lunedì 3 novembre 2014

Novembre, i Morti: Mario Rapisardi






Novembre, i Morti: Mario Rapisardi 

"Ella verrà: già della sua presenza
tutta la radìosa estasi io sento,
un tramontar di tutti i sensi in una
beatissima calma, un ineffabile
dissolvimento, come allor che trepida
l'anima nell'amata anima penetra,
e in un moto, in un'ansia, in un oblìo
divino, il cielo dell'amore attinto,
soavissimamente si distempra,
e trasfondendo altrui la propria vita,
nell'immortalità sente la morte".

Dal poemetto "Nel triste Asilo", in "Poemi liriche e traduzioni di Mario Rapisardi", Palermo 1911, pag.535


*Le immagini fotografiche sono state da noi scattate al Cimitero monumentale di Catania il 2 novembre 2014

giovedì 2 ottobre 2014

La Madonna di rue du Bac a Parigi e la “medaglia miracolosa”, un pellegrinaggio originale nella “ville lumiéré”





In una delle capitali del mondo fra le più belle nel senso pieno, quella Parigi di cui Emilio Zola scrisse che "fiammeggia sotto la semenza del sole divino", v'ha un sito recondito che non è secondo a nessun altro luogo per afflusso immenso di pellegrini da ogni angolo della terra: e però, a differenza della torre Eiffel così nota e visitata dalle masse, è seminascosto. Perchè mai? Uno dei tanti misteri dell'umano che si confonde col divino.
Recandoci nella capitale della Repubblica Francese, di quella monarchia divina che osò tagliare le teste dei Re -salvo poi pentirsene amaramente e comporre nella cripta di Saint Denis un monumento funebre a Luigi XVI e Maria Antonietta e agli altri sovrani le cui ossa furono disprezzate dai sanculotti nei giorni nefasti del terrore- non possiamo che ammirare la Senna, Notre Dame celeberrima per il romanzo di Hugo, il museo del Louvre, quello d'Orsay di arte moderna; ma immettendoci nel boulevard Saint Germain, zona universitaria, troviamo una via discreta punteggiata da negozi eleganti, di stile, una via senza pretese, sinuosa ma che racchiude un miracolo: è la rue du Bac. Senza fretta si giunge, ed è un percorso da fare a piedi a mo' di purificazione qualunque sia il luogo ove si alloggia -sebbene la metropolitana parigina, efficientissima, abbia la fermata nei pressi- al numero 140, una facciata anonima. La quale nasconde la sede generalizia delle Suore della Carità di San Vincenzo de' Paoli. E che, dirà lo scettico, tanta strada per vedere la casa delle monachelle dal velo bianco? No, perchè lì accade un fenomeno costante per chi crede ed anche per chi dubita. Nel novembre 1830 in quella chiesa interna ad un lungo cortile (ed è una ampia chiesa, che chiamare cappella sembra quasi riduttivo, ha tre navate e una loggia superiore), avvenne una apparizione alla novizia Caternia Labourè: pare che una Signora vestita di bianco le abbia parlato per ore, e fatto vedere una immagine da cui chiese di coniare una medaglia, la quale dipoi venne appellata "miracolosa", perchè durante l'epidemia del colera del 1832 a Parigi (in seguito dilagò in Francia e tutta Europa: in Sicilia giungeva nel 1837 e fu concausa della rivoluzione indipendentista di quell'anno) salvò parecchie persone che la indossavano "con fede", come disse l'apparizione. "O Marie conçue sains peché, priez pour nous qui avons recours à vous", è la scritta che Suor Caterina riferì le dettò la Signora, che lei subito identificava per la Madonna. Non era ancora stato proclamato, per consenso dei fedeli più che per fondamento teologico, il dogma dell'Immacolata Concezione (lo sarà nel 1854:  Gregorio XVI e Pio IX porteranno la medaglia), ma era l'inizio del ritorno al marianesimo, in quel XIX secolo dilaniato da lotte intestine fra laici e clericali, dalla divisione, dall'odio di classe. L'apparizione diffuse armonia.
E' silenzioso il cortile profondo, ma addirittura surreale l'atmosfera nella chiesetta interna, laddove è sempre presente un nucleo di persone che pregano, e vi si trova visibile in una teca il corpo mummificato (pare incorrotto) della Suora veggente, che fu proclamata beata da Pio XI e santa da Pio XII nel 1947, quel grande Pontefice mariano che al più presto dovrebbe meritare gli onori degli altari come i suoi successori.   La "medaglia miracolosa" in quel luogo è un semplice oggetto, un messaggio, un simbolo , un ritorno dell'anima alla concezione matriarcale ed ancestrale della storia, un "rovescio della storia" o meglio ancora, ha scritto sapientemente Jean Guitton, un luogo "che attira soltanto gli sguardi che si chiudono per vedere", al contrario della Parigi che fa spalancare gli occhi per materiali bellezze? Noi non pretendiamo di saperlo. Però possiamo trasmettere e testimoniare che in quel luogo regna ciò che gli antichi egizi, precursori della religione cristica, chiamavano Maat (identificandola con una dea specifica), cioè il concetto di Verità-Giustizia.  E' una percezione indubitabile; se al più, si professa la religione cattolica, non si può che vedere nella "mamma del Cielo" (così le preghierine dei bambini dei tempi passati e presenti, che non si dimenticano, perchè i bambini sono i prediletti della Divinità, specie della mamma...) la solenne, intima, infrangibile protezione che il misero, il potente, il pusillo, l'orgoglioso e anche l'inflessibile ateo, ripongono nel Principio germinale della vita, che se è suffragato dalla scienza odierna e passata, s'arresta dinanzi ai fenomeni che non hanno spiegazione razionale.
La statua della Madonna sull'altare maggiore, a rue du Bac, è quella classica a tutti nota con le mani abbassate e aperte da cui si dipartono i raggi, cioé le grazie che ella spande sugli uomini indistintamente; ma la figurazione che Caterina Labouré volle sulla sua tomba rappresenta un altro aspetto della "Signora", mentre ha lo sguardo in alto e tiene fra le mani un piccolo globo. Nelle testimonianze coeve, l'una immagine non contraddice l'altra, si completano. Anzi la Madonna col globo è quella missionaria -se qualcuno rammenta gli anni di Pio XII e dello zelo missionario mariano del dopoguerra: "o Madonna pellegrina, vieni in questa terra devastata dalla guerra..."- e ancora più incisiva, perchè esso è il cuore di ogni essere che viene accolto fra le mani della Madre. In veloce carrellata pensavamo che tutte le religioni, dai Sumeri fino a noi, hanno serbato intatto il principio materno e anzi che esso, più che la visione patriarcale poi prevalsa, è l'aspetto più autentico, occulto, "isiaco" se si vuole (l'antica Lutezia fu la città di Iside, Par-Isis), ma quanto più reale, della exoterica immagine del maschio dominante, la cui fragilità si appalesa dinanzi alle contingenze del quotidiano nonché ai grandi dolori. Allora non bastano parole, solo la Grande Madre: e si ritorna a rue du Bac, alla medaglia che è non solo un segno distintivo delle monache vincenziane (note in tutto il mondo per la carità verso gli ultimi), ma anche un percorso. Se è vero che la ragazzina di Lourdes, la casta Bernadette, quando fu testimone delle apparizioni mariane 28 anni dopo Caterina, aveva al collo la "medaglia miracolosa", l'oggetto smette di essere un feticcio e riporta al grande mistero: "monstra te esse matrem".
"Parole non ci appulcro", avrebbe detto un altro grande innamorato di Myriam, l'Alighieri che Foscolo definiva "il ghibellin fuggiasco": ma non fuggiasco da se medesimo, se colse nella luce sterminata della Vergine, il compimento sommo del poema. E per chi sorride scetticamente, cosa affatto comprensibile, potremmo citare i simboli ma la disamina sarebbe lunga: bastino le 12 stelle della medaglia, presenti nella bandiera di quella tanto vituperata Unione Europea da taluni tacciata quale causa d'ogni male economico delle Nazioni affiliate: e tuttavia, sembra che nel disegno originario poi approvato dalla laicissima commisione vi fosse proprio l'ispirazione mariana derivata dalla visione di Caterina Labouré: "ti coronano dodici stelle...", recita un canto popolare mariano. Sono anche i 12 segni dello zodiaco di Denderah e della tradizione astrologica delle società iniziatiche? Nulla è in contraddizione, anzi tutto è Uno, per chi crede.
A noi, per concludere, piace pensare che il trentatreenne Vincenzo Bellini, che a Parigi còlse il fulgore del successo e la mestizia della morte negli ultimi due anni della sua vita nella capitale francese (estate 1833-settembre 1835), mentre in sequenza nel delirio di quel tragico 23 settembre a Pouteaux vedeva la mamma, i parenti e Sant'Agata e Catania, solo, nel velo che gli coprì per sempre lo sguardo, lui così religioso (ma fu anche carbonaro e amico di molti esuli patrioti, dal Pepoli autore del libretto dei Puritani, alla principessa Belgioioso), abbia avuto in mano anche la  già diffusissima a Parigi medaglia "miracolosa" e con quella visione mariana, e molto siciliana, si sia involato verso l'Infinita azzurrità, accolto come ognuno se vuole può, da quella Luce che non ha orizzonti, perché soffusa da scintille di assoluto.
                                                                                Francesco Giordano

(Pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/10/un-siciliano-a-parigi-alla-scoperta-della-madonna-di-rue-du-bac-e-la-medaglia-miracolosa/)

mercoledì 10 settembre 2014

giovedì 4 settembre 2014

Vendemmia; e un segreto sulle bucce di fichidindia...







                        Vendemmia; e un segreto sulle bucce di fichidindia...

Tra fine agosto e inizio settembre -anche se tradizionalmente il periodo si prolunga sino a novembre- nella nostra isola del sole, la Sicilia, è tempo di vendemmia. Una filastrocca dei nonni così recita, in pretta lingua siciliana: "A settèmbri è bellu stari ntra li vigni, ccù fruti, frutticeddi e fruti magni: sù fatti li sorbi, sù chini li pigni, nuci, nuciddi, 'nzalori e castagni". E' l'annuncio dell'autunno che avanza: ma non solo uva dona la nostra Sicilia in questo perodo, bensì  le frutta lasciatici da' nostri majores nei secoli e millenni passati: in primis il bellissimo ficus indica, "a ficurìnnia", dal sapore unico e delizioso; poscia le mandorle, divinissime e dolci drupe di Dio (ma esistono anche quelle amare, come vi sono gli angeli bianchi e gli angeli neri)... le olive, forse le uniche autoctone siciliane, sin dall'epoca pre ellenica presenti nelle campagne. Ne fanno fede gli alberi secolari (millenari?) di ulivo, che ci proteggono e ci fanno innamorare della loro maestosità. ancora i frutti sono piccoli, in autunno saranno maturi. C'è, specie nel brontese (la nostra zona di riferimento) il pistacchio, "a fastùca", anche se quest'anno non è quello della produzione: le verdi fronde crescono tuttavia e proteggono dal calore della tarda mattinata.
Siamo stati a vendemmiare, come ogni anno da qualche tempo, una vendemmia precoce poichè preferiamo raccogliere, per uso casalingo, l'uva densa della freschezza adolescenziale e "bambinesca", piuttosto che già matura.  L'uva nera da vino si può mangiare appena raccolta, oggi si definisce "da agricoltura biologica" quella non coltivata nè trattata da alcunchè. Le ore sono quelle dell'aurora e di Lucifero, Espero la stella del mattino: dopo il cavalcare del carro infuriato di Iperione, è d'uopo tornare alle cittadine magioni.
Qui condividiamo con l'affettuoso lettore, una delizia da pochi nota e da pochissimi forse praticata: se è appassionante raccogliere, almeno da noi, il dolce frutto dell'Opunzia tramandataci dagli Spagnoli (venne importata in Sicilia durante il Viceregno, regnando Filippo II o Carlo V, pochi lustri dopo i viaggi di Colombo nelle Americhe, dappoichè è originaria del Messico) e divenuto, con l'Agave marginata, il simbolo iconografico e folklorico della Sicilia; quasi nessuno sa che, come l'anima dell'Essere è raccolta sotto la scorza sottile, così il segreto del frutto di ficodindia è nella buccia. Sì, proprio in quella parte difficile perchè intrisa di intense, infestanti, diffondenti spine.
Avevamo saputo, e letto, che in alcune parti montane di Sicilia si prepara una certa specialità, "i scòrci di ficudinnia", fritte o dolcificate. Della marmellata si sa, del liquore pure: ma le bucce da mangiare.... Ebbene, suggeriamo un metodo sbrigativo ma altrettanto esoterico -il termine non è a caso- per gustare tale prelibatezza dell'Isola Trinachìa: si prenda un coltello affilatissimo ed a punta e si passi fra la parte esterna delle bucce  -ovviamente dopo aver lavato e levato la polpa del frutto, che sarà messo in apposito contenitore- e l'interna. Se ne ricaverà una sottile pellicola, da mangiare sul momento. Non si può descrivere il sapore, laddove narriamo del ficodindia "zolferino", cioè giallo, e sempre della zona brontese da cui lo raccogliamo.  Solo chi fa l'esperienza, e se è personale deve saper distinguere il frutto che è rimasto di più al sole da quello che era all'ombra al momento della raccolta, per fare la differenza al palato, può conoscerne i segreti. E' un mistero incomunicabile, che viene còlto fra l'astro del giorno e quello della notte, codeste due colonne del mondo. Al centro, il gusto pentalfico dell'Infinito, del Dio ignoto, e noto.
"Là fra picee lave
da' rosseggianti vertici, le irsute
macchie il tenace fico d'India assiepa"
(Mario Rapisardi, Sera d'agosto, dalle Poesie Religiose).
E sia lode dunque al Divino ed alla Natura onnigena, che a piene mani ci donano codesti frutti della Terra, la Grande Madre dei Mondi, che apre il cielo, sempre, con infinita bontà...
                                                                                                                     ***

giovedì 31 luglio 2014

La Playa di Catania, com'era: sull'onda del tempo perduto






              La Playa di Catania, com'era: sull'onda del tempo perduto

Com'era bella la Playa di Catania, celebre spiaggia di sabbia quarzifera purissima, fra i cinquanta ed i trent'anni fa! Quando la Playa era dei catanesi e di quelli della provincia, solo loro: non invasa né dal modernismo distruttore, né dalla omologazione delle mode stupide. Doverose, in estate, le digressioni marine: da noi, a Catania, ci si è sempre divisi fra i fautori della sabbia e degli scogli: è una querelle che non finirà mai. Personalmente siamo partiti con l'imprinting equanime: da bambini eravamo parallelamente presenti sia al lido, sull'arenile sabbioso catinense, che sugli scogli di Giardini Naxos, sotto il bellissimo promontorio di capo Taormina. E siamo cresciuti con quelle immagini, che rimangono impresse per sempre. Ma statisticamente, come frequenza, era la Playa che aveva il predominio: anche per questioni prettamente logistiche, abitando in città.
Abbiamo vissuto la Playa degli anni settanta e Ottanta, "plasmati" da mamma è papà che l'avevano vissuta negli anni Cinquanta e Sessanta, l'epoca aurea -se non si contano i nonni che già bazzicavano il lido Spampinato prima della guerra, e il lido Longobardo a San Giovanni li Cuti- : e ritornare ora, come ogni anno, sulla sabbia, è un viaggio nella macchina del tempo, l'eternèl retour di simbolica memoria. Non tanto il Paradiso perduto di Milton (anche quello, sì...), quanto la "recherche" proustiana. O meglio, voler ritrovare quel "colore del tempo" già delineato magistralmente dal catanese (la mamma era una Asmundo) elettivo Federico De Roberto, nell'omonimo volume di finissimi saggi. Don Federico se ne andò in una lontana estate del 1927, a  luglio: una fine, un inizio. In quegli anni era temerario andare al mare: la pelle nera dal sole era appannaggio dei pescatori che, come la famiglia Malavoglia, gettavano la rete per vivere: necessità, anànke, cruda realtà. La "moda" dell'andare in spiaggia ad abbronzarsi è del XX secolo, anzi degli anni Trenta, quando si iniziava a godere il benessere, c'erano i "treni popolari" che portavano i bimbi delle colonie al mare (da noi alla Pineta, ovvero Boschetto della Playa, creato dal Regime mussoliniano, era la colonia DUX...).
E non ci ritroviamo più nella Playa di Catania del 2014, anche se siamo tornati a frequentarla, passati gli "anta".  Rimane il fatto, come le indagini di quest'anno confermano (a fronte dell'inquinamento da coliformi che ammorba il litorale degli scogli da Ognina, Acitrezza, oltre Capomulini sino a Fiumefreddo e San Marco), che il litorale catanese è il più pulito ed esente da scarichi fognarii, per quanto ne possano essere invidiosi i patiti delle pietre nere: la comunicazione è di Legambiente-Goletta Verde, che non ha motivi, ci pare, di partigianeria.   Però, è scomparsa la visione del mondo, provinciale forse ma del tutto intimista, casalinga, che albergava nella maggior parte dei lidi dell'arenile (mai abbiamo frequentato la spiaggia libera... snobismo familiare? Forse...), quasi del tutto. Il "quasi" è connaturato al fatto che, come nel Sudafrica attuale esistono le "homeland", le nazioni chiuse ai neri dove abitano solo gli uomini bianchi che quella nazione fondarono e resero prospera (come oggi è giusto che sia giunta ad un universo di pari diritti democratici), anche alla Playa, per la natura ultraconservatrice di una parte (forse minoritaria, però consistente) dei catanesi, sussistono stabilimenti balneari con la forma mentis degli anni Settanta e Ottanta, ovvero "uso famiglia", come era scritto nelle bilance cuciniere di un tempo. In altre parole, il classico lido dalla struttura in pittura chiara, file di cabine in legno sino al mare (non ci sono più, ed è anche giusto, quelle in muratura), frequentato da famigliole che ancora portano con sè il tavolino, sedie, rimangono tutto il giorno, ivi mangiano cibi trasportati da casa (la pasta al forno, il falsomagro e la caponata, col vino immerso nel secchio col ghiaccio comperato per strada, sono il classico...), anche se oramai nella "buvette" del lido, non ci si limita più alla tavola calda, ma giunge una vasta gamma di piatti gastronomici per tutti i palati e per tutte le tasche.
E gli ombrelloni sono uniformati, per cromatica scelta, il che è corretto... ma le sdrajo, oh, le sdrajo sono sparite, sostituite dal cosiddetto "lettino da mare" che sarà anche spazioso e comodo, ma quant'è esteticamente brutto, anti Playa, stile spiagge orribili del nord... No, il lettino no!  Ed a costo di "fari u trafficu", come si dice nella nostra sicula lingua ("prima tra le lingue d'Italia, è il Siciliano", Dante dixit nel XIII secolo, rammentiamolo sempre), preferiamo trasportare la cara, vecchia ma fedelissima sedia sdrajo in legno e tela, e assiderci lì, a guardare l'orizzonte, ascoltare canzoni, pensare e sognare. Sì, proprio quella stessa sedia che si vede nelle pellicole degli anni Cinquanta e Sessanta, da "Cerasella" ai films estivi con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.. quella, intramontabile, fedele, "eterna". E passim se è un po' affossata, se nessuno l'ha più e si ha l'aria retrò (del resto, non va di moda il vintage?), se si usano gli zoccoli di legno e non quegli orripilanti còsi di plastica...  La Playa non è più quella dei bei tempi, ma fin quando esisterà una vecchia sedia sdrajo old style, la bandiera della tradizione, pur offuscata e desueta ma viva, non sarà mai ammainata.
Com'era bella la Playa della nostra fanciullezza, quando prendevamo còlle mani le meduse che ci sbattevano in viso, ce ne fregavamo delle alghe e ci tuffavamo contro le garrènti onde del mare denso, anche oggi, di pescetti verdi e neri che, a volte impetuoso, tumultua a petto della meravigliosa visione dell'Etna e della città, distesa a' suoi piedi come una schiava millenaria.  Ora non vediamo nessun bambino che, quando il mare è mosso, si getta a capofitto sotto le onde: "Non si può, è pericoloso", lo dicevano anche a' nostri tempi, ma con un sorriso, come per dire che non era una cosa seria.  Ed ecco il punto: ora sono tutti, tutti troppo seri. Il bagnino ti fischia appena superi la boa e la corda (ma quando mai c'era la corda un tempo...), come se stessi annegando, e tutti guardano allibiti a guisa che avessi commesso un imperdonabile delitto.   Che ciò sia per la sicurezza è indubbio, tuttavia è anche esagerato, verso chi è adulto e sa ciò che fa.  Un tempo si giocava solo a tamburelli ed al massimo al flipper, i "vecchi" alle bocce (macchè scivoli, macchè quadro svedese). I tamburelli ci sono ancora, ma adesso i "vecchi" (non chiamateli più così, per carità) si mettono a ballare la "zumba", c'è l'istruttrice, e pure in acqua lo fanno.... "Santu Dddìu!"  E' quello il momento di scappare dal lido, se si è deciso di stare tutto il giorno o se si è così temerari da andarci il sabato e la domenica (giorni off limits per il caos e l'invasione della malacreanza anche nelle suddette oasi della tradizione).  Non parliamo poi della spiaggia per i cani, detta anche "dog beach": si passa per nemici degli animali, noi che li amiamo, se osa affermarsi che la commistione uomo-cane in acqua non è il nec plus ultra dell'igiene: ultimamente in un paio di lidi, c'è questo, alla Playa. E se si può capire che, notizia recentissima, anche ai disabili in sedia a rotelle sia stato permesso di accedere sino al mare, il bagno col cane è sintomatico dei tempi: a quando la spiaggia comune con cavalli e tartarughe (finchè non ci sia il famelico che le rubi per mangiarle)?
Al mare ci andavamo, e ci andiamo, alle 9, quando la marmaglia (senza offesa per nessuno, eh...) dorme ancora, quando i primi bagni sono i più belli e dolci come il bacio della canzone di Gino Paoli, "Sapore di sale"; quando si può godere, letteralmente, di settimana, della spiaggia vuota... ahinoi, solo per un'ora o due...quando le telline, ovvero i "còzzuli d'à playa", sono fredde e saporitissime da mangiare direttamente in acqua, come un rito ancestrale e propiziatorio al dìo del mare, Posidòne il magnifico...
Ma non tutto oggi è cattivo, per fortuna. Il telefonino "salva la vita", mentre a' tempi era un traffico: procurarsi il gettone alla cassa, aspettare che il telefono fosse libero, e poi parlare senza nessuna privacy: magari c'era dietro il tizio che sbuffava perchè aveva fretta di chiamare la moglie, stando al mare con l'amante... Le canzoni le puoi ascoltare con il medesimo telefonino, mentre allora c'era il 45 giri o per i più sofisticati, l'elle pì: e il mangiadischi da mare, per non dire delle audiocassette che spopolarono per un certo periodo: e tra noi, era il notissimo Brigantony, insieme con le canzonette napoletane -cantate dai catanesi!- echeggiato da tutti i gelataj di Catania, sia al mare che nei quartieri popolari: epoca delle "radio libere", come si chiamavano allora, e in TV, del Pomofiore di Gianni Creati, e del Festival della Canzone Siciliana di Pippo Baudo.
Come fai a spiegare tutte queste realtà, la magìa di quel periodo che era il riverbero di tempi ancor migliori, gli anni Cinquanta e Sessanta, alle pletore di ventenni nati in pieno "berlusconismo decadente" e che sembrano non avere pathos se non, come diceva il nostro Preside, Raffaele Urzì del Principe Umberto (morto anche lui), "per fare le pernacchie". Ma un momento... lo diceva a noi questo... e ora noi lo diciamo a' ventenni del 2014? Però nessuno più oggi fa una "pernacchia", intesa nel senso di Eduardo De Filippo, o meglio ancora del celeberrimo Pippo Pernacchia di Catania (lo abbiamo conosciuto), un personaggio che s'inventò il lavoro di spernacchiare a pagamento: oggi, con la serietà del XXI secolo, sarebbe stato arrestato per stalking! Quindi, se nessuno dei ragazzi più fischia e, all'occorrenza, spernacchia... cosa fanno? Lasciamo stare. Ricordiamo Catania democristiana, sino alla fine degli anni Ottanta: dopo le chiusura dei negozi in via Etnea, c'era il coprifuoco, tutti a casa. Era meglio allora oppure oggi, allorché già sin dalle 18 nei finesettimana c'è un vergognoso spaccio di droga in centro, pure dietro piazza Stesicoro (si passi per via Penninello, scalinata: le forze dell'ordine, poche e meritorie,  fanno ciò che possono, ma devono avere ordini precisi...)? Lasciamo perdere.
E così era la Playa, serena, felice, fino a trent'anni fa. La sera tutti a casa, appena il sole iniziava a tramontare. Niente balli, niente locali, niente capanne di paglia o pizzerie notturne o pub, niente "stirillìppiti", come si usava dire allora.  Al massimo una gazzosa o un selz al limone. Casa e Chiesa, nel senso letterale del termine. Ora la Playa non la riconosciamo più, con quegli orridi alberghi che sorgono laddove fu la meritoria, e bellissima, "Casa del Sole", colonia marina "elioterapica per tubercolotici" inaugurata da Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III appositamente convenuto in città, con lo yacht reale Savoja, il 20 ottobre 1934 ("Sua Maestà gradì il gesto della bimba che gli porgeva dei fiori all'ingresso dello stabilimento", riportano le cronache); quella Colonia fu nel dopoguerra gestita dal Centro Italiano Femminile, prosecutore dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia ex GIL: attività importantissima per moltissimi bimbi della provincia, che neppure sapevano cosa fosse, il mare... La dirigeva l'allora Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune catanese Filina Gemmellaro, Sindaco Luigi La Ferlita.  Dopo il CIF la "casa del Sole" venne data in gestione alla Scuola Maria SS.Assunta, fondata e diretta da quel sacerdote dal polso fermo e serio che fu Padre Pignataro, rettore della chiesa di piazza caduti del mare altrimenti chiamato "u tùnniceddu da playa", il quale morì letteralmente di dolore, dopo una aspra e vana battaglia, per impedire lo scempio degli alberghi che cancellassero una istituzione che da decenni ospitava i bimbi più poveri e disagiati per le attività ricreative. Quella fu la vera "morte" della vecchia Playa (nei primi anni del XXI secolo), se si fa spazio allo schifoso denaro e si rade al suolo una struttura che anzi andava potenziata e valorizzata, proprio perché appannaggio dei poveri. Ma i poveri, si sa, sono graditi al Dio Supremo, non agli assetati dell'oro.  Resiste ancora, e per fortuna, la colonia Don Bosco, mercè l'opera laudevolissima del GREST salesiano e degli animatori, che oltre alle attività in sede,  trasportano i bimbi e ragazzi al mare nello spirito senza tempo della fraternità di San Filippo Neri (qui ci piace ricordare l'attività dell'Oratorio vecchio di via Teatro Greco, frequentatissimo da bimbi di tutti gli strati sociali): state buoni, se potete. E mano male che questo "muro" regge... Ma il resto, no.
Per tutto questo, continuiamo a pensare che la face distruttrice del tempo attuale sia illusoria, "Maya" come è nella filosofia indù. E quando ci sdraiamo sulla vecchia ma solida sdrajo dei bei giorni, all'ombra certo, mentre i bimbi giocano comunque coi castelli di sabbia e si tirano l'acqua addosso, amiamo pensare, come nella commemorazione di Ben alla fine del film "Oltre il giardino"  (1979) con Peter Sellers che cammina sulle acque, che "la vita è uno stato mentale".
                                                                                                                    F.Gio

Nelle immagini: la sdrajo senza tempo nella Playa del 2014, e una fotografia d'antàn della Colonia estiva del CIF catanese con base alla "Casa del Sole", nel 1960 -collezione nostra- : si noti l'Etna e le ciminiere del porto, non più esistenti. Chi si riconoscesse nell'istantanea, è pregato di scrivere in calce un commento...

giovedì 5 giugno 2014

Festa e processione di Santa Maria dell'Aiuto, Catania 1 giugno 2014






Come ogni anno, si è svolta la processione del venerato quadro cinquecentesco della Madonna dell'Aiuto, che in Catania si venera nell'omonimo Santuario, ubicato a metà di via Garibaldi; quest'anno la processione si tenne la sera del primo giugno, dalle 19 alle 23. E' una festa popolare  molto sentita nel quartiere, nelle cui vie del vero centro storico catanese, ove fu la città greca e quella romana, il quadro cinquecentesco della Vergine "nera" -come si sa la devozione alle immagini mariane aventi ascendenza scura è di origine orientale, e si rifà non solo alla diffusione del culto ad opera dei Cavalieri del Tempio, ma anche all'evo bizantino la cui Luce si irradiava da Santa Sofia, ove si venerava la sacra icona poi distrutta dai maomettani- s'immette, passando anche dal luogo, via Pozzo Mulino, ove era esposto nel XVI secolo al pubblico culto, adiacente la scomparsa chiesa che custodiva il capo mòzzo di Sant'Euplo, come in altra pagina di questo blog spieghiamo.
Ed è commovente constatare come, in tempi affatto a-religiosi, il culto della Grande Madre  -che accoglie tutti, anche coloro che brancolano nel bujo: perchè ella è la Luce di chi crede in una qualsivoglia speranza-   sia partecipato e sentito non solo da chi è avanti nell'età, ma anche da parecchi giovani. Fino a quando tali forme di devozione popolare sussisteranno, vivrà la Tradizione, vivrà l'Occidente. Per il dipoi, non sappiamo: ma la Stella del mattino con la Vergine bella, sorge ancora.

Qui il link di Youtube ove è un nostro video sulla processione di quest'anno:  https://www.youtube.com/watch?v=Wh2h3-J2rig