mercoledì 10 settembre 2014
giovedì 4 settembre 2014
Vendemmia; e un segreto sulle bucce di fichidindia...
Vendemmia; e un segreto sulle bucce di fichidindia...
Tra fine agosto e inizio settembre -anche se tradizionalmente il periodo si prolunga sino a novembre- nella nostra isola del sole, la Sicilia, è tempo di vendemmia. Una filastrocca dei nonni così recita, in pretta lingua siciliana: "A settèmbri è bellu stari ntra li vigni, ccù fruti, frutticeddi e fruti magni: sù fatti li sorbi, sù chini li pigni, nuci, nuciddi, 'nzalori e castagni". E' l'annuncio dell'autunno che avanza: ma non solo uva dona la nostra Sicilia in questo perodo, bensì le frutta lasciatici da' nostri majores nei secoli e millenni passati: in primis il bellissimo ficus indica, "a ficurìnnia", dal sapore unico e delizioso; poscia le mandorle, divinissime e dolci drupe di Dio (ma esistono anche quelle amare, come vi sono gli angeli bianchi e gli angeli neri)... le olive, forse le uniche autoctone siciliane, sin dall'epoca pre ellenica presenti nelle campagne. Ne fanno fede gli alberi secolari (millenari?) di ulivo, che ci proteggono e ci fanno innamorare della loro maestosità. ancora i frutti sono piccoli, in autunno saranno maturi. C'è, specie nel brontese (la nostra zona di riferimento) il pistacchio, "a fastùca", anche se quest'anno non è quello della produzione: le verdi fronde crescono tuttavia e proteggono dal calore della tarda mattinata.
Siamo stati a vendemmiare, come ogni anno da qualche tempo, una vendemmia precoce poichè preferiamo raccogliere, per uso casalingo, l'uva densa della freschezza adolescenziale e "bambinesca", piuttosto che già matura. L'uva nera da vino si può mangiare appena raccolta, oggi si definisce "da agricoltura biologica" quella non coltivata nè trattata da alcunchè. Le ore sono quelle dell'aurora e di Lucifero, Espero la stella del mattino: dopo il cavalcare del carro infuriato di Iperione, è d'uopo tornare alle cittadine magioni.
Qui condividiamo con l'affettuoso lettore, una delizia da pochi nota e da pochissimi forse praticata: se è appassionante raccogliere, almeno da noi, il dolce frutto dell'Opunzia tramandataci dagli Spagnoli (venne importata in Sicilia durante il Viceregno, regnando Filippo II o Carlo V, pochi lustri dopo i viaggi di Colombo nelle Americhe, dappoichè è originaria del Messico) e divenuto, con l'Agave marginata, il simbolo iconografico e folklorico della Sicilia; quasi nessuno sa che, come l'anima dell'Essere è raccolta sotto la scorza sottile, così il segreto del frutto di ficodindia è nella buccia. Sì, proprio in quella parte difficile perchè intrisa di intense, infestanti, diffondenti spine.
Avevamo saputo, e letto, che in alcune parti montane di Sicilia si prepara una certa specialità, "i scòrci di ficudinnia", fritte o dolcificate. Della marmellata si sa, del liquore pure: ma le bucce da mangiare.... Ebbene, suggeriamo un metodo sbrigativo ma altrettanto esoterico -il termine non è a caso- per gustare tale prelibatezza dell'Isola Trinachìa: si prenda un coltello affilatissimo ed a punta e si passi fra la parte esterna delle bucce -ovviamente dopo aver lavato e levato la polpa del frutto, che sarà messo in apposito contenitore- e l'interna. Se ne ricaverà una sottile pellicola, da mangiare sul momento. Non si può descrivere il sapore, laddove narriamo del ficodindia "zolferino", cioè giallo, e sempre della zona brontese da cui lo raccogliamo. Solo chi fa l'esperienza, e se è personale deve saper distinguere il frutto che è rimasto di più al sole da quello che era all'ombra al momento della raccolta, per fare la differenza al palato, può conoscerne i segreti. E' un mistero incomunicabile, che viene còlto fra l'astro del giorno e quello della notte, codeste due colonne del mondo. Al centro, il gusto pentalfico dell'Infinito, del Dio ignoto, e noto.
"Là fra picee lave
da' rosseggianti vertici, le irsute
macchie il tenace fico d'India assiepa"
(Mario Rapisardi, Sera d'agosto, dalle Poesie Religiose).
E sia lode dunque al Divino ed alla Natura onnigena, che a piene mani ci donano codesti frutti della Terra, la Grande Madre dei Mondi, che apre il cielo, sempre, con infinita bontà...
***
giovedì 31 luglio 2014
La Playa di Catania, com'era: sull'onda del tempo perduto
La Playa di Catania, com'era: sull'onda del tempo perduto
Com'era bella la Playa di Catania, celebre spiaggia di sabbia quarzifera purissima, fra i cinquanta ed i trent'anni fa! Quando la Playa era dei catanesi e di quelli della provincia, solo loro: non invasa né dal modernismo distruttore, né dalla omologazione delle mode stupide. Doverose, in estate, le digressioni marine: da noi, a Catania, ci si è sempre divisi fra i fautori della sabbia e degli scogli: è una querelle che non finirà mai. Personalmente siamo partiti con l'imprinting equanime: da bambini eravamo parallelamente presenti sia al lido, sull'arenile sabbioso catinense, che sugli scogli di Giardini Naxos, sotto il bellissimo promontorio di capo Taormina. E siamo cresciuti con quelle immagini, che rimangono impresse per sempre. Ma statisticamente, come frequenza, era la Playa che aveva il predominio: anche per questioni prettamente logistiche, abitando in città.
Abbiamo vissuto la Playa degli anni settanta e Ottanta, "plasmati" da mamma è papà che l'avevano vissuta negli anni Cinquanta e Sessanta, l'epoca aurea -se non si contano i nonni che già bazzicavano il lido Spampinato prima della guerra, e il lido Longobardo a San Giovanni li Cuti- : e ritornare ora, come ogni anno, sulla sabbia, è un viaggio nella macchina del tempo, l'eternèl retour di simbolica memoria. Non tanto il Paradiso perduto di Milton (anche quello, sì...), quanto la "recherche" proustiana. O meglio, voler ritrovare quel "colore del tempo" già delineato magistralmente dal catanese (la mamma era una Asmundo) elettivo Federico De Roberto, nell'omonimo volume di finissimi saggi. Don Federico se ne andò in una lontana estate del 1927, a luglio: una fine, un inizio. In quegli anni era temerario andare al mare: la pelle nera dal sole era appannaggio dei pescatori che, come la famiglia Malavoglia, gettavano la rete per vivere: necessità, anànke, cruda realtà. La "moda" dell'andare in spiaggia ad abbronzarsi è del XX secolo, anzi degli anni Trenta, quando si iniziava a godere il benessere, c'erano i "treni popolari" che portavano i bimbi delle colonie al mare (da noi alla Pineta, ovvero Boschetto della Playa, creato dal Regime mussoliniano, era la colonia DUX...).
E non ci ritroviamo più nella Playa di Catania del 2014, anche se siamo tornati a frequentarla, passati gli "anta". Rimane il fatto, come le indagini di quest'anno confermano (a fronte dell'inquinamento da coliformi che ammorba il litorale degli scogli da Ognina, Acitrezza, oltre Capomulini sino a Fiumefreddo e San Marco), che il litorale catanese è il più pulito ed esente da scarichi fognarii, per quanto ne possano essere invidiosi i patiti delle pietre nere: la comunicazione è di Legambiente-Goletta Verde, che non ha motivi, ci pare, di partigianeria. Però, è scomparsa la visione del mondo, provinciale forse ma del tutto intimista, casalinga, che albergava nella maggior parte dei lidi dell'arenile (mai abbiamo frequentato la spiaggia libera... snobismo familiare? Forse...), quasi del tutto. Il "quasi" è connaturato al fatto che, come nel Sudafrica attuale esistono le "homeland", le nazioni chiuse ai neri dove abitano solo gli uomini bianchi che quella nazione fondarono e resero prospera (come oggi è giusto che sia giunta ad un universo di pari diritti democratici), anche alla Playa, per la natura ultraconservatrice di una parte (forse minoritaria, però consistente) dei catanesi, sussistono stabilimenti balneari con la forma mentis degli anni Settanta e Ottanta, ovvero "uso famiglia", come era scritto nelle bilance cuciniere di un tempo. In altre parole, il classico lido dalla struttura in pittura chiara, file di cabine in legno sino al mare (non ci sono più, ed è anche giusto, quelle in muratura), frequentato da famigliole che ancora portano con sè il tavolino, sedie, rimangono tutto il giorno, ivi mangiano cibi trasportati da casa (la pasta al forno, il falsomagro e la caponata, col vino immerso nel secchio col ghiaccio comperato per strada, sono il classico...), anche se oramai nella "buvette" del lido, non ci si limita più alla tavola calda, ma giunge una vasta gamma di piatti gastronomici per tutti i palati e per tutte le tasche.
E gli ombrelloni sono uniformati, per cromatica scelta, il che è corretto... ma le sdrajo, oh, le sdrajo sono sparite, sostituite dal cosiddetto "lettino da mare" che sarà anche spazioso e comodo, ma quant'è esteticamente brutto, anti Playa, stile spiagge orribili del nord... No, il lettino no! Ed a costo di "fari u trafficu", come si dice nella nostra sicula lingua ("prima tra le lingue d'Italia, è il Siciliano", Dante dixit nel XIII secolo, rammentiamolo sempre), preferiamo trasportare la cara, vecchia ma fedelissima sedia sdrajo in legno e tela, e assiderci lì, a guardare l'orizzonte, ascoltare canzoni, pensare e sognare. Sì, proprio quella stessa sedia che si vede nelle pellicole degli anni Cinquanta e Sessanta, da "Cerasella" ai films estivi con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.. quella, intramontabile, fedele, "eterna". E passim se è un po' affossata, se nessuno l'ha più e si ha l'aria retrò (del resto, non va di moda il vintage?), se si usano gli zoccoli di legno e non quegli orripilanti còsi di plastica... La Playa non è più quella dei bei tempi, ma fin quando esisterà una vecchia sedia sdrajo old style, la bandiera della tradizione, pur offuscata e desueta ma viva, non sarà mai ammainata.
Com'era bella la Playa della nostra fanciullezza, quando prendevamo còlle mani le meduse che ci sbattevano in viso, ce ne fregavamo delle alghe e ci tuffavamo contro le garrènti onde del mare denso, anche oggi, di pescetti verdi e neri che, a volte impetuoso, tumultua a petto della meravigliosa visione dell'Etna e della città, distesa a' suoi piedi come una schiava millenaria. Ora non vediamo nessun bambino che, quando il mare è mosso, si getta a capofitto sotto le onde: "Non si può, è pericoloso", lo dicevano anche a' nostri tempi, ma con un sorriso, come per dire che non era una cosa seria. Ed ecco il punto: ora sono tutti, tutti troppo seri. Il bagnino ti fischia appena superi la boa e la corda (ma quando mai c'era la corda un tempo...), come se stessi annegando, e tutti guardano allibiti a guisa che avessi commesso un imperdonabile delitto. Che ciò sia per la sicurezza è indubbio, tuttavia è anche esagerato, verso chi è adulto e sa ciò che fa. Un tempo si giocava solo a tamburelli ed al massimo al flipper, i "vecchi" alle bocce (macchè scivoli, macchè quadro svedese). I tamburelli ci sono ancora, ma adesso i "vecchi" (non chiamateli più così, per carità) si mettono a ballare la "zumba", c'è l'istruttrice, e pure in acqua lo fanno.... "Santu Dddìu!" E' quello il momento di scappare dal lido, se si è deciso di stare tutto il giorno o se si è così temerari da andarci il sabato e la domenica (giorni off limits per il caos e l'invasione della malacreanza anche nelle suddette oasi della tradizione). Non parliamo poi della spiaggia per i cani, detta anche "dog beach": si passa per nemici degli animali, noi che li amiamo, se osa affermarsi che la commistione uomo-cane in acqua non è il nec plus ultra dell'igiene: ultimamente in un paio di lidi, c'è questo, alla Playa. E se si può capire che, notizia recentissima, anche ai disabili in sedia a rotelle sia stato permesso di accedere sino al mare, il bagno col cane è sintomatico dei tempi: a quando la spiaggia comune con cavalli e tartarughe (finchè non ci sia il famelico che le rubi per mangiarle)?
Al mare ci andavamo, e ci andiamo, alle 9, quando la marmaglia (senza offesa per nessuno, eh...) dorme ancora, quando i primi bagni sono i più belli e dolci come il bacio della canzone di Gino Paoli, "Sapore di sale"; quando si può godere, letteralmente, di settimana, della spiaggia vuota... ahinoi, solo per un'ora o due...quando le telline, ovvero i "còzzuli d'à playa", sono fredde e saporitissime da mangiare direttamente in acqua, come un rito ancestrale e propiziatorio al dìo del mare, Posidòne il magnifico...
Ma non tutto oggi è cattivo, per fortuna. Il telefonino "salva la vita", mentre a' tempi era un traffico: procurarsi il gettone alla cassa, aspettare che il telefono fosse libero, e poi parlare senza nessuna privacy: magari c'era dietro il tizio che sbuffava perchè aveva fretta di chiamare la moglie, stando al mare con l'amante... Le canzoni le puoi ascoltare con il medesimo telefonino, mentre allora c'era il 45 giri o per i più sofisticati, l'elle pì: e il mangiadischi da mare, per non dire delle audiocassette che spopolarono per un certo periodo: e tra noi, era il notissimo Brigantony, insieme con le canzonette napoletane -cantate dai catanesi!- echeggiato da tutti i gelataj di Catania, sia al mare che nei quartieri popolari: epoca delle "radio libere", come si chiamavano allora, e in TV, del Pomofiore di Gianni Creati, e del Festival della Canzone Siciliana di Pippo Baudo.
Come fai a spiegare tutte queste realtà, la magìa di quel periodo che era il riverbero di tempi ancor migliori, gli anni Cinquanta e Sessanta, alle pletore di ventenni nati in pieno "berlusconismo decadente" e che sembrano non avere pathos se non, come diceva il nostro Preside, Raffaele Urzì del Principe Umberto (morto anche lui), "per fare le pernacchie". Ma un momento... lo diceva a noi questo... e ora noi lo diciamo a' ventenni del 2014? Però nessuno più oggi fa una "pernacchia", intesa nel senso di Eduardo De Filippo, o meglio ancora del celeberrimo Pippo Pernacchia di Catania (lo abbiamo conosciuto), un personaggio che s'inventò il lavoro di spernacchiare a pagamento: oggi, con la serietà del XXI secolo, sarebbe stato arrestato per stalking! Quindi, se nessuno dei ragazzi più fischia e, all'occorrenza, spernacchia... cosa fanno? Lasciamo stare. Ricordiamo Catania democristiana, sino alla fine degli anni Ottanta: dopo le chiusura dei negozi in via Etnea, c'era il coprifuoco, tutti a casa. Era meglio allora oppure oggi, allorché già sin dalle 18 nei finesettimana c'è un vergognoso spaccio di droga in centro, pure dietro piazza Stesicoro (si passi per via Penninello, scalinata: le forze dell'ordine, poche e meritorie, fanno ciò che possono, ma devono avere ordini precisi...)? Lasciamo perdere.
E così era la Playa, serena, felice, fino a trent'anni fa. La sera tutti a casa, appena il sole iniziava a tramontare. Niente balli, niente locali, niente capanne di paglia o pizzerie notturne o pub, niente "stirillìppiti", come si usava dire allora. Al massimo una gazzosa o un selz al limone. Casa e Chiesa, nel senso letterale del termine. Ora la Playa non la riconosciamo più, con quegli orridi alberghi che sorgono laddove fu la meritoria, e bellissima, "Casa del Sole", colonia marina "elioterapica per tubercolotici" inaugurata da Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III appositamente convenuto in città, con lo yacht reale Savoja, il 20 ottobre 1934 ("Sua Maestà gradì il gesto della bimba che gli porgeva dei fiori all'ingresso dello stabilimento", riportano le cronache); quella Colonia fu nel dopoguerra gestita dal Centro Italiano Femminile, prosecutore dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia ex GIL: attività importantissima per moltissimi bimbi della provincia, che neppure sapevano cosa fosse, il mare... La dirigeva l'allora Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune catanese Filina Gemmellaro, Sindaco Luigi La Ferlita. Dopo il CIF la "casa del Sole" venne data in gestione alla Scuola Maria SS.Assunta, fondata e diretta da quel sacerdote dal polso fermo e serio che fu Padre Pignataro, rettore della chiesa di piazza caduti del mare altrimenti chiamato "u tùnniceddu da playa", il quale morì letteralmente di dolore, dopo una aspra e vana battaglia, per impedire lo scempio degli alberghi che cancellassero una istituzione che da decenni ospitava i bimbi più poveri e disagiati per le attività ricreative. Quella fu la vera "morte" della vecchia Playa (nei primi anni del XXI secolo), se si fa spazio allo schifoso denaro e si rade al suolo una struttura che anzi andava potenziata e valorizzata, proprio perché appannaggio dei poveri. Ma i poveri, si sa, sono graditi al Dio Supremo, non agli assetati dell'oro. Resiste ancora, e per fortuna, la colonia Don Bosco, mercè l'opera laudevolissima del GREST salesiano e degli animatori, che oltre alle attività in sede, trasportano i bimbi e ragazzi al mare nello spirito senza tempo della fraternità di San Filippo Neri (qui ci piace ricordare l'attività dell'Oratorio vecchio di via Teatro Greco, frequentatissimo da bimbi di tutti gli strati sociali): state buoni, se potete. E mano male che questo "muro" regge... Ma il resto, no.
Per tutto questo, continuiamo a pensare che la face distruttrice del tempo attuale sia illusoria, "Maya" come è nella filosofia indù. E quando ci sdraiamo sulla vecchia ma solida sdrajo dei bei giorni, all'ombra certo, mentre i bimbi giocano comunque coi castelli di sabbia e si tirano l'acqua addosso, amiamo pensare, come nella commemorazione di Ben alla fine del film "Oltre il giardino" (1979) con Peter Sellers che cammina sulle acque, che "la vita è uno stato mentale".
F.Gio
Nelle immagini: la sdrajo senza tempo nella Playa del 2014, e una fotografia d'antàn della Colonia estiva del CIF catanese con base alla "Casa del Sole", nel 1960 -collezione nostra- : si noti l'Etna e le ciminiere del porto, non più esistenti. Chi si riconoscesse nell'istantanea, è pregato di scrivere in calce un commento...
giovedì 5 giugno 2014
Festa e processione di Santa Maria dell'Aiuto, Catania 1 giugno 2014
Come ogni anno, si è svolta la processione del venerato quadro cinquecentesco della Madonna dell'Aiuto, che in Catania si venera nell'omonimo Santuario, ubicato a metà di via Garibaldi; quest'anno la processione si tenne la sera del primo giugno, dalle 19 alle 23. E' una festa popolare molto sentita nel quartiere, nelle cui vie del vero centro storico catanese, ove fu la città greca e quella romana, il quadro cinquecentesco della Vergine "nera" -come si sa la devozione alle immagini mariane aventi ascendenza scura è di origine orientale, e si rifà non solo alla diffusione del culto ad opera dei Cavalieri del Tempio, ma anche all'evo bizantino la cui Luce si irradiava da Santa Sofia, ove si venerava la sacra icona poi distrutta dai maomettani- s'immette, passando anche dal luogo, via Pozzo Mulino, ove era esposto nel XVI secolo al pubblico culto, adiacente la scomparsa chiesa che custodiva il capo mòzzo di Sant'Euplo, come in altra pagina di questo blog spieghiamo.
Ed è commovente constatare come, in tempi affatto a-religiosi, il culto della Grande Madre -che accoglie tutti, anche coloro che brancolano nel bujo: perchè ella è la Luce di chi crede in una qualsivoglia speranza- sia partecipato e sentito non solo da chi è avanti nell'età, ma anche da parecchi giovani. Fino a quando tali forme di devozione popolare sussisteranno, vivrà la Tradizione, vivrà l'Occidente. Per il dipoi, non sappiamo: ma la Stella del mattino con la Vergine bella, sorge ancora.
Qui il link di Youtube ove è un nostro video sulla processione di quest'anno: https://www.youtube.com/watch?v=Wh2h3-J2rig
martedì 13 maggio 2014
Catania che fu mariana: una devozione da riscoprire
Catania che fu mariana: una devozione da riscoprire
Nell'occasione della seconda edizione del volume "Catania mariana", scritto con passione e competenza da Mons. Gianni Lanzafame, si è tenuto il 12 maggio u.s. un incontro molto interessante nel salone detto 'dei Vescovi' sito in Arcivescovado, a Catania, organizzato dalla Compagnia della Mercede. Affollata la stanza ornata dai quadri dei rettori della Diocesi catinense, tènne la relazione dotta e colta il professor Antonino Blandini, già alto funzionario della Soprintendenza regionale, responsabile della casa museo Verga, soprattutto illustre studioso laico del Cristianesimo nella città etnea e delle figure eminenti del suo culto, dal Beato Cardinale Dusmet all'arcivescovo Francica Nava. Egli, nel consueto eloquio appassionante, ultimo di una grande generazione di studiosi siciliani i quali univano la passione alla acribia storiografica, ha potuto rilevare come nella città di Catania fu sempre vivo il culto "alla Theotokòs, alla Madre di Gesù, tanto da essere unito a quello primigenito di Sant'Agata: il popolo chiama Agata, in siciliano, 'a Marònna, cioè la mia donna, per antonomasia, ponendo così un legame forte tra le due figure".
Abbiamo peraltro apprezzato ciò che egli ha apertamente affermato, con tristezza ma lo studioso deve essere più amico del vero che delle piaggerie, ovvero la funzione del museo utile "alla salvezza di alcune opere, ma che ne impedisce la devozione popolare", fatto di incredibile importanza in tempi andati e oggi non ripetibile: tanto che "qui la sala è piena, ma fuori non c'è interesse per il culto mariano, e specie i giovani riderebbero di queste nostre memorie, che sarebbero invece da valorizzare". Quanta verità anche se venata di malinconia, in tali affermazioni, che nè il presente Arcivescovo metropolita Salvatore Gristina, nè l'autore del libro, osarono sottoscrivere. Ma lo studioso può: come può ricordare il culto diffusissimo che la Madonna ebbe, e ha ancora in alcune feste, l'Immacolata l'otto dicembre e la Madonna del Carmelo. Ma vi era la devozione di origine bizantina alla Madonna dell'Idria, altrimenti detta Odigitria, colei che indica la via, o anche legata all'acqua, il cui tempio nel quartiere antico corso vicino all'ex convento benedettino, giace in istato di deplorevole abbandono; vi è il culto della Madonna dell'Aiuto, una "madonna nera di strada che venne accolta nella omonima chiesa santuario che ospita anche la copia della Santa Casa di Loreto": e molti catanesi non lo sanno.
Vi fu il tempio ora scomparso di San Berillo ove era una statua della Madonna del Carmine, la cui corona di ben 14 chili d'oro, nel 1954 fu fatta fondere dal noto orefice Avolio, con i contributi essenziali delle prostitute di quel quartiere che, quattro anni dopo, sarà raso al suolo nella opera di edificazione dell'attuale corso Sicilia; vi è la pregevolissima e mistica nel suo fulgore niveo, Madonna del Gagini in San Domenico, come la antica e precedente al terremoto del 1693, statua lignea dell'Immacolata, che si venera e porta in processione dal santuario omonimo in piazza san Francesco. Quel simulacro faceva il giro dei conventi catanesi o dei luoghi ove essi storicamente erano, salendo per via Garibaldi e girando per via Plebiscito sino alla Trinità e oltre nella strada reale, via Vittorio Emanuele,: accadde l'ultima volta nel 2003, ora non più.
Il tremuoto del 1693, una catastrofe per cui Catania novella fenice divenne città settecentesca, nell'architettura essenziale: ben ha ricordato il relatore che il 14 gennaio, tre giorni dopo il flagello, la città venne consacrata alla Madonna e ogni anniversario nel tempio detto dei Minoritelli, se ne perpetua il ricordo: "posuerunt me custodiem". Come il canonico del Duomo Cilestri, che impediva ai superstiti catanesi atterriti di lasciare la città e riedificare altrove: essi rimasero perchè lui brandendo la sacra reliquia di Agata, la vergine protomartire, li incitò a ricostruire (come non fecero a Noto, Avola e altri luoghi, che fondarono i paesi in posti distanti) nella terra dei padri: di Cilestri del quale Francesco Ferrara nel XIX secolo lamentava si fosse perduta la memoria, nessuno si rammenta più. Verso la città oggi quasi trimillenaria, volsero nel 1610 le pupille del Vicerè Duca d'Ossuna, mentre naufragava nello Jonio mare: chiese di salvarsi alla Madonna, e lei lo indirizzò verso un fuoco. Sbarcato il Vicerè alla "pescheria", trovò un altare e pochi anni dopo per voto ne edificava il tempio, dedicato a S.Maria del Carmine sotto il titolo dell'Indirizzo (il quale ingloba le antiche omonime terme). Oggi quella chiesa è disadorna e vittima di furti, dimenticata; ma fino agli anni Novanta del XX secolo si svolgeva la processione dell'antica Madonna dell'Indirizzo: che era presente nel salone sontuosamente addobbata, come si precisò, del cinquecentesco, preziosissimo manto donato nel 1774 dalla baronessa Zappalà Asmundo. E se ricordiamo che fu un maggio, quello del 330, che vide la fondazione di Costantinopoli e la dedicazione di essa alla Madonna, e uno stesso maggio, il 29 dell'anno 1453, che Maometto II entrando a Santa Sofia conquistata, fece spaccare in sei parti l'antichissima e veneratissima icona mariana (e trasformava la chiesa in moschea, come è ancora oggi) di cui la Salus Populi Romani e altre sono una eco (il museo diocesano di Catania serba una venerata similare icona), ciò sarà poco corretto politicamente -adesso che accogliamo ogni dì i profughi molti dei quali sono musulmani-, ma non è meno vero nè terribile, ancora, a sentirsi. Nè soprattutto deve essere dimenticato. Come sono invece dimenticati i molti altarini, sovente mariani, di cui Catania nel suo centro storico è popolata.
Una Catania che fu mariana, dunque. Devozione da riscoprire, ma che la gioventù ignora, anche perchè chi dovrebbe non vuole, forse non può, non ha volontà, sovente non bastano pochi se non è esempio grande e contraddistinto dal non confondersi col "mondo" -si sarebbe detto un tempo-, per ripercorrere un cammino assolutamente non in contrasto con la laicità, ma di essa indispensabile sostegno. Una Luce, anzi, la più grande. Come sa chi ha intelletto d'amore, e nel mese delle rose, della Vergine madre e di Santa Rita (di cui in città da poco tempo è elevato a santuario il tempio di Sant'Agostino, dove è una bella Madonna del Parto...), depone la più bella e profumata di esse, al centro della croce, nel cuore del gran pellicano aureo.
F.Gio
(Nelle istantanee, l'antica Madonna dell'Indirizzo, col prezioso manto aristocratico)
martedì 22 aprile 2014
Riaperto il tetto della chiesa dell'ex monastero di san Nicola a Catania, una vista superba: lo si gestisca con giudizio
Riaperto il tetto della chiesa dell'ex monastero di san Nicola a Catania, una vista superba: lo si gestisca con giudizio
Dopo circa dieci anni (noi vi salimmo l'ultima volta nel 2005, in seguito è rimasto chiuso per restauri e problemi amministrativi), la direzione Cultura del Comune di Catania, Sindaco Enzo Bianco, il sabato della Pasqua 2014 ha deciso di riaprire quel luogo che ha pomposamente denominato "percorso di gronda della copertura della chiesa di San Nicolò la Rena", ovvero il tempio massimo di ciò che si diceva l'arca sacra, il possente monastero benedettino la cui grandezza, è bene ripeterlo, è seconda in Europa solo al monastero portoghese di Mafra. Quel complesso monastico eretto nel 1558, regnante Filippo II in Sicilia e in Ispagna, alla presenza del Vicerè De la Cerda Duca di Medinaceli, il quale fu sede prestigiosissima del vero potere in Sicilia per secoli e secoli, cioè quello ecclesiastico, innanzi a cui si piegavano, e a volte anche si umiliavano, gli stessi sovrani direttamente e nella persona dei Vicerè, fossero essi Absburgo o Borbone, ha resistito alla colata lavica del 1669 che lo lambì ma non distrusse, e persino al devastante tremuoto del 1693. Quel medesimo complesso che le leggi post-unitarie del 1866 avocarono allo Stato nazionale italiano, dette anche da parte cattolica 'leggi eversive', smembrandolo con la parte monasteriale dedicata a scuole e caserme, il tempio e la biblioteca benedettina, dagli anni '30 Civica e unificata alla collezione del barone Ursino Recupero, all'amministrazione comunale catanese. La chiesa custodisce, fra le altre ricchezze come la meridiana del XIX secolo e l'organo che fu di Del Piano, il Sacrario dei Caduti nelle due guerre mondiali, inaugurato dal Re Vittorio Emanuele III e affrescato da Alessandro Abate.
Sin dal dopoguerra l'accesso al tetto della chiesa fastosissima, immensa, grandiosa e dalla facciata incompiuta dei monaci benedettini cassinesi legati a quelli palermitani (ma da questa parte dell'Isola ben più opulenti e ricchi, perchè ricetto dell'altissima nobiltà cadetta di tutta la Sicilia, munifici nel gestire le risorse idriche a vantaggio proprio e del quartiere circostante, denso delle storie raccontate da De Roberto nei "Vicerè" su le ganze de' monaci e altro...) è stato libero e gratuito: ci racconta chi ha memoria e vigore di studioso, ovvero il noto appassionato di storia sacra nonchè già dirigente regionale professor Antonino Blandini, che i 133 gradini della stretta tromba delle scale che, da una piccola porticina all'interno del tempio, conducono perigliosamente sui tetti e fin sulla cupola, erano totalmente al bujo, al massimo si percorrevano con una candela: e però i monelli dell'epoca non avevano remore a scoprire i luoghi alti, da cui si gode una vista incomparabile a nord dell'Etna, a sud-est dell'intiera cittade e del mare e del porto, sino al capo di Siracusa e oltre.
Abbiamo rifatto il cammino ascoso sino alla vetta del tempio (l'accesso alla cupola, opera unica e superba di colui che ebbe il genio della perfezione e il nome di Stefano Ittar, della seconda metà del Settecento, ancor più precisa della stessa cupola di San Pietro in Roma, continua ad essere inaccessibile ma ci si dice che a breve tornerà alla pubblica fruizione), approfittando dell'apertura pasquale. Che non è sistematica purtroppo, per le note vicende comunali, ma fu occasionale, "passeggiata guidata", l'hanno definita. Si pensa a maggio di ripetere il cammino: in ogni caso, dietro prenotazione telefonica alla direzione della chiesa, retta come il Museo Belliniano dall'attenta cura del dottor Silvano Marino, che è tra i (pochi) funzionari comunali appassionato alle patrie storie, i gruppi possono accedere al tetto ed al panorama: c'è, come un decennio fa, da firmare una manleva per cui, considerate la fatica e i rischi, il Comune si sgrava delle responsabilità per eventuali malori cardiaci di coloro che salgono, e i bimbi sotto i 12 anni devono essere accompagnati dai genitori. Ciò posto, a tali condizioni, salire in uno dei luoghi più belli, e misconosciuti dagli stessi catanesi, si può e si deve.
Pare che l'Associazione che cura le visite guidate all'ex monastero benedettino, come è noto sede dagli anni '90 delle Facoltà umanistiche dell'Università etnea che ne acquisì la proprietà e lo restaurò con l'ìntervento di Giancarlo De Carlo durante la presidenza di quell'illustre storico che è Giuseppe Giarrizzo, ovvero Officine Culturali, sia interessata ad assumerne la gestione e quindi permettere l'accesso non occasionale ma organizzato. Il che crediamo sia positivo: a patto che, in tempi di difficoltà economiche per tutti, siano salvaguardati quelli che un tempo in linguaggio sindacale (ma quando i sindacati erano una cosa seria, con Di Vittorio, Giulio Pastore e Lama, non certo oggi!) erano detti i diritti acquisiti. In altre parole, come succede per un bene principalmente di proprietà dei Catanesi (e proprio perchè molti di loro non lo conoscono sarebbe il caso di fare tale deroga, se si vuole aggiungendo la cittadinanza di Palermo, al cui nucleo cassinese di San Martino delle Scale erano collegati i monaci, veri autori e proprietari, ieri come oggi, di cotale bellezza...), escludere dal pagamento di un eventuale biglietto -oggi l'ingresso gestito dal Comune è gratuito- i catanesi in quanto residenti e de facto "custodi" di questo bene dell'Umanità come il tempio di San Nicolò la Rena, che è di proprietà del Comune, come la splendida Biblioteca Civica: e aggiungere all'esenzione, come avviene già per i monumenti e luoghi gestiti dalla Regione Siciliana in virtù di apposita circolare assessoriale del 2000 nonchè della disposizione dirigenziale del 2008 che adegua alle normative nazionali, ribadita nel 2012, i rappresentanti della stampa. Sono piccoli segnali, ma se l'amministrazione comunale di Catania, come può anche essere utile, da in gestione un bene pubblico ad una associazione privata che ha già delle benemerenze, è a parer nostro obbligato a delle garanzie verso i cittadini in primis e le altre categorie a seguire. Del resto anche l'attraversamento dello stretto di Messina prevede un consistente "sconto" nel biglietto per i messinesi ed i reggini, nè potrebbe essere diversamente: considerata però la difficoltà di accesso al tetto della chiesa dell'ex monastero qui è il caso di esentare dal pagamento di un eventuale biglietto i volenterosi catanesi residenti che hanno l'ardire di salir su (le persone anziane sono per ovvie ragioni escluse), qualora si decidesse di fare gestire codesto bene a dei privati, come si ipotizza. Oppure si mantenga da parte del Comune l'ingresso gratuito ma si apportino importanti migliorie.
Infatti per quanto bellissima la vista, essendo nel vero cuore della città etnea, dell' "Etna e il mare, i miei due grandi amici", come scriveva Mario Rapisardi in un suo celebre verso, dal tetto della chiesa, necessario anzi indispensabile appare migliorare l'illuminazione delle due trombe di scale di accesso e di discesa (perchè da una scala a chiocciola gemella si discende dopo aver attraversato il tetto): gli scalini già di per sè ripidi sono molto, molto malamente illuminati da brutti e bassi faretti risalenti approssimativamente agli anni '80 (glissiamo sui fili elettrici a vista, oggi fuori norma), e il passamano a cui è indispensabile appoggiarsi per inerpicarsi, è assente in prossimità delle frequenti finestre d'aria che sono nel percorso, con il rischio, in offuscamento della vista dallo sfolgorante sole verso il tragitto di ritorno, di cadute pericolose (dalle cui responsabilità però, come dicemmo prima per il documento che si firma previa salita, il Comune è escluso). Se si adottano tali migliorie con una illuminazione molto adeguata, oggi possibile a costi bassi, e si completa il passamano nei tratti dove manca (nelle finestre areatorie della scala esso è pericolosamente assente...), sia la salita che la discesa verso il pinnacolo di quel tempio impressionante per la sua maestosità incompiuta, saranno sicure e affidabili come adesso sono in parte. E se negli anni passati si poteva passar sopra a certe carenze, adesso non si può più, nè si devono tacere.
Quanto era Abate del monastero benedettino, ricchissimo e possente, quel sant'uomo che fu Giuseppe Benedetto Dusmet, poi Beato e detto "padre dei Poveri", Arcivescovo di Catania lui panormita, da ultima autorità religiosa lasciò il complesso alle subentranti italiane, nel 1867: aveva già veduto la rossa camicia di Giuseppe Garibaldi entrarvi, nel 1862, al grido di "Roma o morte!"... ; il barbuto condottiero, salito sulla cupola di Ittar e fin sul lucernario di essa, quella cupola che il nostro poeta Domenico Tempio dice essere "na magna cubùla, na cassàta" che non ha eguali, aspettava le navi per traghettare in continente, e dal punto più alto del tempio le accolse "con lo sguardo appassionato di un amante", scrive nelle sue memorie. Il cuore del mangiapreti era appagato, proprio in cima ad un monastero di Santa Chiesa... ma Garibaldi non era ateo, questo sia chiaro: fu il "caudillo", si può dire il fondatore moderno, della Massoneria italiana, che notoriamente nella sua concezione filosofica, ha alla base un Essere Supremo. E però, il tetto della chiesa e la cupola di "Santa Nicola", come dicono i catanesi, stregò anche lui.
Sia posto a disposizione della repubblica letteraria e del popolo, codesto bene: con giudizio, e non "a còmu finìsci si cunta", per dirla nella nostra bella lingua siciliana.
Francesco Giordano
Nota: le immagini a corredo sono state scattate da noi, il 19 aprile 2014.
Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/04/catania-riaperto-il-tetto-dellex-monastero-di-san-nicola/
lunedì 24 marzo 2014
Sul Liotru, una mostra all'Art Gallery di Catania e il quadro di Maria Tripoli
Sul Liotru, una mostra all'Art Gallery di Catania e il quadro di Maria Tripoli
Siamo stati alla mostra tematica "U Liotru, la leggenda di Eliodoro", inaugurata all'Art Gallery di Catania (via Galatioto 21) il 22 marzo, la quale ha seguito il filo tutto catinense, della storia del simbolo civico a cui -per chi conosce la narrativa patria- è indissolubilmente legata la figura del maguseo ario Eliodoro, che si tramanda facea sortilegi con l'elefante lavico ubicato da millenni in piazza del Duomo, e poi martirizzato nel 778 con trionfo del Cattolicismo più esasperato, ad opera del Vescovo etneo Leone detto "il taumaturgo". L'Illuminismo del secolo XVIII per opera di un geniale ingegno, il quale forse per compensare la crudeltà del predecessore in senso catartico, fu pure sacerdote, ovvero Giovanbattista Vaccarini, creò ispirandosi alla Minerva romana, l'artistica fontana che dal 1736 ingloba il vetustissimo monumento nella cruciale platea magna, ove ad Oriente -e ad Oriente guarda l'elefante catanese con la proboscide eretta e gli occhi di un marmo agghiacciante- è il tempio sacrato di Agata, la tutta pura e protomartire.
Ci occupammo diverse volte in illo tempore (ultima su Lo Spettatore, giugno 2005 in un breve saggio), della figura di Eliodoro e dell'elefante: l'idea originale (il gallerista messinese Luigi Sciacca l'ha propugnata, Ninni Fodale sapientemente coordinò la serata), l'ambiente elegante e gli incontri inevitabili fra coloro che manucano il medesimo pan del sapere... non potevamo mancare alla esposizione degli oltre 50 artisti, tutti più o meno noti alla memoria di chi vagola nel mondo dell'Arte. Soprattutto per l'invito di una di essi, per noi assai rappresentativa, ovvero Maria Tripoli. Qui solo poche notarelle sul suo quadro.
Il quale ci fece venire in mente da subito Bachofen, che nel suo libro "Storia del matriarcato" così afferma: "Dove la religione si trae da una contemplazione della Natura, essa è necessariamente anche una verità della vita e il suo contenuto è in pari tempo storia del genere umano". Osservando i due elefanti, il femminile che delicatamente appoggia la zampa sul capo del maschile, nonchè la sirena che crea dal rosso della lava-sangue il bianco latte della neve eterna, non abbiamo poturto prescindere, nella lettura del quadro dell'artista in questione, dalla assolutizzazione di un tema di per sè locale. E' proprio l'abilità inconscia del vettore, o della medium in codesto caso, che ne fa un poliforme anelito delle essenze ancestrali che in ognuno di noi vagolano. Il Liotru, correzione in lingua siciliana del nome di Eliodoro (come l'elefante lavico, di fattura più che bimillenaria, è appellato dal popolo catanese) assurge non solo a valore talismanico universale, ma quasi si defila, per rappresentare quella femminilità inscindibile dal carattere civico, che è stata senza dubbio veruno la forza della comunità catanese e la sua grandezza nei momenti peggiori, in particolare dopo il funestissimo tremuoto del 1693. E ancor oggi solo il pennello di una donna di rarissima finezza d'animo, nata appié del vulcano, poteva coglierne le impalpabili sfumature. Che miscelano la nostra tradizione con il Ganesha dell'India, la saggezza del naturistico e pacifico animale con la Balad el fil de' mussulmani di Sicilia del X secolo (così Edrisi appella Catania nel suo Kitàb dedicato al gran Ruggero); Eliodoro il saggio, nel cui sangue ebraico fu la scintilla della bellerofontea femminilità, rivive e risorge nell'aspetto androgìneo che gli diede la tela di Maria Tripoli, onde -con gli altri quadri che formano un prisma assolutamente accattivante nella mostra di Art Gallery- non già celebrare, ma compiacersi dell'essenza, più che del contenuto, vanìto e malfermo ultimamente e però non silente. Laddove l'athanòr, come in tal contesto, riprende il volto della Natura, nel fuoco dell'eternità.
F.Gio
Nota: negli scatti, nostri, Maria Tripoli e il suo quadro
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