lunedì 24 marzo 2014
Sul Liotru, una mostra all'Art Gallery di Catania e il quadro di Maria Tripoli
Sul Liotru, una mostra all'Art Gallery di Catania e il quadro di Maria Tripoli
Siamo stati alla mostra tematica "U Liotru, la leggenda di Eliodoro", inaugurata all'Art Gallery di Catania (via Galatioto 21) il 22 marzo, la quale ha seguito il filo tutto catinense, della storia del simbolo civico a cui -per chi conosce la narrativa patria- è indissolubilmente legata la figura del maguseo ario Eliodoro, che si tramanda facea sortilegi con l'elefante lavico ubicato da millenni in piazza del Duomo, e poi martirizzato nel 778 con trionfo del Cattolicismo più esasperato, ad opera del Vescovo etneo Leone detto "il taumaturgo". L'Illuminismo del secolo XVIII per opera di un geniale ingegno, il quale forse per compensare la crudeltà del predecessore in senso catartico, fu pure sacerdote, ovvero Giovanbattista Vaccarini, creò ispirandosi alla Minerva romana, l'artistica fontana che dal 1736 ingloba il vetustissimo monumento nella cruciale platea magna, ove ad Oriente -e ad Oriente guarda l'elefante catanese con la proboscide eretta e gli occhi di un marmo agghiacciante- è il tempio sacrato di Agata, la tutta pura e protomartire.
Ci occupammo diverse volte in illo tempore (ultima su Lo Spettatore, giugno 2005 in un breve saggio), della figura di Eliodoro e dell'elefante: l'idea originale (il gallerista messinese Luigi Sciacca l'ha propugnata, Ninni Fodale sapientemente coordinò la serata), l'ambiente elegante e gli incontri inevitabili fra coloro che manucano il medesimo pan del sapere... non potevamo mancare alla esposizione degli oltre 50 artisti, tutti più o meno noti alla memoria di chi vagola nel mondo dell'Arte. Soprattutto per l'invito di una di essi, per noi assai rappresentativa, ovvero Maria Tripoli. Qui solo poche notarelle sul suo quadro.
Il quale ci fece venire in mente da subito Bachofen, che nel suo libro "Storia del matriarcato" così afferma: "Dove la religione si trae da una contemplazione della Natura, essa è necessariamente anche una verità della vita e il suo contenuto è in pari tempo storia del genere umano". Osservando i due elefanti, il femminile che delicatamente appoggia la zampa sul capo del maschile, nonchè la sirena che crea dal rosso della lava-sangue il bianco latte della neve eterna, non abbiamo poturto prescindere, nella lettura del quadro dell'artista in questione, dalla assolutizzazione di un tema di per sè locale. E' proprio l'abilità inconscia del vettore, o della medium in codesto caso, che ne fa un poliforme anelito delle essenze ancestrali che in ognuno di noi vagolano. Il Liotru, correzione in lingua siciliana del nome di Eliodoro (come l'elefante lavico, di fattura più che bimillenaria, è appellato dal popolo catanese) assurge non solo a valore talismanico universale, ma quasi si defila, per rappresentare quella femminilità inscindibile dal carattere civico, che è stata senza dubbio veruno la forza della comunità catanese e la sua grandezza nei momenti peggiori, in particolare dopo il funestissimo tremuoto del 1693. E ancor oggi solo il pennello di una donna di rarissima finezza d'animo, nata appié del vulcano, poteva coglierne le impalpabili sfumature. Che miscelano la nostra tradizione con il Ganesha dell'India, la saggezza del naturistico e pacifico animale con la Balad el fil de' mussulmani di Sicilia del X secolo (così Edrisi appella Catania nel suo Kitàb dedicato al gran Ruggero); Eliodoro il saggio, nel cui sangue ebraico fu la scintilla della bellerofontea femminilità, rivive e risorge nell'aspetto androgìneo che gli diede la tela di Maria Tripoli, onde -con gli altri quadri che formano un prisma assolutamente accattivante nella mostra di Art Gallery- non già celebrare, ma compiacersi dell'essenza, più che del contenuto, vanìto e malfermo ultimamente e però non silente. Laddove l'athanòr, come in tal contesto, riprende il volto della Natura, nel fuoco dell'eternità.
F.Gio
Nota: negli scatti, nostri, Maria Tripoli e il suo quadro
martedì 4 febbraio 2014
Catania e la Sicilia riabbracciano Agata, la Santa in giro fra il popolo il 4 e 5 febbraio
Catania e la Sicilia riabbracciano Agata, la Santa in giro fra il popolo il 4 e 5 febbraio
LE ORIGINI DI UN CULTO CHE AFFONDA LE SUE RADICI IN UN PASSATO LONTANISSIMO
Il giorno tanto atteso, in cui come ogni anno, i catanesi e tutti i siciliani devoti riabbracceranno le reliquie miracolose di Sant’Agata, la protomartire venerata in tutto il mondo per essere stata fra le più elette anime della novella religione del Messia Gesù, ad immolarsi per preservare il voto di verginità che un bieco figuro voleva violare, è giunto. La mattina del 4 febbraio usciranno dalla “cammaredda” del Duomo entro il busto reliquiario del XIV secolo, mirabile opera dell’argentiere Archifel, e la Santa in corpore e in spirito, dalla Chiesa che la custodisce, verrà consegnata ai cittadini di Catania e del mondo cristiano, per il cosiddetto “giro esterno”, che in realtà è il più importante e il clou della festa.
Qui teniamo da catanesi, a ribadire ad onta delle disinformazioni che sorgono ogni anno, che la terza festa più importante della Cristianità mondiale, ovvero quella di Sant’Agata, che richiama nella città dell’elefante migliaia e migliaia di siciliani, italiani e stranieri, in encomiabile ritrovo di commerci e festività allegre, che il vero giorno delle celebrazioni più sentite è il quattro, sia perchè fu quella sera che la Protomartire subì la morte, nell’anno 251, sia perchè è la giornata in cui essa vive carnalmente più a contatto con il popolo, stando fuori per oltre 24 ore e rientrando in Duomo la mattina del 5. L’uscita del 5 febbraio, la salita per via Etnea, i fuochi e il rientro probabilmente, come avviene negli ultimi anni, la mattina del 6, sono solamente scenografie utili e belle, ma per i turisti.
La festa agatina dei Siciliani, dei catanesi, è il quattro: specie quando lei, la Vergine bella, unica nelle sue arti magiche (non sia creduto inopportuno tale termine, diremo subito il perchè) di protezione e di talismano civico, gira per la via del Plebiscito, ovvero il vero cuore pulsante della città di Catania. La via che abbraccia come in un cerchio tutti i quartieri storici e antichi ove vive la gente vera, non inquinata come molti affermano, dal letamaio della corruzione dell’anima, devota in modo estremo a volte e però pienamente cosciente, oltre le vicende tristi del quotidiano, che se salvezza può esservi, essa proviene dalla Luce dell’Altissimo, di cui la Buona (il significato del nome Agata, dal greco) è sacerdotessa.
Non si può qui non rammentare che, se è antichissima e sempre sentita dai cittadini di tutta la Sicilia (nel XVII secolo una annosa disputa voleva contendere i natali di Agata da Catania a Palermo, tanto era importante il suo culto, e molto legati le sono anche i panormiti, così anche i maltesi: e però, se è vero che la documentazione degli Atti vetusti danno incontrovertibilmente per città natale Catania, è anche indubitabile che conta più della nascita, il luogo del martirio, che è appiè dell’elefante; inoltre che il culto agatino sia universalmente siciliano, è manifesto da tutta la liturgia della Chiesa sin dal IV secolo, financo Roma la modellò su quella qui esemplata) la devozione per Sant’Agata, essa ha la radice storicamente ineludibile nelle feste in onore della Dea Iside, che particolarmente nella Sicilia orientale erano diffuse sin dal III secolo avanti Cristo, precisamente dopo lo sposalizio del basileus Agatocle di Siracusa con la principessaa egiziana Teossena, che promosse il culto della Magna Mater della terra d’Oriente qui da noi.
E che analogie non già, ma esatte copie del “navigium Isidis” fossero le feste agatine sino al XVII secolo, ce lo testimoniano sia i documenti che i fatti; in ogni caso basti rileggere le Metamorfosi di Apulejo laddove lo scrittore descrive i culti isiaci, per ritrovare gran parte della festa agatina, nella sua vitalità popolare e polisemica. Anche gli studiosi religiosi del XX secolo, fra cui il massimo esperto Mons.Santo D’Arrigo, hanno riconosciuto la radice isiaca del culto di Agata, che nulla toglie alla pia devozione della donna integerrima e dalla verginità immacolata -Agata subì il martirio fra i 18 e 20 anni, pienamente incardinata nel regolare verginato religioso del primo Cristianesimo, oggi si sarebbe detta una Suora, o meglio una Diaconessa- avvolta nel Velo sacro, che ancora oggi fa parte del corredo delle reliquie e la raffigura nel primo esempio iconografico ricordato, il mosaico di Sant’Apollinare di Ravenna, del 550. Mentre il volto a noi tutti caro del busto attuale altro non è che il calco del viso della Regina di Sicilia Eleonora d’aragona, moglie del grande Re patrio Federico III, la cui tomba (XIV secolo) è pure nel Duomo catanese.
Nella prima “liturgia catanese” dopo il ritorno delle reliquie dalla cattività costantinopolitana, nel 1126, si legge: “Tu gloria di Trinacria, tu letizia della città di Catania, tu onore dei tuoi concittadini! Esulta o Catania per il nuovo avvento di Agata…La Sicilia tu difendi, o rosa stimatissima, e proprio la tua patria Catania tanto nobile”. Regnava a quel tempo Ruggero II, l’illuminato normanno fondatore col padre del Regno di Sicilia, da cui bisognerebbe prendere ancor oggi ispirazione. E così come Agata ha salvato Catania da lave e terremoti, e ispirato la Sicilia nelle rivoluzioni nazionaliste (“Sant’Agata e l’indipendenza della Sicilia, viva!” fu codesto il grido dei rivoluzionari che nell’estate del 1837 innalzavano sul pinnacolo del Duomo il vessillo giallo e rosso con la triscele, nell’insurrezione sanguinosamente repressa dai Borboni…), così possa in questi giorni di tribolazione salvare i Siciliani tutti, e i suoi figli più vicini di Catania, dalle difficoltà: lei che ha la predilezione per gli umili e i bisognosi, per i malati, per coloro che sono ristretti in cattività (come ha scritto un poeta coevo, Onarfe Dagoro, “spoglia dell’oro, fanciulla dei poveri, sei degli ultimi la finale speranza”), sia nel suo ritorno tra la gente prodiga di attenzioni.
Molte lacrime, silenti e vistose, si spargono ultimamente alla vista e al passaggio del fercolo argenteo della Santa: sono le lacrime di chi non ha più nulla, ma non ha cessato di credere: o che vuole credere, anche contro ogni evidenza. Per tutti, con i versi del noto Inno (le cui parole sono del camporotondese naturalizzato catanese Antonio Corsaro, Sacerdote illuminato e di libero pensiero, intellettuale finissimo amico di Pasolini, Pound e Ungaretti: insegnò letteratura francese a Palermo, è morto nel 1995) che si canta per le strade, ella è colei che “splende in Paradiso, coronata di vittoria… o Sant’Agata, la gloria, per noi prega, prega di lassu!”.
(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/02/catania-e-la-sicilia-riabbracciano-agata-la-santa-in-giro-fra-il-popolo-il-4-e-5-febbraio/)
Le prime due istantanee sono state scattate dall'autore del blog la mattina del 4 nel 'piano della Statua', l'ultima nel pomeriggio in via del Plebiscito, a Catania...
Qui teniamo da catanesi, a ribadire ad onta delle disinformazioni che sorgono ogni anno, che la terza festa più importante della Cristianità mondiale, ovvero quella di Sant’Agata, che richiama nella città dell’elefante migliaia e migliaia di siciliani, italiani e stranieri, in encomiabile ritrovo di commerci e festività allegre, che il vero giorno delle celebrazioni più sentite è il quattro, sia perchè fu quella sera che la Protomartire subì la morte, nell’anno 251, sia perchè è la giornata in cui essa vive carnalmente più a contatto con il popolo, stando fuori per oltre 24 ore e rientrando in Duomo la mattina del 5. L’uscita del 5 febbraio, la salita per via Etnea, i fuochi e il rientro probabilmente, come avviene negli ultimi anni, la mattina del 6, sono solamente scenografie utili e belle, ma per i turisti.
La festa agatina dei Siciliani, dei catanesi, è il quattro: specie quando lei, la Vergine bella, unica nelle sue arti magiche (non sia creduto inopportuno tale termine, diremo subito il perchè) di protezione e di talismano civico, gira per la via del Plebiscito, ovvero il vero cuore pulsante della città di Catania. La via che abbraccia come in un cerchio tutti i quartieri storici e antichi ove vive la gente vera, non inquinata come molti affermano, dal letamaio della corruzione dell’anima, devota in modo estremo a volte e però pienamente cosciente, oltre le vicende tristi del quotidiano, che se salvezza può esservi, essa proviene dalla Luce dell’Altissimo, di cui la Buona (il significato del nome Agata, dal greco) è sacerdotessa.
Non si può qui non rammentare che, se è antichissima e sempre sentita dai cittadini di tutta la Sicilia (nel XVII secolo una annosa disputa voleva contendere i natali di Agata da Catania a Palermo, tanto era importante il suo culto, e molto legati le sono anche i panormiti, così anche i maltesi: e però, se è vero che la documentazione degli Atti vetusti danno incontrovertibilmente per città natale Catania, è anche indubitabile che conta più della nascita, il luogo del martirio, che è appiè dell’elefante; inoltre che il culto agatino sia universalmente siciliano, è manifesto da tutta la liturgia della Chiesa sin dal IV secolo, financo Roma la modellò su quella qui esemplata) la devozione per Sant’Agata, essa ha la radice storicamente ineludibile nelle feste in onore della Dea Iside, che particolarmente nella Sicilia orientale erano diffuse sin dal III secolo avanti Cristo, precisamente dopo lo sposalizio del basileus Agatocle di Siracusa con la principessaa egiziana Teossena, che promosse il culto della Magna Mater della terra d’Oriente qui da noi.
E che analogie non già, ma esatte copie del “navigium Isidis” fossero le feste agatine sino al XVII secolo, ce lo testimoniano sia i documenti che i fatti; in ogni caso basti rileggere le Metamorfosi di Apulejo laddove lo scrittore descrive i culti isiaci, per ritrovare gran parte della festa agatina, nella sua vitalità popolare e polisemica. Anche gli studiosi religiosi del XX secolo, fra cui il massimo esperto Mons.Santo D’Arrigo, hanno riconosciuto la radice isiaca del culto di Agata, che nulla toglie alla pia devozione della donna integerrima e dalla verginità immacolata -Agata subì il martirio fra i 18 e 20 anni, pienamente incardinata nel regolare verginato religioso del primo Cristianesimo, oggi si sarebbe detta una Suora, o meglio una Diaconessa- avvolta nel Velo sacro, che ancora oggi fa parte del corredo delle reliquie e la raffigura nel primo esempio iconografico ricordato, il mosaico di Sant’Apollinare di Ravenna, del 550. Mentre il volto a noi tutti caro del busto attuale altro non è che il calco del viso della Regina di Sicilia Eleonora d’aragona, moglie del grande Re patrio Federico III, la cui tomba (XIV secolo) è pure nel Duomo catanese.
Nella prima “liturgia catanese” dopo il ritorno delle reliquie dalla cattività costantinopolitana, nel 1126, si legge: “Tu gloria di Trinacria, tu letizia della città di Catania, tu onore dei tuoi concittadini! Esulta o Catania per il nuovo avvento di Agata…La Sicilia tu difendi, o rosa stimatissima, e proprio la tua patria Catania tanto nobile”. Regnava a quel tempo Ruggero II, l’illuminato normanno fondatore col padre del Regno di Sicilia, da cui bisognerebbe prendere ancor oggi ispirazione. E così come Agata ha salvato Catania da lave e terremoti, e ispirato la Sicilia nelle rivoluzioni nazionaliste (“Sant’Agata e l’indipendenza della Sicilia, viva!” fu codesto il grido dei rivoluzionari che nell’estate del 1837 innalzavano sul pinnacolo del Duomo il vessillo giallo e rosso con la triscele, nell’insurrezione sanguinosamente repressa dai Borboni…), così possa in questi giorni di tribolazione salvare i Siciliani tutti, e i suoi figli più vicini di Catania, dalle difficoltà: lei che ha la predilezione per gli umili e i bisognosi, per i malati, per coloro che sono ristretti in cattività (come ha scritto un poeta coevo, Onarfe Dagoro, “spoglia dell’oro, fanciulla dei poveri, sei degli ultimi la finale speranza”), sia nel suo ritorno tra la gente prodiga di attenzioni.
Molte lacrime, silenti e vistose, si spargono ultimamente alla vista e al passaggio del fercolo argenteo della Santa: sono le lacrime di chi non ha più nulla, ma non ha cessato di credere: o che vuole credere, anche contro ogni evidenza. Per tutti, con i versi del noto Inno (le cui parole sono del camporotondese naturalizzato catanese Antonio Corsaro, Sacerdote illuminato e di libero pensiero, intellettuale finissimo amico di Pasolini, Pound e Ungaretti: insegnò letteratura francese a Palermo, è morto nel 1995) che si canta per le strade, ella è colei che “splende in Paradiso, coronata di vittoria… o Sant’Agata, la gloria, per noi prega, prega di lassu!”.
(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/02/catania-e-la-sicilia-riabbracciano-agata-la-santa-in-giro-fra-il-popolo-il-4-e-5-febbraio/)
Le prime due istantanee sono state scattate dall'autore del blog la mattina del 4 nel 'piano della Statua', l'ultima nel pomeriggio in via del Plebiscito, a Catania...
martedì 21 gennaio 2014
Tradizione ebraica e identità siciliana nel Purim di Siracusa celebrato nella Sinagoga aretusea
Tradizione ebraica e identità siciliana nel Purim di Siracusa celebrato nella Sinagoga aretusea
21 gen 2014, di Francesco GiordanoUna bella e intensa cerimonia religiosa e culturale si è svolta il 19 gennaio, 5774 del calendario ebraico, nella Sinagoga di Siracusa, per celebrare il Purim, ovvero la festa delle Sorti. Chiunque conosca la Bibbia non di nome ed abbia letto il libro di Ester, considerato fra i canonici sia nella tradizione davidica che in quella cristiana, apprende la storia documentata e fondata della Regina Ester che salva il popolo di Israele, a rischio di essere sterminato per l’invidia del malvagio Aman, dalle truppe del sovrano di Persia: e come per questo Ester fu strumento di Dio. La ricorrenza è particolarmente sentita in tutto il mondo ebraico.
Anche in Sicilia, segnatamente a Siracusa dove dal 2008, dopo oltre 500 anni dalla malaugurata espulsione dei figli di Giuda dalla nostra isola a seguito dell’editto di Granada (1492), è sorta la Sinagoga, per forte e appassionata volontà di un uomo mite ed energico, che le generazioni presenti e future hanno e ricorderanno come l’architetto della ricostruzione del Tempio del Supremo in terra di Trinacria: il Rabbino prof. Stefano Di Mauro, tornato in Sicilia dopo cinquant’anni di vita vissuta a New York, medico e nella città statunitense capo rabbino della Sinagoga B’nei Isaac, oggi capo Rabbino di Sicilia.
Abbiamo avuto l’onore di essere invitati alla suggestiva e partecipata cerimonia, nei locali ricostruiti dal Rabbino, in via Italia a Siracusa. Nella memoria, echi dell’atto unico che un filosofo meridionale e libero pensatore, Giovanni Bovio, vergava nel XIX secolo, il dramma “Cristo alla festa di Purim”; eravamo consci della importanza dell’evento, ma ci ha colpito la valenza fraterna, autentica, di ricerca storica e polisemica e pluralista del Purim siracusano. Come è stato spiegato nel corso della festa, prima della lettura della meghillà -serbata in un rotolo-, ovvero la storia della salvezza, la genesi del Purim siculo fu in auge dopo la diaspora, allorchè la particolare ricorrenza veniva celebrata dagli ebrei rifugiatisi a Salonicco e Giannina, in terra ottomana; e se valenti studiosi all’inizio del XX secolo hanno riconosciuto la importanza della meghillà siracusana nella ricerca filologica del Purim siculo-ebraico, è altresì merito del Rav Di Mauro e della Comunità tutta (lode agli attenti collaboratori del Rav, a iniziare dal giovane Gabriele Spagna), aver riportato a’ fasti dei secoli passati la lettura della storia in cui un traditore convertito, cerca invano di mettersi in luce col sovrano a Siracusa ai danni del suoi popolo: però l’inganno viene scoperto e lui doverosamente punito. Il nome di costui è esecrato attraverso dei suoni sincroni provocati da particolari strumenti che agitammo, a mo’ di segnacolo esecrabile. Tale segno non è lontano da altri che in alcune cerimonie documentano passaggi sacri di iniziazioni e rinascite.
Il Purim di Siracusa del 2014, festeggiato dal 2011, oltre alla numerosa comunità ebraica intervenuta in sinagoga, ha veduto il riconoscimento del Comune aretuseo, con l’Assessore Giansiracusa che in tale sede ha portato l’impegno dell’amministrazione nel voler rendere disponibile apposito terreno per la costruzione di una nuova Sinagoga: sottolineando altresì che, se in Comune si discute per la realizzazione di una Moschea, a maggior ragione gli Ebrei di Sicilia, da duemila anni legati alla terra dalle tre punte, han diritto al riconoscimento pubblico. Intervennero pure rappresentanti degli Evangelisti e dei Cavalieri di Pitia, e il neurologo professor Vecchio precisò l’importanza del perseguimento della Pace universale, contro ogni fanatismo da qualunque parte provenga. Ciò che colpisce e meraviglia, a noi fautori di internazionalismo nonchè di sicilianismo, non è tanto l’aver udito tante lingue invocanti una sola sacralità, l’ebraico, il greco di Ioannina magistralmente letto in una lirica dall’appositamente intervenuto professor Guzzetta dell’Università di Catania, ma è anche la realtà incontrovertibile che per gli ebrei della Sinagoga siracusana la cultura e la lingua siciliana sono patrimonio della loro stirpe e contestualmente comune a tutti i popoli dell’Isola del Sole.
Quando il Rabbino Di Mauro ha rammentato che nel 1400 gli Ebrei siciliani parlavano, e scrivevano, la lingua sicula, oggi sovente e erroneamente declassata a dialetto, e i partecipanti intonavano con intensità “Vitti na crozza” e “la Pampina di l’aliva” nonchè la storia del Purim letta in siciliano moderno, noi pensavamo che tutti a quel tempo, dal Re all’ultimo scrivano, usavano il siciliano nei documenti diplomatici (persino la cancelleria vaticana rispondeva in siculo ai Vicerè), nonchè riflettevamo su quanta ignoranza v’è nella storiografia ufficiale, cristiana o laica che dir si voglia e maggioritaria, delle identità siciliane, le quali codesta piccola ma coesa e integrata comunità fa proprie, esalta e valorizza. Per queste ed altre importanti ragioni, non ultimo il fatto che la Sinagoga e il centro Sefardico Siciliano di Siracusa organizzano corsi di lingua e cultura ebraica (siti:centrosefardicosiciliano, e Sicilia ebraica), non si può che rendere grazie all’altissimo Adonai, che ha permesso alle luci della menorah di risplendere, come fu sin da ere primeve, in terra di Sicilia, dopo secoli di oblio. Non dimentichiamo che i sovrani Normanni furono maestri di tolleranza dopo la riconquista, e quando, per l’economia -come da noi ricordato nel volume “Progetto Sicilia”- si verificava l’espulsione degli ebrei dall’isola, la circolazione monetaria ed i commerci ebbero una contrazione vistosa e difficilmente rimediabile.
“Muoviti, favella, a raccontare e prodigi a professare: i Siciliani a ridestare; con vino falli ubriacare! Mangiate e bevete Siciliani! Che ciascuno faccia festa! Meraviglie fa il Dio nostro, Con gli Yehudim le compie… Gloria grande al Dio Signore che ai Giudei ha fatto grazia! Che ci invii Elia il profeta per il giorno Grande e Terribile”: con queste parole e il rituale Shalom, suggellato dai gustosi dolciumi che il banchetto finale del Purim non fa mai mancare, si compì una festa non solo ebraica, ma di tutti i siciliani, specie del popolo, dei poveri, come nella tradizione biblica si tramanda, laddove cadono dal trono i potenti e si esaltano gli umili. Tutti i buoni e i giusti, in libertà eguaglianza e fratellanza, sanno e condividono. Nella Luce.
(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/01/tradizione-ebraica-e-identita-siciliana-nel-purim-di-siracusa-celebrato-nella-sinagoga-aretusea/)
giovedì 9 gennaio 2014
"Conosci te stesso": interessante convegno al castello Leucatia di Catania
"Conosci te stesso": interessante convegno al castello Leucatia di Catania
Un interessante e articolato convegno, sul tema sacro del "Conosci te stesso", si è tenuto il giorno 8 gennaio nei locali del cosiddetto castello di Leucatia, sede del centro culturale comunale intitolato a Rosario Livatino e della circoscrizione di quartiere Canalicchio di Catania; lo han curato le associazioni "Vita Nova" di Giarre, "Diritto Umano" di Catania e "Accademia Templare" di Messina, i cui responsabili hanno dato l'avvio ai lavori. Colpì la partecipazione massiccia del folto pubblico, evidentemente interessato ad apprendere ciò che mente occhio e parola possono solo segnalare, e che la ricerca interiore può sceverare se si è degni.
Le relazioni dei partecipanti, dallo psichiatra Carmelo Zaffora che intrattenne sulla Kabbala ebraica, al prof.Rosario Leonardi che approfondì proprio il tema del "Nosce te ipsum", dal prof. Palumbo che affrontò nella sua veste universitaria un argomento poco propenso a farsi gestire da' canoni della ricerca tradizionale e post umanistica; dalla dottoressa Cimino che vòlle riferire sul tema della iniziazione femminile, così fervido di intramontabilità, al dott. Giuseppe Barresi che tracciò esaurientemente la ricerca iniziatica nella via massonica, furono densi di contenuto e luminosi di significati; il coordinamento fu affidato all'avvocato Matteo Licari e, tra le introduzioni, quella di Camillo Barbagallo presidente dell'associazione Vita Nova di Giarre. Il celebre motto scolpito sul frontone del tempio di Delfi oltre duemilacinquecento anni fa, è invito alla ricerca interiore, psicanaliticamente all'autoanalisi, socraticamente al confronto quindi al dialogo. Solo attraverso di esso si può giungere, per gradi, alla rivelazione. Non a tutti è aperto il passaggio, ma a ciascuno è dato di tentare.
Concluse tra coloro che vòllero apportare il proprio contributo, il Rabbino capo di Sicilia prof.Stefano Di Mauro, appositamente giunto da Siracusa ove ha sede la Sinagoga, ricordando che la via iniziatica è insita nella ricerca biblica, di cui l'ebraismo custodisce parte luminosa ed essenziale, e nondimeno è nel confronto e nell'armonia filosofica che si deve cercare il fondamento della ricerca ben al di là delle diverse fedi o confessioni religiose: perseguire il cammino che unisce sotto il medesimo sempreverde albero, giammai quello che divide, fonte di profanità e divisioni.
Per noi avvezzi alla Parola perduta, il constatare come molti giovani fossero presenti e partecipi a tale iniziativa didattica ma utile per ulteriori approfondimenti, non può che essere fonte di gioia e fraterna soddisfazione: e se il convegno, come leggemmo in certa stampa poco edotta se non incline all'oscurantismo post medievale che neppure certi sacri palazzi d'oltre Tevere praticano più, per fortuna, sin dai tempi del Precursore venuto dal bergamasco, ebbe pure delle critiche ingenerose e ingiuste, ciò fu segnacolo di come, anche se in maniera ventilata, quelle forze oscure dell'ignoranza, che il sommo Mozart delineò nella figura del nero lussurioso servitore nel Flauto Magico, sono ancora attive e all'opera. Ma sappiamo che la Luce disperderà sempre le tenebre e che l'Armonia tra le colonne, come nel finale di quell'Opera meravigliosa, regnerà perennemente sui mondi.
Lodevole incontro quindi, quali ne siano le fonti ispirative, perchè nel nome della fraternità che è universale, sempre e comunque, se si è intenti alla costruzione nella tolleranza e con cuore puro, oltre i distintivi di appartenenza, ci si ritrova; e, per dirla con le parole di Filone di Alessandria (contemporaneo del Cristo), ebreo filosofo e mistico, nelle "Allegorie delle leggi divine", "se la mente morsa dal piacere, dal serpente di Eva, riuscirà a vedere l'anima con la bellezza della virtù, cioè il serpente di Mosè, per questo mezzo, Dio stesso vivrà; unicamente guardi e conoscerà".
F.Gio
(Nelle immagini, la locandina del convegno, e il Rabbino di Sicilia prof. Di Mauro)
martedì 31 dicembre 2013
lunedì 23 dicembre 2013
Natale 2013: Mario Rapisardi, "In vigilia nativitatis Domini"
*Natale 2013: Mario Rapisardi, "In vigilia nativitatis Domini"
Siamo stati sempre persuasi che il Natale, già Dies Natalis Solis Invicti Mithra e poscia giorno della nascita del Maestro in Israele assurto a Re dell'olimpo Cattolico, sia una festa della Luce. E la Luce è degli ultimi, dei più poveri, in ispirito e materialmente. Vera la frase dell'Unto, che serba il "regnum coelorum" per loro.
Miglior ricordo non può perciò esservi, in codesto blog rapisardiano dalle origini, che celebrare il Vate dell'italica Poesia nel XIX secolo, con una delle sue liriche più incisive, ove l'afflato per gli irredenti è contrapposto all'epa croja della borghesia arricchita, contro cui sempre il Rapisardi si scagliò in modo veemente e sferzante. L'attualità del quadro della lirica che segue è evidentissima ancor oggi, nel XXI secolo, pur essendo stata pubblicata nella raccolta 'sociale' "Giustizia" nel 1883.
Laus tibi, Mario. La tua voce e la tua Luce ancora risplende, "sotto a' firmamenti, eterna". Anche nel Natale.
* L'istantanea è del 1911: Mario Rapisardi è nella terrazza della casa di via Etnea alta, presso il roseto.
In vigilia nativatis Domini
Essi son là, seduti in giro al verde
Tappeto; in man le carte
Ha Crispo, il baro gentiluom che perde
Il primo giorno ad arte.
Di contro a lui Mena sbuffante e rosso
Squadra la faccia arcigna;
L’audace seduttor Celio a ridosso
Fuma l’avana, e ghigna.
Fonde Miron la facultà sua nova,
E con gentil contegno
I baffi arriccia, e dà publica prova
Che del suo stato è degno.
La nuova sposa intanto a un nuovo damo
Uccella, e cauta il piglia
Al cubàttolo, e aggiunge qualche ramo
A l’alber di famiglia.
Sgrana Clodio il cisposo occhio, ed ammicca
Al sozio, chè con frasche
Accorte fra di lor Livio si ficca
Visitator di tasche.
Nè Fulvio manca il nobile bardassa
Dal medicato crine,
Che l’oro vinto rastellando ammassa
Con le rosee manine;
Mentre il rubesto Lio, mèsso a le strette
Per angustia del loco,
Gli si cuce a le groppe ritondette,
Pensando a un altro gioco.
Qui il baronetto da l’ambigua razza
Pallido ride e scocca
Arguzie, ed a supplir quel che biscazza
Altr’oro a Taide scrocca.
Bieco troneggia a canto a lui maestro
Sosia, l’ingentilito
Sensal, che perde men, benchè mal destro,
Di quanto ha il dì rapito.
Là il vecchio Grifio da la spelacchiata
Zucca ritinta e da la
Barba verdastra la sua posta guata,
E se perde s’ammala.
E intorno intorno, sporgendo il sembiante
Ebete, la moneta
Trepido gitta e mormora il galante
Armento analfabeta.
Nè perchè per le folte sale prave
Stagnino l’aure, e i lumi
Rossi usurpino l’aria ultima, grave
Di rei flati e di fumi,
O per la notte in nero agguato a l’uscio
Sotto il nevoso azzurro
Li abbranchi, ad onta del velloso guscio,
Il frigido cimurro,
Men protraggono il ludo arduo. Non vide
La Patria, è ver, nei suoi
Trionfi e ne le sue fortune infide
Questa matta d’eroi;
Non però de la Patria essa è men degna,
Men generosa e forte,
Se in altri campi e sotto ad altra insegna
Sa dispregiar la morte.
Oh viva! E tu fra tanto a la gentile
Ammassa oro, e con epa
Digiuna su’l piccone e su’l badile,
Sozza canaglia, crepa.
O, se l’ora notturna ozio concede
A le tue membra fiacche,
Corri a mugghiar del vecchio nume al piede
Le tue preci vigliacche.
Ma non più, ma non più nascer vedrai
Su’l consueto strame
Il novo Dio: troppo ha sofferto omai
Dal freddo e da la fame;
Troppo del Fariseo tristo il flagello
Esercitò le prone
Spalle. Ei rinasce: il mansueto agnello
Tramutasi in leone;
E rugge e lascia il nero antro. I palagi
Tremano a’ suoi ruggiti,
E quei che nuotan fra delizie ed agi
Guatansi inorriditi;
Guatansi. Da le rie mani a costoro
Cadono le segnate
Carte; le granfie gittano su l’oro...
Qui, qui da le sudate
Officine, da’ campi a voi fecondi
Di triboli e di fame,
Larghi d’ozj e d’amori inverecondi
A l’aureo vulgo infame;
Dal famelico mar, da’ covi in cui
Co’ figli e la consorte
Marcite, da le grotte ove ad altrui
Scavate oro, a voi morte,
Qui, qui irrompete, o tristi greggie umane,
O vecchi, o spose, o madri,
O bimbi senza vesti e senza pane,
Ai ladri, ai ladri, ai ladri!
venerdì 15 novembre 2013
Domenico Tempio Poeta, ricordato a Catania, a cura di Akkuaria
Domenico Tempio Poeta, ricordato a Catania, a cura di Akkuaria
Si può parlare, nella Catania decadente del XXI secolo, del Poeta settecentesco in lingua siciliana Domenico Tempio, in un luogo antiaccademico per eccellenza, come un panificio-bistrot? Sì, se l'aere è quella della nouvelle vague francese degli anni '50 del XX secolo, e si cita il Miller di Tropico del Cancro e Ungaretti, se si spazia nella temperie culturale europea del tempo dei Lumi, senza cadere nel paludatismo; se anche si recitano le liriche erotiche per cui il sulfureo Tempio è notissimo, e contemporaneamente, con la guida del volume "Domenico Tempio cantore della Libertà" (http://www.akkuaria.org/francescogiordano/index.htm), si interpreta il Poeta nel suo aspetto di fustigatore dei vizi e dei costumi dei governanti di ieri e di oggi, e si tiene sempre presente che egli fu lirico illuminista.
Tal congerie di varie note si può addebitare solo a una donna che della lava dell'Etna è figlia e creatrice infaticabile di codesti eventi, piccoli ma ciclopici per l'essersi dipanati in oltre tre ore di letture, dissertazioni dotte, dibattiti, colloqui liberi, con degustazioni di pizza, pane condito e bruschetta offerti dal mastro panettiere e padrone di casa Mignemi: è Vera Ambra, anima e artefice dell'associazione Akkuaria, che sola sulla faccia della terra continentale di Sicilia, può fregiarsi di questi santi laici peccati.
E se è la pietra che si fa carne, come si commentava dopo le 23 ancora sui versi tempiani, nelle architetture settecentesche che hanno di osceno solo per chi vuol vedere il peccato nel gonfio barocchismo gioioso di una città che fu di preti e suore e ora è di laici ignoranti, tra l'attento e coinvolto uditorio non a caso vi fu anche un sacerdote, che segnò con la sua presenza anche la democraticità della Chiesa verso un Poeta che comunque in un tempio della cattolicità fu sepolto, nel 1821 anno di sua morte. Nel trascorrere dei versi, il pittore Salvatore Barbagallo, verticalista, dava adito alla sua vena artistica, tracciando opere su carta.
Vera Ambra inaugurò così la nuova stagione di appuntamenti letterari in Catania nell'accogliente locale, con atmosfere alla Cocteau e nel segno di quegli intellettuali dolci, stile Prevèrt, la cui luminosa Patria d'oltralpe i nostri catanesi del XVIII secolo, Tempio e gli amici suoi Ignazio principe di Biscari e il Vescovo Ventimiglia dei Belmonte, amavano precipuamente tanto da studiarne con accanimento i libri. La rivoluzione era alle porte, anche se lambì non la politica della Sicilia infeudata ai felloni di casa Borbone, ma le menti e i cuori di quei governanti, che furono negli anni tempiani, il Caracciolo e il Caramanico.
Che poi si sia passati, nella serata del 13 novembre 2013, con ingresso da largo Bordighiera 13 (ed il 13 segno di Morte che si tramuta in Immortalità, è pura sincronicità junghiana voluta dal Tempio medesimo...), dalla dissertazione dello studioso Francesco Giordano, autore del saggio critico di cui sopra sulla vita e l'interpretazione delle opere tempiane, alla lettura delle poesie politiche "La Libirtà" e la "Libraria", a quelle piccanti de "L'imprudenza o lu Mastru Staci" e "A Clori" , fu inevitabile e anche amabilmente permesso: come si convenne che il dicitore Orazio Costorella recitasse la caleberrima "Monica dispirata", di cui si analizzarono anche le scaturigini storico-filologiche.
Volle lo scrittore Pippo Nasca dare una sua interpretazione narrativa del vissuto tempiano, e la serata si concluse così, con la consapevolezza nell'uditorio di aver conosciuto, o meglio ri-conosciuto, un grande figlio di Catania, della Sicilia e dell'Europa libera d'ogni tempo, il quale visse in un'epoca di grandi sconvolgimenti ma non si espose se non quel tanto che permetteva la Musa parnasia: cioè, in modo d'aquila.
La "Donna di misteriu" di Tempio, la Natura di "lu gran Tuttu", può dirsi appagata, perché in un clima appropriato e fuori da ogni ufficialità, si parlò della Poesia, povera nuda ma quanto splendente nella sua Libertà.
(***)
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