mercoledì 23 dicembre 2009

Sul presepe esposto dall'Associazione Artisti e Creativi a Catania, Centro Culturale Concordia


Se la materia dònde son composte le feste natalizie, si concreta come cristalli di ròcca, in appariscenti lustrini e tradizionali addobbi, le vesti della superba invenzione francescana del Presepe, hanno particolare valenza, come un pìcco sporgente dal tranquillo mare. Eppure anche in questo costruire, si può essere dirompenti nel silenzio assordante dell'immagine: è ciò che Graziana Scalisi, Giorgio Russello ed Ezio Scandurra han fatto, nella loro originale esposizione interpretativa del presepe, allestita in questi giorni al Centro Culturale Concordia -in via Plaja 43 a Catania- in occasione della mostra di presepi di varia provenienza, patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune. E' l'esordio ufficiale, come ha dichiarato la scrittrice Vera Ambra che del sodalizio è animatrice, della Associazione Artisti e Creativi. Apparentemente manierata la forma, assaj originale la sostanza. C'è, per chi vuol vederla, quella "cornamusa del Natal" cantata in celebri versi dal Vate italico Mario Rapisardi; v'ha nondimeno un quid rivoluzionario, nel televisore zèppo di telefonini cellulari, in forme ovoidali che ricodan feti e forse son cervelli, in marionette mute ma dall'ugola possente, appese a fili visibilissimi al muro; v'ha da narrare molto quella lumaca enorme, il cui guscio è composto da fogli di giornale (sì, proprio le nostre parole che amiamo vedere ancor stampate nero su bianco mediate da inchiostro e carta: osservate quanto valore hanno, a che fine giungono...), assisa in modo eloquente nell'angolo. Bisogna guardare oltre le forme, ed i nostri artisti lo fanno, forse in modo troppo esplicito: e però bisogna dar loro atto di tenere diritta la barra, come nocchieri indomiti, verso la mèta intravveduta oltre le erculee colonne.
Quelle marionette, cercano le nuvole: proprio il clima natalizio, che sovente indulge allo spleen poetico, può essere spesso, forse in modo massimamente plastico che la pur nobilissima e non negoziabile culla di Greccio, intravveduto leggendo artisticamente l'esposizione di Graziana Scalisi, Giorgio Russello ed Ezio Scandurra, fra i cirri dell'incipiente tramonto. Lo capì un poeta maledetto come Pasolini che, regista, suggerisce al Principe Totò De Curtis, vestito da Jago e gettato da un curioso spazzaturajo Modugno nell'immondizia: "Guarda, le nuvole... Struggente bellezza del Creato...". Così ad uno straniero che dichiarava di non amare nè la famiglia, nè la patria, nè Dio, nè la bellezza, Baudelaire (in uno degli straordinari poemetti in prosa), fa dire: "Eh! ma allora cosa ami, straordinario straniero? -Amo le nuvole... le nuvole che vanno... laggiù... laggiù... le meravigliose nuvole!"
F.Gio

martedì 15 dicembre 2009

L'altarino di Sant'Agata in via della Palma a Catania




Sino agli anni Venti del secolo XX, la processione del fercolo di Sant'Agata in Catania, oggidì conosciuta in tutto il mondo attraverso i mezzi di comunicazione, ma già in passato celebre per fasto e maestosità, percorreva via Vittorio Emanuele, sino al tempio detto di S.Agata 'alle sciare', a nord dell'odierna piazza Machiavelli, ove si eresse tal luogo di culto a memoria dell'immagine della Santa protettrice dela città, ivi trovata durante l'invasione delle lave del 1669 nel territorio civico. Nella salita -la strada che fu detta reale, ai tempi borboniani, procede in leggero declivio dal Municipio verso ovest- , il fercolo si arrestava all'angolo còlla via della Palma: il motivo è la presenza di un altarino che racchiude una immagine della 'Santuzza', poco distante dall'incrocio.
La processione, da circa settanta anni, prosegue per altre vie, ma l'altarino è ancora lì, tra il civico 48 ed il 50 di via della Palma, accanto al cortile chiamato 'di Agatina', non a caso. La storia di codesta edicola sacra è interessante e poco nota, sebbene i catanesi autentici che ivi transitano lo osservino con affetto. Bisogna innanzi tutto precisare che la via della Palma, la quale si percorre 'a pinnìnu', come si afferma in lingua sicula, ovvero in discesa da nord a sud, intersecando via Vittorio Emanuele, via Pozzo Mulino sino a via Garibaldi (ove angola col tempio di S.Maria della Palma, adesso adibito a sede teatrale), è tra le strade più antiche della topografia di Catania. Essa è già presente nella pianta del XVI secolo della città disegnata dal Braun, ove si nota una immensa palma che sovrastava le abitazioni circostanti, dònde il suo nome.
L'altarino di Sant'Agata nasce evidentemente per intenzione del vicinato, a puro scopo devozionale, nel XIX secolo (se non prima: non si dispone di testimonianza anteriore), ma rovina, come alcune abitazioni vicine, per la particolare conformazione della strada, durante il terremoto di Messina del 1908 che, sebbene in misura lieve, data la sua potenza, apportò alcuni danni anche in Catania. La spiegazione che infatti si legge nel marmo, sotto l'inferriata che protegge una immagine a stampa della Vergine catinense (di nessun valore artistico invero: mentre sconosciamo l'originale icona) è la seguente: "W S.Agata. S.Agata vergine e martire - a grata e perenne memoria - per la liberazione del terremoto - del 28 dicembre 1908 - il vicinato devoto ristorò". E' evidente, in codesta invocazione protettiva, il ricordo mai spentosi nelle generazioni di catanesi, dei sismi che negli ultimi secoli distrussero o danneggiarono gravemente la città: nel 1818, nel 1783 e, tremendo e distruttivo in assoluto, quello del 1693 che lasciò solo rovine, per cui l'urbanistica di Catania è affatto settecentesca. Dopo quell'evento spaventoso, mutàronsi persino i nomi di alcune strade: via della Palma invece, quasi come mònito di indistruttibilità, rimase appellata nel medesimo modo. Evidentemente la protezione di Sant'Agata per questa via ed i suoi abitanti è particolarmente efficace. Ancora oggi, nei giorni di febbrajo e di mezz'agosto, festività agatine, molti devoti depongono ceri votivi inanzi alla sacra effigie, che documenta un culto quasi bimillenario(se non si computa il precedente isiaco, sul cui tronco fervidissimo quello della Vergine Agata s'innestò felicemente), che unisce in appassionato amore l'intiera comunità dei catanesi, in patria e nel mondo.
FGio

(fotografie dell'Autore: l'altarino illuminato a festa, 4 febbrajo 2009)
testo rilasciato sotto cc-by-sa / GFDL

mercoledì 9 dicembre 2009

Silenzio assordante per Francesco, Patrono d'Italia


Settanta anni fa Pio XII lo proclamò protettore d’Italia


Silenzio assordante per Francesco, patrono della nostra Nazione


Persino Benedetto XVI, nel giorno della sua festa, "dimentica" di ricordarne le virtù – Il grande messaggio della povertà che l’umile frate ha lasciato, validissimo oggi e domani -



E’ illuminante la constatazione di quanto la nostra bella Patria, mentre è stata gloriosamente beneficata nel passato da reggitori che l’amarono con assoluta evidenza, vèrsa negli ultimi tempi nella condizione di carenza diremmo quasi affettiva, da cui financo i massimi esponenti non si esimono. E’ il caso di San Francesco, il Poverello di Assisi elevato da subito agli altari, di cui quest’anno si celebra il settantesimo della sua proclamazione a Patrono primario, unitamente a Caterina da Siena, d’Italia. Nel giugno del 1939 l’illustre principe e Pontefice Eugenio Pacelli, da tre mesi incoronato Pio XII, nel suo primo atto magisteriale vòlle concretamente, e di ‘motu proprio’, con la formula del ‘breve’, donare alla Nazione italiana, ai fini di intensificarne la devozione in particolare –come afferma il documento, del 18 giugno- "nelle difficoltà dei tempi che da ogni parte premono..", verso il venerato padre dell’Umiltà e della perfezione, colui che solo fu degno di essere paragonato al Cristo degli Evangeli. "Difatti S. Francesco, poverello ed umile, vera immagine di Gesù Cristo, diede insuperabili esempi di vita evangelica ai cittadini di quella sua tanto turbolenta età e ad essi anzi con la costituzione del suo triplice ordine, aprì nuove vie e diede maggiori agevolezze per la correzione dei pubblici e privati costumi e per un più retto senso dei principi della vita cattolica", scrive ivi Papa Pacelli, con meditato pensiero. Quest’anno la festa del Santo si svolse come sempre in Assisi nella basilica ove egli riposa, mentre la Camera dei Deputati celebrò, con una cerimonia nella sala ‘della lupa’, l’avvenimento: epperò la suprema autorità della Chiesa, ossia il Papa Benedetto XVI, persona vigile ad ogni sommovimento spirituale dell’ecumène da lui guidata e fine teologo, nel giorno, 4 ottobre domenica, della festa del Santo, non solo non cennò minimamente alla sua figura, e neppure al settantesimo dalla proclamazione, ma si ricordò perfino di avvenimenti che crediamo minori (come la giornata per l’abbattimento delle barriere architettoniche), mentre ignorò totalmente, caso che si crede sino ad oggi unico nella storia dei Pontefici romani, di anche solo fugacemente accennare alla figura dell’umile poverello fondatore di uno degli Ordini più prestigiosi della cattolicità (ognuno può verificare, leggendo i comunicati della sala stampa della Santa Sede, nel sito Internet).
E’ un atteggiamento quantomeno singolare, considerata la grande devozione che suoi predecessori come Giovanni XXIII, il quale era pure terziario, ma anche Giovanni Paolo II, hanno avuto per Francesco. Segnale di qualcosa che in assordante silenzio si vuole comunicare a qualcuno? Non è necessario sempre svolgere considerazioni dietrologiche, gli è che tale comportamento da parte di Joseph Ratzinger, uomo assolutamente intelligente ed attentissimo alle sfumature, merita di essere attentamente compreso e valutato. E tuttavolta, testimonia un fatto che appare, nella sua triste evidenza, ogni giorno più incontrovertibile: l’allontanamento della Chiesa che si dice fondata da Gesù stesso attraverso Pietro, dagli ideali evangelici di povertà ed umiltà, nel XIII secolo perfettamente incarnati da Francesco. "Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e trascurerà l’altro: non potete servire a Dio e a Mammona" (Mt.6,24). E’ evidente che, a parte le laudevoli eccezioni, i vertici e le varie comunità della Chiesa cattolica han fatto la loro scelta, la quale sempre più appare antievangelica; ciò addolora, ma non si può non constatarne la fondatezza, di là dalle intenzioni, dalle parole. Una simile omissione è la più eloquente testimonianza, nonché l’evidente silenzio che da tutti i pulpiti è seguito, senza bisogno di ulteriori commenti.
"Fin dalla conversione", scrive la ‘Leggenda perugina’, "Francesco con l’aiuto del Signore fondò sé stesso e la sua casa, vale a dire l’Ordine, da sapiente architetto, sopra solida roccia, cioè sopra la massima umiltà e povertà del figlio di Dio… senza nulla voler possedere sotto il cielo all’infuori della santa povertà…". Tra gli studiosi che negli ultimi anni hanno prescelto l’analisi adeguata ai tempi moderni del "più Santo fra gli Italiani, del più italiano dei Santi", come affermò Pio XII, è Leonardo Boff, già sacerdote francescano, il quale nel suo libro "Francesco d’Assisi, una alternativa umana e cristiana", scrive: "Tutti i maestri di spirito vissero e predicarono una vita di povertà come forma ascetica per liberare lo spirito dall’istinto del potere e dall’attaccamento al godimento dei beni materiali. Questa virtù non è specificatamente cristiana. Essa si impone come esigenza di ogni ascesa spirituale e di ogni autentica creatività in qualsiasi campo della dimensione ‘creativa’ dell’uomo. La povertà, come virtù, si colloca tra il disprezzo e l’amore dei beni. Si tratta del loro uso moderato e sobrio, uso questo che può variare secondo i luoghi e le culture, il cui significato tuttavia resta sempre lo stesso: la libertà dello spirito per poter realizzare le opere proprie dello spirito che sono la libertà, la generosità, la preghiera, la creazione culturale. Povertà-ascesi significa saggezza della vita. L’opposto di questa forma di povertà è la prodigalità e lo sperpero irresponsabile. Fare una scelta per la povertà, in questa accezione, significa… scegliere una vita senza lusso ed anticonsumistica contro una società della produzione per la produzione e del consumo per il consumo" (pag.95 ed.it. 1981). Rarissimamente codeste parole, dette da un uomo di Chiesa –poiché si è sacerdoti in eterno- hanno a nostro avviso il chiaro potere di squarciare il velo della ipocrisia, della menzogna, della fraudolenza che si accatasta sugli animi e sui corpi di ciascuno di noi, e massime su coloro che per investitura hanno avuto il compito di guide, di pastori, di reggitori dei popoli e di comunità. Parafrasando John Kennedy, ci si consenta di immaginare un sogno: se un pensatore raffinato, un uomo del genere di Leonardo Boff disposto ad applicare quel che abbiamo letto, fòsse investito della tiara papale, quale rinnovellamento per la comunità cattolica si potrebbe intravedere… Ma forse ciò è già accaduto, volando col pensiero a Papa Luciani (unico Papa ad aver scelto per mòtto la parola francescana ‘humiltas’), benché solo per pochi, trentatré, giorni…
"E così si adagiò ignuda sopra la nuda terra. Chiese inoltre un guanciale per il suo capo, e quelli subito portarono una pietra e la posero sotto il capo di lei": è la Povertà che incontra i figli di Francesco, i frati, nello scritto noto come "Sacrum commercium". Inutile nascondersi dietro làcere vestigia, oltre muri di fango: se il modello non scaturisce dal cuore del singolo, come fu per il Santo che chiedeva una, due, tre pietre, nudo e lacero, per la ricostruzione del Tempio di San Damiano, non avrà seguito lo sforzo riformatore, rivoluzionario quasi, che deve portare alla radicale modifica della società moderna. Sì, avrebbe effetti assoluti osservare un Pontefice, come Giovanni XXIII cominciò a fare, dormire con guanciale la pietra santa della Povertà: epperò ciascuno di noi, spogliandosi degli orpelli e del veleno del modernismo e del consumismo capitalistico, tornando a vivere secondo dimensioni sociali e comunitarie, dovrebbe non solo amare, ma dimorare lungamente su quella pietra. Sentirne il freddo gelido, percepirne la durezza. Ed alfine, constatarne l’ardente, inestinguibile fuoco.


Barone di Sealand


(pubblicato su Sicilia Sera n° 323 del 6 dicembre 2009)

martedì 10 novembre 2009

Proclama della Vittoria del Re Vittorio Emanuele III 9 novembre 1918

Presentiamo una video lettura del proclama che Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III indirizzò il 9 novembre del 1918 ai soldati ed ai marinai delle Forze Amate, al fine di celebrare degnamente la Vittoria dell'Italia nella Guerra mondiale. E' un testo poco noto, se si paragona al celeberrimo ultimo bollettino di guerra del Maresciallo Diaz: tuttavia conserva intatta la freschezza e la passione del tempo, documentando altresì il profondo amore del popolo italiano per il suo Sovrano e del Sovrano per il popolo.
Lo si propone nel duplice anniversario della fine dell'immane conflitto e nel 140° genetliaco del nostro monarca, che con cognizione di causa fu appellato 'Re Soldato', auspicando il sollecito ritorno delle sue mortali spoglie in Italia, per la degna sepoltura nel Pantheon di Roma. Lettura di Francesco Giordano; istantanea di una delle tante trincee, nell'attesa dell'attacco, testimonianza dell'eroico sacrifizio del nostri soldati per la grandezza della Patria. In sottofondo, "La leggenda del Piave", suonata dalla banda Milano, anni Quaranta.

giovedì 24 settembre 2009

“Catania nella memoria”, ovvero un libro che è atto d’amore

In occasione della giornata mondiale per la lotta all’Alzheimer, la nota malattia degenerativa del cervello di cui misteriose sono le cause e tristissime le conseguenze, anche Catania ha voluto svolgere la sua parte: così il 21 settembre al cortile Platamone, col patrocinio del Comune nonché di molte associazioni culturali unite per codesto fine, l’Associazione Malati di Alzheimer ha, con un convegno ed un finale intrattenimento canoro, voluto incontrare il numeroso e qualificato uditorio intervenuto, onde sensibilizzare e sostenere la ricerca per tale morbo. Proprio a tale scopo, l’Associazione culturale Akkuaria presieduta da Vera Ambra, ha fortemente voluto la edizione di un volume antologico, "Catania nella memoria", a sostegno della importante iniziativa. E se la serata, coincidenza forse non casuale, dell’equinozio di autunno, si concluse con le narrazioni piacevoli e armonicamente sonore dei cantastorie Carlo Barbera (che intrattenne sul ‘cuntu’ di Ulisse e Polifemo) e di Alfio Patti (il quale dipanò un pout-pourri di canzoni della tradizione siciliana, inframmezzate da poesie e aneddoti), quel che rimane, come insegnano tutte le manifestazioni di tal guisa, è appunto la parola scritta. Pertanto il volume collettaneo edito dall’Associazione Akkuaria, curato da Vera Ambra –il quale si può richiedere direttamente tramite il sito del sodalizio, o trovare nelle librerie- è testimonianza tangibile del momento in sé contingente.
Un libro variopinto, che si è voluto anche definire "viaggio alla scoperta della catanesità". Difficile, negli ultimi tempi quasi soffocati da pubblicazioni sovente inutili e che nessuno leggerà, coniugare la estrema modernità colla più pura tradizione. Difficile parimenti riscontrare un ‘sì originale connubio, ove alla intelligente raccolta attenta e coerente di storie, poesie, monumenti, luoghi , leggende e modi di dire riguardanti quella che il recentemente scomparso, e compianto, storico Santi Correnti appellò "la città semprerifiorente", si alternano dòtti studiosi, scrittori e poeti, investigatori della parola non paludati nelle mutrie accademiche ma sovente operanti su Internet (è il caso, di lieto esito, del gruppo che sul network Facebook ha contribuito con l’utilissimo dizionario delle parole in vernacolo catanese, molte ignote ai più). Quindi l’unirsi delle nuove tecnologie con gli usuali stilemi della ricerca, ha potuto far sì che l’iniziativa voluta da Vera Ambra, donna appassionata di letteratura, poeta e narratrice ella medesima, che dell’amore per la diffusione del verbo culturale in Sicilia e nell’intera Nazione nonché nel mondo, attraverso le numerose iniziative e contatti con scrittori di varie nazionalità, ha fatto il proprio obiettivo primario, quasi una scelta di vita, rimanga concretamente quale atto di amore, con caratteristiche uniche. Ideare una antologia è opera di responsabilità, che comporta delle scelte permanenti. Molto altro vi sarebbe stato da dire, da aggiungere, da integrare: tuttavia il testo si sarebbe trasformato in un ‘mattone’, magari accettabile sotto il profilo della completezza, ma inutilizzabile dal punto di vista pratico. Ed il libro, sovente lo si dimentica, è anche, forse sovra tutto, un ‘oggetto’ pratico, non solo scrigno dell’Ideale.
Sfogliando il volume, si possono infatti leggere, vergati da autori quali lo scrittore Aldo Motta, il docente universitario Antonio Di Grado (che in un delizioso ‘cameo’ ricorda la genesi culturale di via Alessi), lo studioso e giornalista Francesco Giordano (sul settecentesco palazzo Fassari Pace, mai prima studiato, di via Vittorio Emanuele), ed altri apprezzabili per intensità di stile, pagine appassionate ed interessantissime, le quali documentano la simbologia, il mito, la realtà e la leggenda vivente della vulcanica patria di Sant’Agata e di Bellini, i cui duemila e settecento anni di storia son perennemente vivi e densi di creatività artistica, nonostante le numerose distruzioni, e la ferrea volontà di risorgere come fenice dopo il furioso rogo. "Catania è una città che sento forte come una madre, tiranna, gelosa, possessiva, avara e generosa. Catania, imponente e brontolona, è ancora oggi una parola che navigava lungo la rotta di quella speranza che colma la distanza fra l’illusione… per certi versi astratta eppure concreta, mimetizzata come la lava sull’Etna: così la percepii dal primo istante che mi prese per mano e mi incatenò con i suoi colori, i suoni, i suoi odori": tale è la parola di Vera Ambra, nel filo dei ricordi tracciato nel paragrafo "Il cuore stantuffava"; così la malìa arcana che avvince coloro che dalla figlia primigenia dell’Etna, la montagna per eccellenza, vengono avvolti, siano nativi della città o adottivi, è indissolubile. E però foriera di grandi passioni e di grandi illusioni: "Sanguini \ indomita \ irrequieta \ accanto ai tuoi figli \ e poi regali \ spiragli di speranze \ come acini d’uva \ sul profumo \ del melograno \ dimentico \ della nerazzurra onda \ ai piedi del tuo Vulcano". In tali versi, sempre della Ambra, notiamo sintetizzata la silente tragedia che sovente si costruisce entro ed attorno le antiche, or settecentesche mura, della città. La quale, come argutamente scrive Cecilia Marchese ne "La dea città", è "alchemica, sintesi perfetta dei quattro elementi che compongono le cose dell’universo in tutte le tradizioni magiche ed esoteriche del Mediterraneo": importante codesta interpretazione, da rammentare in specie riguardo l’antica storia civica, ove è noto che molte scelte e comportamenti (si pensi al leggendario ‘magus’ Eliodoro, come alla favola, non scevra di concretezza, del cavallo senza testa, ivi ricordate) affondano le radici nel mondo della autentica religiosità, non già dogmatica ma intrisa di ermetismo. Nel volume non manca un paragrafo dedicato al mare (nota di R.H.Clarke), nonché ai modi di dire, a cura del linguista Salvatore Camilleri: infine, una divagazione sul calcio nel ricordo del presidente della squadra locale, Angelo Massimino, e pagine sentite di come Catania può venire interpretata dai visitatori.
Helvétius ha scritto: "On ne vit que le temps qu’on aime", ed a noi pare che tale sentimento, tale atto di amore verso una città alle volte abbattuta, spesso oscura ma dalle infinite potenzialità che solo pochi artefici, magari nel secreto dei templi, riescono ad accendere come prometeica fiaccola, debba esser di molto rinfocolato dalle duecento ed otto pagine di "Catania nella memoria". Rimembranze senza il cui vissuto è solo la morte, ovvero l’oblìo di ogni Luce. Ma per Catania, "con le sue lastre di lava scure, le sue edicole tappezzate di giornali, i suoi cinematografi, le sue pasticcerie affollate, i suoi monumentali orinatoi sfarzosamente illuminati", scriveva in "Giovannino" con malinconica nostalgia l’indimenticato Ercole Patti, che "aveva un’aria alacre ed allegramente funebre", se non può che esservi ancora un futuro non avvolto dal nero manto delle Parche, esso deve necessariamente dipanarsi fra le mani di coloro che l’amano. I quali dimorano, immortalò in un verso cesareo Mario Rapisardi, altro figlio ed innamorato delle nostre contrade, "tra l’Etna ed il mare", i "grandi amici" che vegliano, silenti ed immortali, le soglie del sacrario.

FGio

venerdì 21 agosto 2009

Sant’Agata di mezz’agosto a Catania com’era…


Com’era bella un tempo, la festa di Sant’Agata di mezz’agosto! Noi catinensi la chiamavamo così, allorché era ancora ‘nostra’. E per ‘nostra’ intendiamo affermare una visione intimistica, quasi esclusiva, dell’uscita del busto reliquiario della Patrona cristiana della città, rammentandosi non solo l’anniversario del ritorno delle reliquie, il giorno 17 agosto del 1126 ad opera dei soldati bizantini Gisliberto e Goselmo, animati del resto non già da sola virtù ma da immortale ricordo (infatti sono sepolti nella cappella detta dei Re aragonesi, a destra di quella agatina, nel Duomo della città: pensate, due umili militi che dimorano accanto a’ Sovrani d’Aragona… et in pulvis reverterunt…!), resti mortali della Vergine traslati la notte dell’otto gennaio del 1040 dallo stratigò bizantino Giorgio Maniace venuto in Sicilia a combattere i mussulmani che la possedevano, ma anche lo scaturire delle feste popolari, le quali sin da quel secolo XII ebbero inizio in modo istituzionalizzato, stratificandosi pòscia nel noto cerimoniale del secolo XVI, più volte modificato sino ad oggi.
Com’era bella, si affermava, la tradizione del ritorno sulle onde del Mediterraneo, da Costantinopoli teatro delle gèsta di Eliodòro, a Catania, delle frànte ma –si afferma- incorrotte reliquie della ‘Santuzza’, come i catinensi la appellano: siccome Iside fu dèa navigera, ed in Apulejo (Metamorfosi) ne abbiamo autorevolissima ed affidabile testimonianza (egli fu suo sacerdote), vogliamo credere alla pia leggenda non senza ingegno intessuta da’ Vescovi cristiani dell’accorrere i catinensi annottando, in camicia bianca onde ricevere, già arrivata la nave con lo scrigno reliquiario nel castello di Aci ed ivi ricevuta dal benedettino Vescovo Maurizio, a festeggiare dopo ottantasei anni, il ritorno della fanciulla quattordicenne simbolo di incorrotta virtù, da quel momento dimorante nel recentemente costruito, e turrito, edifizio della Cattedrale. E poco cale se i sacerdoti issaci ebbero appunto la bianca veste, e le donne quella verde (colore alla Divina Madre consacrato): in commistione perfetta, il popolo sempre più intuitivo dei saccenti e dei manipolatori della Verità sa, e ben conosce, chi è la Magna Mater ed a chi deve rendere il devoto omaggio.
Agata dunque, il 17 agosto alla sera, in tra fuochi d’artifizio non invasivi, sino a pochi anni fa mostràvasi mesta quasi, senza pompa, solo nelle sue vesti semplici del busto reliquiario, aggirare l’elefante su cui sovrasta l’obelisco egizio, quindi in senso antiorario ritornare alle antiche origini, non prima di aver riveduto il sacro mare, per poi quasi subito rientrare. Una timida uscita, per i pochi rimasti in città, nella calura agostana.
Ahinoi, tutto vanisce, nella mèsse del consumismo. Oggidì la piazza del Duomo appare stracolma più di allogeni che di autoctoni, i quali del resto non tutti ma in parte, come avviene nel rimanente mòndo imbarbarito dalla massificazione cosmica, dimenticarono la circostanza di raccoglimento che tale festa dona, in misura molto minore di quella, ben più solenne e maestosa, dei giorni del martirio, nel febbraio di ogni anno, che vede il fercolo girare per la città; invasione di corpi consumanti aria, quella residua che rimane dall’aspirazione impietosa degli apparecchi di refrigerazione installati in quasi tutte le case (e che nel centro storico settecentesco di una città antica costituiscono autentico segno della diminuzione di ossigeno), ove esso non venga da parte delle politiche autorità antropizzato del tutto (ovvero chiuso senza appello, non in minima parte ma completamente, al traffico automobilistico, vera fonte mefitica del calore eccessivo); un diciassette agosto dunque non più alla Vergine catinense dedicato, ma al commercio più sfrenato, al consumismo e sopra tutto, al trionfo dell’egotismo oltre la solidarietà fraterna la quale proprio dalla Luce di quella fanciulla incorrotta viene versato, in ogni caso ed in ogni tempo, nei cuori di chi sa comprendere, oltre ogni distinzione di fede come di assenza di essa, di razza, di ceto sociale.
V’ha una scritta, sul portale a sinistra osservando la Cattedrale di Catania, in sigla che quasi nessuno rammenta: con motivazioni comprensibili, per coloro che ne han dònde. E’ "NOPAQVIE", ovvero "non provarti, o tu che varchi codesta soglia, ad offendere la patria di Agata, la civitas Catinensium, perché Costei è sicuramente vendicatrice delle offese ricevute". Se si notano le vicende degli ultimi amministratori politici della città, riguardo i guai giudiziarii e di salute, jeri ed oggi, si può dire che l’invocazione terrifica non è priva di valore. Anche dèssa è di origine precristiana, se proprio si vuol sceverare nelle antiche reliquie. Come Agata la bella, la Santa pura che naviga serena sul mare e che la tradizione religiosa (dallo storico reverendo Consoli a Padre Santo), vòlle segnalare qual giorno di nascita l’otto di settembre, del 238. Natività di Myriàm, appunto. Ave, Maris Stella. Anche se travolta dal triste modernismo delle màsse che più non ti consente di apparire come un tempo e ti dòna abiti inconsueti, ciò fa parte della ruota del Destino. Tornerai a risplendere, intemerata e dolce, nella intima povertà, nella quasi solitudine, di un tempo felice, ove fiorivano gli ibischi, senza che fòssero soffocati dal tànfo dei troppi, indegni profani.

martedì 7 luglio 2009

La poesia La bicicletta di Giovanni Pascoli letta da Francesco Giordano

Presentiamo una video lettura della poesia "La bicicletta", di Giovanni Pascoli, pubblicata nella raccolta celeberrima dei "Canti di Castelvecchio" (da "Poesie di Giovanni Pascoli", Mondadori, Milano 1940 2°ed.). In ricordo dell'immortale Poeta, di una visita alla casa avita in quel di Barga, anni fa, uno dei templi italici della Poesia, nonché omaggio al velocipede simbolo di assoluta Libertà.
La voce è di Francesco Giordano ; la fotografia risale al 1903, il medesimo anno della raccolta di liriche, scattata nel giardino della casa di Castelvecchio; l'accompagnamento musicale sullo sfondo è di Niccolò Paganini, "Le streghe", variazioni sul tema del balletto "Il noce di Benevento" di F.X.Sùssmayr (l'allievo di Mozart che ne completò il Requiem), per violino e pianoforte op. 8, del 1813; il violino dell'esecuzione è un Guarneri del Gesù appartenuto al Paganini.