venerdì 22 febbraio 2013

Fede e Natura del mistero eterno: recensione alle Poesie Religiose di Mario Rapisardi a cura di Francesco Giordano, Boemi editore Catania 2012




E' stata pubblicata sul quotidiano "La Sicilia" di Catania del 19 febbraio 2013, scritta dalla attenta e raffinata penna del prof. Antonino Blandini, la recensione al volume "Poesie Religiose" di Mario Rapisardi, Vate dell'italica poesia nel XIX secolo, curato dallo studioso Francesco Giordano e stampato da Boemi editore a dicembre del 2012. Qui l'articolo e l'immagine tratta dalla pagina culturale; si ringraziano il dott. Giuseppe Di Fazio Vice Direttore del giornale, e il Direttore responsabile avv.Mario Ciancio Sanfilippo, per lo spazio concesso.

Le Poesie religiose del vate catanese
Rapisardi, fede e natura del mistero eterno    Su La Sicilia oggi cultura pag.18 del 19\2\13

A conclusione del centenario della morte del vate catanese Mario Rapisardi, lo scrittore di storia patria e giornalista letterario Francesco Giordano, infaticabile cultore del grande poeta concittadino, ha curato la riedizione delle "Poesie religiose", le più apprezzate del suo repertorio. Il volume edito da Boemi (Catania, dicembre 2012, in copertina un acquarello inedito di Rapisardi), esalta l'intramontabile valore lirico degli aulici e colti versi rapisardiani, frutto purissimo dell'anima classica e sdegnosa del "titano fulminato": un doveroso omaggio al cantore dello spirito e della libertà contro ogni tirannide. Le poesie religiose sono frutto, stilisticamente e spiritualmente purissimo, del rispetto della fede nella natura indagatrice del mistero eterno, nell'amore verso gli umili, nel vero filosofico, nell'ideale della giustizia. In esse si riscontra pienamente la serena armonia del Tutto, la maturità artistica e l'universalità della musa del poeta positivista e repubblicano, degno di grande apprezzamento per il valore letterario che riveste la sua poetica, nel contesto della straordinaria operosità e validità culturale di scrittori come Verga, in una Catania incontrastata capitale del Verismo di fine secolo XIX.
Il lavoro, corredato da una bibliografia anche telematica e da una singolare nota biografica dello stesso autore, riproduce fedelmente il contenuto del volume unico delle Opere del poeta, edito nel 1911 da Sandron e approvato dallo stesso Rapisardi, tenendo presente l'edizione Sanzogno di 3 anni prima. La meticolosità di Giordano è stata così scrupolosa da indurlo a controllare la versione originale nel manoscritto, gelosamente custodito nello studio del poeta ricostruito, con i libri e le carte a lui appartenuti, in una sala delle "Biblioteche Riunite", dove vive la memoria del più grande poeta siciliano, professore di liceo e d'università, fondatore e preside della facoltà di lettere per chiara fama, grazie al De Sanctis.
Giordano, autore dell'introduzione e della postfazione critico-storica, ha ripercorso la parabola artistica della vis poetica di un uomo schivo e orgoglioso, battagliero non violento, l'aedo della nuova Italia che ebbe il coraggio di ritrattare esagerazioni iconoclaste anticlericali ed errori di gioventù, d'invocare il perdono di Cristo, mai tradito, segno d'animo giusto ed intemerato, nell'appassionata e rasserenante ricerca della pace. Il giovane poeta de "La Palingenesi" aveva rinnegato la manzoniana e piena d'amor di patria "Ode a S. Agata", di cui l'esordiente lirico fu devoto, imponendo all'editore Giannotta di escludere questo saggio del suo genio poetico dalle sue opere. Eppure il turbolento intellettuale razionalista non nascose mai il suo sentimento cristiano.
Antonino Blandini

venerdì 15 febbraio 2013

La raccolta di poesie "Russània" di Gabriella Rossitto presentata al castello Leucatia a Catania





Le ha definite "brùnziddiàte", con termine icastico ma adeguato, il bravo studioso, cantastorie e critico Alfio Patti: la raccolta di poesie "Russània" di Gabriella Rossitto, valente scrittrice che ha all'attivo numerosi volumi in lingua siciliana nonchè in italiano, è stata presentata il 13 febbraio u.s. nella sala del castello Leucatia a Catania, a cura del Centro culturale Vincenzo Paternò Tedeschi, di cui è fondatore lo studioso Santo Privitera, il quale ha introdotto l'artista, con la consueta attenzione.

Il libro è meritevole poichè ha anche vinto un premio, il "Grotte". Una serata interessante, partecipata e brillante, arricchita anche da una bella canzone in siciliano di Patti, dove non sono mancati aneddoti linguistici sulla struttura delle parole in lingua sicula e sulla loro genesi, per far comprendere a chi volutamente dimentica, che la nostra storia e la nostra cultura, viaggiano sì sul filo dell'amore, tema dominante della silloge, ma anche nell'ordito straordinario e sconvolgente del verso che si fa realtà.
 

lunedì 4 febbraio 2013

Alcuni testi della antica liturgia di Sant'Agata, in versione latina e in lingua siciliana

 
 

Alcuni testi della antica liturgia di Sant'Agata, in versione latina e in lingua siciliana

Abbiamo pensato quest'anno, come i precedenti, di dare il nostro piccolo ma crediamo significativo contributo alla venerazione per la protomartire Sant'Agata, protettrice della Sicilia e Patrona della città di Catania, la "vergine di Cristo" che patì il martirio nel 251 nella città etnea: amata e celebrata in tutto il mondo, Agata è simbolo della purezza e del candore per chiunque, cristiano o politeista, senza religione o vagolante nel dubbio, libero pensatore o scettico, devoto o peccatore,la osservi e le volga il pensiero affettuoso. Ella era a' tempi suoi quella che oggi si può dire una Suora, cioè una vergine consacrata che prese i voti, come dimostra il velo. Non è un caso che ogni anno uno dei passaggi più intensi della festa è la sosta davanti alla chiesa ed al Monastero di San Benedetto, dove le Suore benedettine dell'Adorazione Perpetua intonano il canto (del maestro Tarallo) di grande amore alla loro consorella perpetuamente viva. Esse mantengono vivissima la devozione agatina anche mercè la loro scuola, la più antica in città, rendendo partecipi gli scolari del culto delle reliquie della Santa, le quali ogni anno visitano quei luoghi millenari. E se il volto che vediamo nel busto reliquiario è della Regina Eleonora d'Aragona (i Re aragonesi dimoranti in Catania, che fu capitale dell'Isola nel secolo XIV, tanto erano folli d'amore per Agata, da farsi seppellire accanto a lei, e ancor oggi riposano, seppure colpevolmente dimenticati, vicino la Martire, in Duomo), noi catanesi di ogni stirpe e condizione sociale, qui e ovunque, amiamo appellarla "la santùzza" non tanto per il suo martirio da giovinetta (lo studio di padre Santo D'Arrigo di cara memoria, ci dice che subì il tormento fra i 20 ed i 25 anni, quindi non era adolescente come vuole la vulgata), quanto perchè in ogni periodo dell'anno, ne percepiamo la presenza e la protezione. Addiritura pare che il suo sangue di famiglia nobile rimanga: tutti coloro che si chiamano Rao o hanno dei parenti con questo cognome, si considerano a Catania un po' privilegiati perchè sostengono di essere "i parenti di Sant'Agata", la qual cosa è fondata poichè ella ebbe per cognome Raus, come era chiamato il padre, e Apolla la madre (così negli Atti latini, i più antichi).

Nel periodo politeista o precristiano a Catania ognun sa che era la dea Iside la più venerata e per lei si svolgeva una processione costeggiante il mare: le analogie con la festa agatina sono troppo evidenti perchè non se ne veda la continuità, come hanno dimostrato gli studi del primo Novecento di illustri storici (in primis il Ciaceri), e le comparazioni con i testi noti (vedi le Metamorfosi di Apuleio): il fatto fondamentale è che la devozione per codesta figura femminile non è mai venuta meno a Catania da almeno 2400 anni. Ciò è straordinario e meraviglioso.

Abbiamo scelto alcuni brani della quasi bimillenaria liturgia che la Chiesa cristiana ha dedicato ad Agata, traendoli dagli ufizi strutturati dai primi pontefici (la fonte è il volume di padre G.Consoli, "Sant'Agata vergine e martire", Catania 1951 II vol.) e preferimmo donare non la comune versione in lingua italiana, ma quella in lingua siciliana (considerata ormai tale da anni dall'Unione Europea, anche se il governo regionale di Sicilia finora non ne ha preso atto concretamente), affiancata al testo originale latino. Se come è storicamente acclarato, Sant'Agata fu in tutte le ore della storia di Sicilia, vessillo di libertà e di indipendenza (anche per questo sorse nel XVII secolo la quaestio della nascita della fanciulla in Palermo: tanta era la gloria e la popolarità di Agata che gli amici palermitani la volevano tutta per sè... ma le fonti non possono negarsi...) e se predilesse sempre Catania sua città ("Per me civitas catanensium sublimatur a Christo", è tratto dagli Atti e sta inciso nel bordo dei discavi dell'Anfiteatro in piazza Stesicorea), e ne punì coloro che la offendevano impunemente ("Non offendere la patria di Agata perchè essa ne vendica le offese", recita il NOPAQVIE sulla fronte del Duomo), come ben sa sulle sue carni che ieri e oggi ne ha patito le atroci vendette, ella fu protettrice della Sicilia tutta perchè chi da ogni parte dell'Isola a lei si rivolge, viene esaudito. Sempre. Persino la rivoluzione indipendentista del 1837, che ebbe in quell'estate il fulcro a Catania, vide il Duomo sede del corpo di Agata protagonista, poichè fu su quei tetti che si levò la bandiera giallo-rossa della Sicilia che volea affrancarsi dal nemico borbonico, e tutta l'Isola seguì, prima della repressione spietata della polizia napolitana. Si può quindi anche affermare che Sant'Agata fu ed è, sicilianamente indipendentista.

L'annuale ritorno di Agata tra i catanesi nella sua plastica fisicità, si svolge non solo a febbraio ma anche in agosto: è però la festa antica col "giro", che rimane e rimarrà sempre nella memoria di ciascuno. Le seguenti lodi che sono fini poesie della Letteratura universale, siano gustate con amore e devozione.

 

Antifona della liturgia detta "catanese" istituita dopo il 1126, anno della traslazione delle reliquie, dal Vescovo di Catania Maurizio in onore della protomartire Agata.

Tu gloria Trinacriae,

tu laetitia urbs Cataniae,

tu honorificentia civium tuorum:

jubila o Catania,

propter novum adventum Agathae.

Infelix tu Bisantium,

graecorum prava civitas,

errores malignantium sequens

vetusta pravitas.

Postquam grecos Agatha quasi lutum sprevit,

sibi sponsam hodie Catanam induit...



Tu gloria di Trinacria,

tu letizia di la citati di Catania,

tu onùri di li toi concittadini!

Ralligrati Catania,

pri lu novu ritornu di Agata!

O Bisanziu 'nfilici,

tìnta greca cittadi,

ca cuntìnui a fari malignità

comu a li tempi antichi,

doppu ca Agata comu fangu sdignàu li greci,

rindìu filici Catania oggi comu na sposa!




 

                                      Lodi, sempre dalla liturgia catanese:

Exultet urbs Cathaniae:

matris ditata munere

quam rex et sponsus Agathae

didat honoris onere.

Nobis cathanensibus

sacram sponsam restituens

decoris ornans fascibus

bisantium destituens.

Delicta tui meritis

sacrosantis reliquis

nobis clementer redditis,

mancipatis obsequiis.

defende tu Trinacriam

o rosa venerabilis,

presertim tuam patriam,

Cathaniae tam nobilis.

Laus Patri sit ingenito

laus eius unigenito

laus sit sancto flamini

mestorum paraclito, Amen.



Prejiti o citati di Catania,

pirchì torni a essiri màtri

onùri cà ti vòsi dari lu sposu di Agata,

re li lu Cielu!

A nui catanìsi

turnànnuni la sacra sposa

nnì fici digna còsa

spugghiànnuni Bisanziu.

Pri li virgògni di ddà città luvànnici

li sacrusanti riliquii

a nui pri climenza turnànu,

ccù li onuranzi miritati.

Difènni la Trinacria

o vinirabili rosa,

e priserva la patria tua,

Catania accussì nobili!

Sia lodi a lu 'Ngenitu Patri

e a lu Figghiu unu,

a lu Santu Spiritu

ca santamenti nni cunsòla, ammèn!

 

Nell'antico Ufficio di Sant'Agata, in rito latino sicuramente al tempo di Gregorio Magno, di grandissima devozione agatina anche perchè di madre siciliana , poi durante il periodo normanno ruggeriano e guglielmino secondo il gallicano, fino al Concilio di Trento e il ritorno al rito romano, e certo anche per il tempo bizantino, si cantò il celebre Inno a Sant'Agata attribuito a San Damaso, Papa tra il 366 ed il 384. "Antichissimo" secondo molti, Romeo e Consoli e D'Arrigo lo danno per certo dalla penna del pio successore di Pietro. Qui il testo latino e la versione in lingua siciliana:

Martyris ecce dies Agathae

Virginis emicat eximiae,

Christus eam sibi sociat,

et diadema duplex decorat.

Stirpe decens, elegans specie,

sed magis actibus atque fide,

terrae prospera nil reputans

iussa Dei sibi corde ligans.

Fortior haec trucibusque viris

esposuit sua membra flagris;

pectore quam fuerit valido

torta mamilla docet patulo.

Deliciae cui carcer erat,

pastor ovem Petrus hanc recreat

laetior inde magisque flagrans

cuncta flagella cucurrit ovans.

Ethnica turba rogum fugiens

huius et ipsa meretur opem:

quos fidei titulus decorat

his Venerem magis ipsa premat.

Iam renidens quasi sponsa polo

pro miseris supplicet Domino;

sic sua festa coli faciat

sic celebrantibus ut faveat.


 

Di la Màrtiri Agata eccu lu jornu,

la Virgini illustri

ca Cristu si maritau,

decurata di duplici curùna.

Di razza nobili, bedda, eliganti,

ma chiossài pri li opiri e la fidi,

di la terra nènti reputa dignu

e 'ntriccia lu cori a li cumànni di Diu.

Di li tìnti carnefici cchiù forti

mìsi lu so corpu a li tortùri;

lu suppliziu di li sò minni

è forza di lu sò caratteri.

Lu carciri era pri idda delizia,

pirchì Petru lu pasturi scìnni a cunuttàrla comu pecura:

filici e cchiù forti pri la fidi

cùrri 'ncontru a li martìri.

Li genti ca scàppunu di l'etnèu focu,

sunu di idda protetti:

e ccu fideli si fa chiamari

è prutettu da li venèrei pirìculi.

Comu sposa idda risplenni nta lu Cielu

e preja lu Signuri pri li puvureddi,

e mentri nui la fistiggiamu

nnì sia binigna quannu la lodamu!


F.Gio
(La foto che correda il post è nostra, scattata in piazza dei Martiri a Catania)

 

 

venerdì 21 dicembre 2012

La serata per le "Poesie religiose" di Mario Rapisardi alla Società di Storia Patria di Catania

 


 


 
        

 La serata per le "Poesie religiose" di Mario Rapisardi alla Società di Storia Patria di Catania

La partecipazione di un folto e qualificato uditorio, con persone provenienti anche da lontane città di Sicilia, ha coronato di successo, nella sede della Società di storia Patria per la Sicilia Orientale di Catania, la presentazione, il 19 dicembre u.s. del libro "Poesie religiose" del poeta ottocentesco Mario Rapisardi, volume a cura dello studioso Francesco Giordano, che ne ha promosso la pubblicazione.
Fu una serata di omaggio all'illustre Vate della Poesia italiana nel secolo illuminato che vide il trionfo delle grandi idealità, quali il positivismo, il nascente socialismo, la Giustizia sociale, le visioni d'Arte del Vero, del Bello. Con tale spirito è stato commemorato non solo il libero pensatore Rapisardi nel centenario anno della morte (1912-2012), ma anche si vòlle scegliere la raccolta di liriche unanimemente ritenuta, da critici e grande pubblico, la più tersa e bella, nella sua visione pànica dell'Universo.
Sulle "Religiose", edite per la prima volta a Catania nel 1887 dal Tropea, ora ripubblicate mercè la passione dell'Editore Angelo Boemi (l'edizione qui proposta ha fra l'altro valore unico poichè presenta un acquerello inedito del Poeta ed una pagina autografa, nonchè è verificata sui manoscritti), dissertarono il poeta e scrittore Salvatore Camilleri, che nel 1944 pubblicava un "numero unico" commemorando Rapisardi nel centenario della nascita:  la sua passione e valenza di critico e testimone vivo di sessant'anni di storia locale, ha reso coinvolgente la narrazione.
Così Francesco Mannino di Storia Patria, ha voluto precisare che il 'ciclo rapisardiano' apertosi a novembre con la lectio alla Biblioteca Civica ex benedettina, si chiuse per questo 2012 con altro appuntamento rapisardiano. infine il giornalista Santo Privitera non ha mancato di rilevare il ruolo di Rapisardi nel contesto storico.
Francesco Giordano, che si disse "sacerdote del Verbo rapisardiano", leggendo "Conforto", una delle liriche del Vate, ne inquadrò la figura fulgida non solo quale apostolo di Libertà e missionario della autentica Poesia, ma anche nella purezza della classicità onde sgorgarono le sue liriche, intrise altresì di quella visione filantropica e massonica (di cui il Poeta fu adepto) la quale, se fu antisistema, non venne meno all'amore del letterato per il Cristo. Inoltre egli ha rimarcato l'ardente sicilianismo, pur nel contesto dell'unità nazionale, del Rapisardi, i cui discepoli furono sovente tra i fautori e sostenitori, decenni dopo, dell'indipendentismo siciliano.
Qui il video riassuntivo della serata, già pubblicato su Youtube:
https://www.youtube.com/watch?v=8G-7-Lx1BZs

Qui l'articolo affettuoso e attento che il prof.Antonino Blandini, gradito ospite insieme alla gentile consorte, ha scritto sull'evento, pubblicato sul quotidiano "La Sicilia" del 2 gennaio 2013:

Le poesie religiose di Mario Rapisardi
Concluso l'anno 2012, dedicato al centenario della morte di Mario Rapisardi. Nell'aula della biblioteca della Società di Storia Patria - uno dei pochi enti morali di grande prestigio che con il nuovo anno non chiuderà i battenti, sfidando la crisi economica e morale nemica della cultura - il giornalista Santo Privitera, il poeta e scrittore Salvatore Camilleri e lo stesso Giordano hanno illustrato, a un pubblico di studiosi e di cultori di storia patria, l'intramontabile valore lirico delle poesie religiose, frutto purissimo dell'anima sdegnosa del "grande Solitario", così definito dal premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda. Il dott. Privitera ha tracciato un bilancio delle celebrazioni rapisardiane a Catania. Il prof. Camilleri ha ricordato di essere stato il primo nel Dopoguerra a pubblicare, nel febbraio 1944, nel centenario della nascita, il numero unico, ormai introvabile, dedicato al positivista e repubblicano Rapisardi, il più grande poeta che ha avuto la Sicilia e uno dei maggiori a livello nazionale, fondatore e preside della facoltà di lettere senza essere laureato, grazie alla lungimiranza di un illustre ministro della pubblica istruzione, Francesco De Sanctis. Il dott. Giordano, autore oltre che dell'introduzione anche di una stimolante postfazione intitolata "Il Prometeo incatenato di Catania", ha ripercorso la complessa e travagliata parabola artistica della "nebulosa" di Rapisardi, uomo schivo e riservato, battagliero e spregiudicato negli scritti, profetizzato "precursore" da Victor Hugo, l'"arcangelo umanato", com'egli si compiacque definirsi, che ebbe il coraggio di ridiscutersi sino alla fine e di invocare ne ‘L'impenitente' "il tuo sospiro, il tuo perdono, o Cristo", segno del suo cristianesimo laico, mai rinnegato anche nella crisi più profonda della sua religiosità, facendo ammenda dei colpi dati allorché scrisse, nel ripubblicare nel 1906 il ‘Lucifero' messo all'Indice, "Sinceramente mi dolgo se ho offeso la sensibilità religiosa dei cristiani" (Antonino Blandini).

lunedì 17 dicembre 2012

Presentazione del libro "Poesie religiose" di Mario Rapisardi, Società di Storia Patria, Catania 19 dicembre 2012 ore 16,30



La Società di Storia Patria
per la Sicilia Orientale
 
è lieta di invitare la S.V.

alla presentazione del libro

"Poesie religiose" di Mario Rapisardi
a cura di Francesco Giordano, Boemi Editore
 
19 dicembre 2012, ore 16,30
 
Relazionerà il curatore del libro, Francesco Giordano (Storico). Interverranno Salvatore Camilleri (Poeta e Scrittore), Santo Privitera (giornalista), Angelo Boemi (Editore).
Saranno letti brani dalle opere rapisardiane.
 
 

 

Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale
Palazzo Tezzano, piazza Stesicoro 29
95121 Catania, tel. 095316920
www.storiapatriacatania.it


giovedì 13 dicembre 2012

La serata su Domenico Tempio alla Società di Storia Patria di Catania



 
 



Il 5 dicembre nella sede prestigiosa della Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale di Catania, riaperta alla città dopo lungo oblìo, è stato presentato, nell'ambito delle manifestazioni "Dicembre a palazzo Tezzano", il libro "Domenico Tempio cantore della Libertà", di Francesco Giordano, Akkuaria Edizioni. Sono intervenuti Francesco Mannino (Società di Storia Patria), Vera Ambra (Editore), Santo Privitera (giornalista e scrittore). L'attrice Marta Limoli ha letto con fascinoso pathos, "La Libirtà" e "La Libraria", poesie tempiane. Ha relazionato l'Autore, intorno alla figura e l'opera del grande Poeta settecentesco della "Nazione Siciliana", illuminista e illuminato.

Riportiamo di seguito l'attenta e sapiente cronaca dell'evento, scritta dalla brava giornalista Perla Maria Gubernale per CtZen http://ctzen.it/2012/12/09/micio-tempio-poesia-morale-e-versi-vastasi-un-rivoluzionario-della-liberta-dimenticato/ :

Micio Tempio, poesia morale e versi vastasi
 Un «rivoluzionario della libertà» dimenticato

Di Perla Maria Gubernale | 9 dicembre 2012
Conosciuto per i suoi componimenti erotici e per qualche storiella colorita, il catanese Domenico Tempio è stato il più grande poeta siciliano del Settecento, annoverato tra i migliori innovatori di sempre, maestro di rivolta letteraria, satira contro il potere e libertà linguistica. A quasi 200 anni dalla morte, un libro – scritto da Francesco Giordano – rivela gli aspetti sconosciuti del «Dante di Sicilia», nascosti da tempo, censure e pregiudizi

«Rivoluzionario della libertà, poeta della modernità, autore per eccellenza della lingua siciliana e cantore della nostra Catania». Così lo studioso catanese Francesco Giordano definisce Domenico Tempio, poeta etneo vissuto nella seconda metà del Settecento e oggi, dopo un lungo periodo di censura ed oblio, conosciuto per lo più per i suoi versi erotici e licenziosi in dialetto siciliano. Ma molti non sanno che Micio Tempio, così lo chiamano i suoi concittadini, insieme al palermitano Giovanni Meli, fu il più importante poeta siciliano del suo tempo, oltre ad essere considerato uno tra gli autori più riformatori e moderni di sempre. La sua penna, infatti, non tracciava sul foglio solo componimenti libertini, ma fustigava i costumi dell’epoca con la più pungente delle satire, analizzando e criticando la società e i suoi protagonisti, condannando falsità e ipocrisie. E che, per il suo capolavoro, La Carestia (un poemetto in venti canti pubblicato postumo), fu definito dalla critica moderna il «Dante di Sicilia».

Eppure, ancora oggi, per i catanesi Domenico Tempio è noto solo per le «poesie vastase», per qualche storiella dai toni coloriti e per un mezzo busto dal naso scalfito tra i vialetti del Giardino Bellini. Ma c’è molto di più. A fare emergere gli aspetti sconosciuti – o dimenticati – della figura tempiana, a quasi 200 anni dalla sua morte, un volume dal titolo Domenico Tempio cantore della libertà, scritto proprio dallo storico e studioso Francesco Giordano e presentato mercoledì pomeriggio nella sede della Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale. «Per molto tempo – spiega l’autore – Tempio fu definito un poeta pornografo, ma i versi licenziosi, mai fini a loro stessi, gli servivano in realtà a rompere gli schemi e ad incitare alla ribellione quella che allora era la borghesia nascente». Per sfatare luoghi comuni e non cedere a falsi moralismi, trattando anche «temi forti, con parole audaci ma che non denigrano», afferma. E che, nonostante le accuse che a lungo perseguitarono la sua poetica, non fu mai antimorale perché «non pubblicò mai gli scritti erotici di sua volontà».

Un «poeta della ragione» che non deve e non può essere «catalogato solo come un autore licenzioso», spiega Santo Privitera, scrittore e moderatore dell’incontro. Fama che gli si è attaccata addosso per quasi tutto l’Ottocento e metà del Novecento, periodo in cui parte delle sue opere subì la censura – per essere rivalutata solo dopo la seconda guerra mondiale – e lo scrittore catanese fu lentamente dimenticato. Eppure Tempio è stato un intellettuale molto apprezzato dai suoi contemporanei, che vide grande fama anche in vita. E che oggi, grazie alla sua concezione del rapporto con il potere, è moderno più che mai. «Tutto cambia per non cambiare nulla»: sembra scritto oggi, ma a vergare queste parole è stata la sua penna più di due secoli fa. Per questo, secondo Privitera, «la sua figura deve essere rivalutata e i suoi scritti diffusi a partire dall’insegnamento nelle scuole».

«Era un appassionato della vita e della poesia, per questo scriveva tutto quello che pensava», sottolinea Privitera. Senza contare che «per lui, la poesia erotica era solo un modo per tenersi in allenamento e far divertire gli amici. E invece si rivelò quella che il popolo leggeva di più». Forse anche per la sua scrittura libera e un linguaggio – un «dialetto ricercato» – diretto e vicino ai nobili – che all’epoca non parlavano italiano – ma sopratutto al popolo, di cui criticava ignoranza e mentalità, accostando, in alcune opere, i comportamenti umani a quelli di animali o oggetti. Un modo di scrivere, il suo, «naturale, fatto di libertà e di satira contro il potere». Con il quale fu «giacobino e rivoluzionario dal punto di vista letterario». Nel nome di ogni forma di libertà. Che però, come si legge in calce ad uno dei suoi manoscritti – pubblicati per la prima volta nel volume antologico di Giordano – considerava «un dono micidiale per chi non ha forze e qualità bastanti a poterla sostenere».

Fu proprio la libertà il fulcro della poetica tempiana, nutrita da passione per la poesia e dal pensiero illuministico e che in quel tempo si andava formando anche tra gli intellettuli etnei. E in cui si sviluppò la sua forma mentis. Tempio, infatti, nato nel 1750, «si formò nel pieno fervore di ricostruzione architettonica (la città esce da due catastrofi spaventose: l’eruzione dell’Etna nel 1669 e il terremoto del 1693) e culturale», spiega Giordano. Qui, Tempio, inizialmente indirizzato agli studi in seminario – che poi lascio per quelli umanistici – ebbe «insegnanti illuminati», entrando in contatto con l’allora vescovo Salvatore Ventimiglia - «uomo attento al risveglio intellettuale della città» – e i «salotti infiammati di cultura» del principe Ignazio Paternò Castello di Biscari, al centro delle «istanze giacobine della massoneria settecentesca, quando la Sicilia era terra di cospirazioini rivoluzionarie e una Catania illuminata faceva parte del circuito della grande cultura europea», sottolinea lo studioso.

Domenico Tempio, allora, fu un personaggio «sulfureo, peccaminoso, che cadde in miseria, visse con i sussidi degli amici e diede scandalo convivendo con la sua cameriera, Caterina, da cui ebbe anche un figlio», racconta Giordano. Con un percorso umano interessante, uno poetico fondamentale e uno «iniziatico molto importante, fatto di simboli massonici e significati occulti, anticlericali ed esoterici». Ancora oggi incompresi e sconosciuti. Ma che, contrariamente a quanto si crede, fu un «poeta morale», conclude l’autore. Perché, come diceva Voltaire, «la morale non sta nella superstizione, ma è la medesima in tutti gli uomini che fanno uso della ragione».


Qui il video della serata, pubblicato su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=oslsRpON490



lunedì 10 dicembre 2012

Presentazione del libro "Musica e musicisti minori catanesi", Catania 12 dicembre ore 16, Società di Storia Patria

 
 
Nella sede della Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale
 
piazza Stesicoro 29, palazzo Tezzano
 
verrà presentato il libro
 
 
"Musica e musicisti minori catanesi
 
tra Ottocento e Novecento
 
di Santo Privitera, Boemi Editore
 
 
12 dicembre 2012, ore 16
 
 
 
 
 
 
Relazionerà l'autore, interverranno Francesco Giordano (storico),
Maria Rosa De Luca (docente universitaria di Storia della Musica),
Angelo Boemi (Editore)