamentare prefascista, la nomina a Senatore da parte del governo unitario repubblicano.

A Sua Maestà Giorgio VI Re d’Inghilterra e Imperatore delle Indie, Londra

Palermo, 22 dicembre 1943

Sire,
Nel nome del popolo di Sicilia io rivolgo alla Vostra Maestà supremo appello perché voglia prestargli l’alto e magnanimo suo ausilio onde possa raggiungere finalmente la libertà e l’indipendenza che sono state sempre la sua aspirazione più viva e per le quali stiamo ora conducendo l’ultima battaglia. Vincere questa battaglia significherà assicurare l’avvenire ad un popolo generoso che non è a nessuno secondo nella volontà di progredire sulle vie della civiltà, ma che ne fu sempre ostacolato da tutti i governi succedutisi dopo la leggendaria impresa del 1860, dimentichi del grande contributo dato dalla Sicilia al risorgimento nazionale; popolo che l’iniquo regime fascista bersagliò ed oltraggiò in tutti i modi.
Il popolo siciliano, dopo l’infelice esperimento di circa un secolo di unione con l’Italia, si è convinto che esso non ha altra salvezza che quella di governarsi da sé, con i propri uomini, con la propria economia, scuotendo il servaggio che le classi politiche ed industriali del Nord gli hanno imposto, e che permarrebbe se noi ci lasciassimo adescare da troppo interessate e tardive profferte di autonomia o di decentramento, che ci si fanno di fronte al dilagare dell’idea dell’indipendenza, ma che sarebbero senz’altro dimenticate appena noi avessimo ancora aderito all’unità italiana. Nel 1860 ci fecero le stesse promesse e non furono mantenute; oggi non siamo disposti a farci tradire ancora una volta, e quelle profferte decisamente respingiamo.
Il nostro proposito, Maestà, è quello che si addivenga alla creazione di uno stato sovrano di Sicilia a regime repubblicano costituzionale. La Sicilia fu sempre un’entità organica a sé stante, fu il primo stato sorto nel Mediterraneo e fu di esempio a tutti gli altri. L’unione con l’Italia non fu il risultato di un reale e sentito desiderio del popolo, ma il prodotto dell’attività di uomini politici i quali, guidati da nobili intenti, credettero che attraverso l’unità, la Sicilia avrebbe potuto ottenere vantaggi maggiori che restando isolata. La triste esperienza degli ultimi 84 anni ha dimostrato la vanità di quella illusione e reso il concetto dell’indipendenza insostituibile nel pensiero di tutti coloro che sono guidati dall’amore per la loro terra e non dalla speranza di un personale tornaconto, di fronte al quale non si esiterebbe a sacrificare la patria siciliana.
Né è dubbio per chi abbia serenamente studiato l’argomento, che la Sicilia possa vivere da sé, con le sue imponenti risorse agricole e minerarie, sviluppando le industrie che essa, con i suoi prodotti, potrebbe alimentare. L’attuale situazione economica è soddisfacente, quella dell’avvenire non potrà essere che di gran lunga migliore. Così la bilancia commerciale, che dava prima della guerra un notevole eccesso delle esportazioni sulle importazioni, come la bilancia dei pagamenti sempre favorevole, si avvantaggeranno sensibilmente da una economia a carattere esclusivamente siciliano, svincolata dalle pastoie della prevalenza degli interessi continentali.
L’indirizzo della costituenda repubblica siciliana, che dovrà essere guidata da uomini particolarmente degni per riconosciuto patriottismo, per prudenza di consiglio e per saggezza di decisioni, sarà quello di contemperare equamente le esigenze delle varie classi sociali in modo che non derivino al paese agitazioni e disquilibri che turbino la pace pubblica; ma è necessario, tuttavia, ed urgente che siano riguardate con particolare cura le condizioni delle classi più umili, che sono il nerbo del popolo siciliano. Contadini ed operai dovranno avere dal nuovo stato tutti i maggiori aiuti che li mettano in grado di elevarsi moralmente ed economicamente. Come sono essi che hanno alimentato potentemente il movimento per l’indipendenza siciliana e che gli hanno dato e gli danno la passione della loro anima semplice e sana, così saranno essi che dovranno avere i veri vantaggi della situazione che verrà a crearsi, e contro la quale non resteranno che le esigue schiere dei profittatori del reazionarismo unitario o degli illusi circa la possibilità di penetrazione in Sicilia delle idee comuniste, oggi profondamente estranee alla coscienza delle nostre classi lavoratrici.
Ho già avuto occasione di significare al Governo di Vostra Maestà che, creato lo stato sovrano e indipendente di Sicilia, esso dovrebbe ottenere dall’Inghilterra o da un gruppo di stati ad essa associati la garenzia della propria sicurezza nel senso che si dovrebbe accorrere in difesa della Sicilia nel caso di aggressione di altro stato. Questo concetto mi onoro di confermare a Vostra Maestà. Così pure rinnovo la dichiarazione che noi non avremmo difficoltà, anzi ne saremmo lieti, di federare lo stato siciliano con la repubblica o le repubbliche che fossero per sorgere in Italia, naturalmente conformi nei loro principi e nelle loro finalità alla repubblica democratica siciliana. Se però dalla futura conferenza della pace dovesse nascere, come è stato preannunziato, una grande confederazione europea, è ovvio che a questa la repubblica siciliana dovrebbe essere chiamata a partecipare, come vivamente desidera, non occorrendo più la creazione di una confederazione di stati italiani, tutti potendo essere membri della grande confederazione europea. E fra questi stati, grandi e piccoli, potrebbe bene trovare posto la Sardegna, dove è andato determinandosi un forte movimento separatista a causa dell’abbandono, se non anche del disprezzo, del governo e del popolo italiano verso quell’isola di eroi, anelante, come la Sicilia, a risorgere a nuova e indipendente vita.
Rivolgo altresì a Vostra Maestà la preghiera di considerare sin d’ora l’opportunità di annettere al nuovo stato siciliano territori dell’Africa settentrionale. La vicinanza di essa alla Sicilia, la grande maggioranza siciliana degli abitanti in alcune zone, le affinità etniche, la necessità di un unico governo che disciplini le esigenze similari delle popolazione che sospinga queste verso il progresso, sono ragioni che suffragano i voti della nostra isola. Ma è necessario affrettare i tempi; è necessario che, intanto, sia costituito lo stato sovrano e indipendente di Sicilia onde questo possa partecipare alla conferenza della pace, quale amico ed alleato della Gran Bretagna. Il popolo siciliano ha chiesto di essere ammesso a dire con un plebiscito che desidera la sua indipendenza e la istituzione di una repubblica democratica. Questo plebiscito, in conformità del principio dell’autodecisione dei popoli, non potrà essere negato; ma è d’uopo ch’esso, perché risponda a verità, si svolga liberamente sotto il controllo internazionale, altrimenti il Governo italiano, al quale, per nostra sventura, la Sicilia sta per essere riconsegnata, falserebbe con ogni sorta di violenze la manifestazione della volontà popolare. Su ciò, che è essenziale, io mi permetto di richiamare in particolar modo l’augusta attenzione di Vostra Maestà. Né varrà il dire che il Governo di Badoglio come la Monarchia hanno oramai in Italia una vita del tutto effimera e che non v’è a preoccuparsene, dappoiché il governo e il regime che succederanno avranno anche loro interesse a soffocare l’espressione del pensiero e del sentimento del nostro popolo. Vero è che la guerra contro la Germania non è finita e che alla vittoria bisogna volgere tutti gli sforzi comuni. Ma la Sicilia, mentre si appresta a dare il suo maggior contributo materiale e morale agli Eserciti Alleati, pronta, se richiesta, a lanciare nella lotta i suoi battaglioni, è lontana ormai dal teatro della guerra e può, senza pericoli e disturbi di sorta, essere chiamata ad esprimere la sua volontà. E’ questa l’esortazione di tutto il popolo di Sicilia.
Alla Maestà Vostra certamente è noto che, nei giorni della liberazione, le truppe britanniche furono accolte con evidenti segni di soddisfazione e di gioia. Il comitato per l’indipendenza siciliana face tutto quello che era in suo potere perché l’accoglienza fosse calorosa e solenne a conferma della tradizionale, secolare amicizia del popolo siciliano verso il popolo inglese. A questa amicizia, Sire, io mi richiamo nella fiducia che durante il felice e glorioso regno della Maestà Vostra, la Sicilia possa vedere realizzato il suo grande ideale dell’indipendenza.
Voglia, Maestà, gradire il mio devoto e profondo ossequio.
Andrea Finocchiaro Aprile