lunedì 25 gennaio 2010

Thesaurus memoria, ovvero l’Archivio Comunale di Catania


















Un viaggio nello scrigno del tempo, in quel luogo di inesauribile vivacità ove nulla cede alla mòrsa corruttrice degli eventi; nelle cui sacre sale l’uomo si scambia segni segreti di amore fraterno: dònde si rinasce a novella luce. E’ tale il senso della conferenza, assaj interessante, svoltasi il 23 u.s. nel bel salone auditorium del tempio di Santa Maria dell’Ajuto (rètto con sapienza da Monsignor Carmelo Smedila), a cura della Unione Cavalleria Cristiana Internazionale, dipanata dalla dottoressa Marcella Minissale, direttrice dell’Archivio Comunale di Catania; intervennero pure il dottor Trovato, del medesimo Archivio, e l’architetto Rosangela Spina, che focalizzò l’attenzione sulla curiosa e per certi aspetti controversa ricostruzione, negli ultimi secoli, di alcuni edifici della architettura civile etnea, molti pregevoli per l’opera dei valenti ideatori.
Il risalto necessario che l’eloquenza dòtta e preziosa di Marcella Minissale dònò nella minuta e dènsa ricostruzione delle vicende dell’Archivio catinense, non possono che essere divulgate all’uditorio intervenuto e diffuse nel vasto etere ed attraverso la stampa, per quell’intento meritorio che da diversi lustri la dirigente si è impegnata ad ottenere dalla cittadinanza còlta e sensibile: ‘adottare’ cioè il complesso e composito materiale archivistico, rendendolo non solo fruibile nel massimo grado a tutti, ma anche affatto comprensibile ed utile, per la ricostruzione della memoria cittadina. Quel filo rosso ideale che lega, attraverso il labile presente, il passato al futuro: il quale subiva un vulnus forse irreparabile nella sua plasticità arcana (anche se in parte sanato dalle riproduzioni di microfilm di documenti inerenti la storia amministrativa della città, operati negli anni Sessanta dal paleografo Cardarella dall’Archivio di Palermo: tessitura che ha permesso di colmare la grave lacuna), durante il terribile incendio che quasi completamente lo distrusse, il 14 dicembre del 1944, con i locali del palazzo municipale. Non si deplorerà mai abbastanza che quell’atto, scaturito da fatti concreti che oggidì la storiografia tende a dimenticare (la cosiddetta rivolta del "non si parte" ed i moti separatisti, la cui compagine peraltro fu vittima e non attrice dell’evento), distrusse documentazioni importantissime, delle quali abbiamo serbato l’inventario del 1934 operato dal solerte archivista dell’epoca, Avila: tra essi le "giuliane" ed il "Libro rosso" delle mastre nobili dal XV al XIX secolo, gli Atti dei Giurati e del civico Senato del medesimo periodo, oltre una svariatissima mòle di carte, concessioni, fideiussioni, gabelle, lettere. Tutto divorarono le fiamme in quell’infausto giorno, mentre il Sindaco Carlo Ardizzoni fuggiva, impotente, dal portone nord del Municipio per non finire nelle mani dei rivoltosi. Forse non a caso, quell’Ardizzoni figliolo di Gaetano, grande amico e sodale del Vate etnèo Mario Rapisardi, per cui "Volge fortuna i torbidi \ flutti, e con mobile talento opprime \ ne’ gorghi atri le specie, \ ch’or or dell’essere toccàr le cime" (Alla virtù, dalle Poesie Religiose), già ultimo Sindaco prefascista di Catania e primo dalla liberazione, dovette sanzionare con l’igneo segno, la dipartita del vecchio mondo.
La ricostruzione del fondamentale tempio della memoria amministrativa catanese fu lunga e complessa, trascorrendo tutti gli anni fecondi del dopo guerra: punti fermi, l’impegno dell’avvocato Frazzetta che presentò all’uopo una relazione nel 1947, e la commissione voluta dal Sindaco La Ferita nel 1955: di essa fecero parte coloro che, può affermarsi senza dubbio, s’armarono degli strumenti necessari e, architetti ed operaj, impegnàronsi per ridonare dignità storica alla città: i docenti Carmelina Naselli, autorità nell’ambito del folklore, Matteo Gaudioso di paleografia e diplomatica, e Salvatore Santangelo, maestro di Filologìa romanza (nonché autorevole esponente della Massoneria etnèa); coadiuvati dall’apporto del filone ‘ecclesiastico’, di cui erano magna pars l’Assessore alla Pubblica Istruzione Filina Gemmellaro, anima per molti anni del CIF locale, e Monsignor Antonino Di Stefano. La Commissione negli anni successivi ha veduto l’apporto del bibliotecario Andrea Cavadi, e dei docenti Vito Librando e del chiarissimo Accademico Giuseppe Giarrizzo, il quale fu, in certo senso, il Socrate della rinascita dell’Archivio, trasferito finalmente nella degna e funzionale sede di via Sant’Agata, in fondo a via Santa Maria del Rosario, alle spalle del piano dell’Università, locali ex tempio del Rosario o di Santa Caterina, distrutti dall’incursione aerea degli ‘Alleati’ nell’estate 1943, poi venduti e riadattati dal Comune. Rammentiamo la bella cerimonia, ove fra l’altro si installò nelle stanze attigue la Fondazione Verga (quasi parallela la nascita di questa al ‘risorgimento’ del civico Archivio), abbondante di carte e manoscritti, alcuni ancora inediti, del celeberrimo scrittore verista: era già al ‘timone’ di codesta prestigiosa ‘nave’, Marcella Minissale, donna di multiforme ingegno che in questo dodicennio ha proposto, ad un pubblico sempre più attento e ricettivo, attraverso diverse mostre documentali (le carte commerciali dei Verga, le lettere degli internati, ricordi di eventi sportivi, per ultimo esposizione di rari tomi) e presentazioni di libri di autori contemporanei, una immagine plurisemantica e caleidoscopica dell’Archivio, la quale sia assolutamente lungi dagli schemi polverosi, che vedono l’archivista sommerso da quintali di quella "polvere vincitrice" della quale, anni fa, ci narrava il compianto arabista Francesco Gabrieli, in un suo racconto-verità. Vince davvero la polvere a volte, nelle pieghe del privato: ma una pubblica istituzione deve donare, pietra grezza ben levigata da sapienti mani –fu questa una bella lezione di vita che più volte, dalle sale dell’Archivio, suggerì, con lo stile elegante che lo contraddistingueva, il compianto storico e già Sovrintendente Gianfilippo Villari-, la luce a coloro che ne fruiscono. E’ tale l’impegno della dirigenza e dei solerti e meritevoli collaboratori: ivi i registri dello Stato Civile di Catania dal 1820 al 1905 possono svelare misteri e sciogliere privati e pubblici enigmi; ivi le carte dell’ECA rammentano della tragedia dei bisognosi, quasi tutti, che la infelice guerra provocò; ivi la digitalizzazione in corso di molto del notevole materiale documentario, ove completata anche in parte (percorso iniziato già col volume "Il riscatto della memoria" ed accluso CD, del 1998), permetterà allo studioso di sentirsi confortato, nel perseguire un cammino non più oscuro ed irto di ostacoli, ma semplificato.
Così quel luogo già sacrato alle lodi di Nostra Signora, immortale stella che ogni essere di polvere, nel breve tratto del cammino vitale, guida silente ma incorrotta nella sua maestà soavissima, riceve ancor oggi prestigio, anima e dolcissimo cuore.
 
FGio

venerdì 15 gennaio 2010

Pergamene, opuscoli e fotografie in mostra per Sant’Agata alla Biblioteca Civica del Monastero ex benedettino di Catania






















Se i luoghi della memoria sono inondati di Luce sublime, quella luce proveniente dall’animo puro di coloro i quali, anche per breve tratto, albergano sulla terra spargendo i semi della conoscenza, allor si può dire, fugate le tenebre, dissolta la coltre dell’ignoranza, spalancate le porte della Libertà. Quale poi sia il concetto di quest’ultima e se a molti è dato di comprenderla nella sua essenza, è altra indagine. Parrebbe rinvoltolato in paesi lontani codesto incipit, se non si narrasse della mostra di pergamene e pubblicazioni a stampa concernenti Sant’Agata, corredata da una esposizione fotografica, inaugurata il 14 gennajo nei saloni delle biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero di Catania, allocata nell’ex monastero dei Benedettini. Quello "spazio fisico illustre, cui bibliotecari e lettori han serbato dignità e prestigio, che ha ormai un’identità storica percepibile" (scriveva nel 1992 l’illustre professor Giarrizzo nella presentazione al catalogo dei periodici della medesima), è da alcuni anni sede di importanti manifestazioni. Continuando su tale via, proseguendo la mostra "Scienze ed arti in Sicilia nel XVIII secolo", inaugurata lo scorso dicembre e sino a primavera allestita nella splendida sala Vaccarini, l’esposizione di fogli volanti, opuscoli, documenti e libri concernenti l’Iside catinense (è oramai storicamente accertata la derivazione del culto agatino da quello isiaco: anche se ciò può ad alcuni inclini al fanatismo, ma tale nebula confidiamo sia vieppiù dileguata, dispiacere) che appellasi "la buona", dall’etimologìa ellenica. Agata la vergine e protettrice della città da mille ed ottocento anni ivi rivive, nelle poesiole, nelle stampe coeve, nelle pubblicazioni ingenuamente celebrative, esposte con la solita cura e la particolare passione che la contraddistingue, dalla Direttrice della biblioteca Rita Carbonaro (coadiuvata dalla dottoressa Di Mauro e dallo staff di giovini e gradevoli ragazze ‘stagiste’ che, in momenti difficili per le casse comunali, mercé la collaborazione della attigua Facoltà di Lettere, collaborano al funzionamento della struttura), la quale in questo come in tutti i suoi interventi, riesce in poco tempo e col massimo impegno a costruire ex novo una immagine gradevole e simpatica della biblioteca, che deve accogliere il pubblico con garbo e socialità.
Ci parse estremamente appassionante, al riguardo, l’esposizione (di cui riportiamo una istantanea) della pergamena originale con suggello in ceralacca del 1195, un privilegio e conferma in favore del Vescovo di Catania e della chiesa di S.Maria Rovere Grumo, di un molino in territorio di Adernò, concesso già in privilegio da Re Guglielmo: è un provvedimento, anno primo del regno di Arrigo VI Imperatore e Re, della Regina Costanza d’Altavilla sua consorte, "Dei gratia Imperatrix sempre augusta et Regina Siciliane". E’ quella "Costanza imperatrice" (Purg. III, 113) ricordata da Manfredi poiché sua celebre nonna, e madre dell’Imperatore ‘stupor mundi’ Federico II, la quale ricorda con passione, da ultima discendente della Casa Reale normanno-sicula degli Altavilla che per prima (dopo la riconquista della Sicilia dalla dominazione mussulmana) la dinastìa sua eresse –e ne vòlle abate il benedettino Ansgerio- il tempio supremo ad Agata, nella platea magna del Duomo. La conferma del dono di un molino oggi forse parrà poca cosa: non così nel XII secolo, quando era vivo Francesco d’Assisi e ben si conosceva il valore del pane. Altra pergamena in esposizione è quella della regina Maria d'Aragona, che concede ulteriore privilegio a Sant'Agata, del 1393. Vi è poi il foglietto volante dell’Ode a Sant’Agata che il quindicenne Mario Rapisardi (ivi però risulta coll’autentico cognome di Rapisarda) fece gettare dai balconi del palazzo Tezzano di piazza Stesicoro il 4 febbrajo del 1859, poesia già frutto di reprimende da parte del censore borbonico, nonché primo –ma inane- ramuscello della ben più copiosa, e densamente poetica, produzione dei decenni successivi (del resto, egli mai vòlle riconoscere tale componimento, che infatti non compare nella edizione definitiva delle opere). Tali documenti si trovano esposti nella sala di lettura; mentre nel refettorio piccolo alcune bacheche custodiscono i preziosi manoscritti della nota cronaca delle festività agatine dei Cristoadoro, della metà del XIX secolo; in altre teche libri coevi sulla storia della Santa etnea, ed un simpatico angolo con taluni pieghevoli di feste private che un noto mecenate catanese, il Barone Mario Ursino, ha recentemente organizzato nella sua magione. E’ in ogni caso una esposizione variegata, la quale alfine si arricchisce di ventidue istantanee del fotoamatore Salvo Sallemi, a colori ed in bianco e nero –quest’ultimo estremamente più significativo-, le quali colgono momenti essenziali e vividi delle festività che si dipanano nei giorni di febbraio, trasmettendo allo spettatore un crescendo notevole di emozioni e di impressioni, che difficilmente la narrazione verbale riesce a donare. Può anzi affermarsi, come si disse nella dissertazione amena che avemmo coll’autore, che il bianco e nero delle foto sta all’ascolto della radio, come il colore si può paragonare all’invasione barbarica delle trasmissioni televisive. E’ il popolo di Catania, quel popolo particolarissimo, che nelle foto emerge e trionfa: il vero ed autentico popolo dei devoti, il medesimo nel trascorrere dei millenni, grossolano còlto aristocratico nella sua eloquente barbaricità, dènso di spontaneità autentica, quasi oltre il muro del tempo: dal ‘navigium Isidis’ di Apulejo alla passeggiata della Marina del fercolo, l’afflato supremo, oltre i dogmi e le superfetazioni, rimane inalterato.
Riguardo la visione tecnica delle fotografie, unico punto dolente –che però solo l’occhio acutissimo può cogliere-, e tuttavolta quasi inevitabile a causa della incombente modernità, è l’uso del digitale, che ha da qualche anno soppiantato, ma non fatto tramontare, la pellicola. Le opere fotografiche di Salvo Sallemi, componente della associazione civica di fotoamatori ACAF la quale ha in preparazione un catalogo ove saranno inserite, sia per il loro dinamico movimento quasi scenico, sia per la non comune tecnica di prospettiva, meritano ampia visibilità: una occasione del genere è senza dubbio alcuno congeniale al fine di farne conoscere le caratteristiche.
Nondimeno, mentre il battito dell’ali della grande aquila del Monastero ora deve trovare altri e più silenziosi rifugi, per costruirsi la propria tana, che non sia il tònfo vanìto del portale che immette nella sala Vaccarini, noi rammentiamo, con le parole di uno dei suoi studiosi migliori, il professor Antonio Di Grado, con riferimento alla biblioteca, il passaggio di Federico De Roberto che –forse svogliato bibliotecario aggiunto, negli anni 1894-95- non si peritò solo di ambientare, nella intiera cornice del monastero, il suo prospettico romanzo, ma vide sempre come "quei luoghi potevano assurgere perfino a scena primaria, a privilegiato fondale, per quel poco che possiamo saperne, di rivisitazioni oniriche, d’incubi che sono le prime esemplari narrazioni del disagio derobertiano, della sua tormentata iniziazione, del suo romanzo familiare" (in La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto gentiluomo, Catania 1998, pag. 230\31). E’ un romanzo familiare, un percorso dell’anima che coinvolge quanti di noi sentono ruggire dentro il genius loci. Che narra, oltre il gioco di ombre e silenzi rarefatti da ricongiungere e delicatamente ricostruire come impalpabile tela di aracne, sempre e sempre d’amore.

FGio
Nota: Le fotografie della festa di Sant'Agata sono di Salvo Sallemi, qui riprodotte per gentile concessione; quelle del salone della biblioteca e della pergamena, sono dell'autore dell'articolo.

mercoledì 23 dicembre 2009

Sul presepe esposto dall'Associazione Artisti e Creativi a Catania, Centro Culturale Concordia


Se la materia dònde son composte le feste natalizie, si concreta come cristalli di ròcca, in appariscenti lustrini e tradizionali addobbi, le vesti della superba invenzione francescana del Presepe, hanno particolare valenza, come un pìcco sporgente dal tranquillo mare. Eppure anche in questo costruire, si può essere dirompenti nel silenzio assordante dell'immagine: è ciò che Graziana Scalisi, Giorgio Russello ed Ezio Scandurra han fatto, nella loro originale esposizione interpretativa del presepe, allestita in questi giorni al Centro Culturale Concordia -in via Plaja 43 a Catania- in occasione della mostra di presepi di varia provenienza, patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune. E' l'esordio ufficiale, come ha dichiarato la scrittrice Vera Ambra che del sodalizio è animatrice, della Associazione Artisti e Creativi. Apparentemente manierata la forma, assaj originale la sostanza. C'è, per chi vuol vederla, quella "cornamusa del Natal" cantata in celebri versi dal Vate italico Mario Rapisardi; v'ha nondimeno un quid rivoluzionario, nel televisore zèppo di telefonini cellulari, in forme ovoidali che ricodan feti e forse son cervelli, in marionette mute ma dall'ugola possente, appese a fili visibilissimi al muro; v'ha da narrare molto quella lumaca enorme, il cui guscio è composto da fogli di giornale (sì, proprio le nostre parole che amiamo vedere ancor stampate nero su bianco mediate da inchiostro e carta: osservate quanto valore hanno, a che fine giungono...), assisa in modo eloquente nell'angolo. Bisogna guardare oltre le forme, ed i nostri artisti lo fanno, forse in modo troppo esplicito: e però bisogna dar loro atto di tenere diritta la barra, come nocchieri indomiti, verso la mèta intravveduta oltre le erculee colonne.
Quelle marionette, cercano le nuvole: proprio il clima natalizio, che sovente indulge allo spleen poetico, può essere spesso, forse in modo massimamente plastico che la pur nobilissima e non negoziabile culla di Greccio, intravveduto leggendo artisticamente l'esposizione di Graziana Scalisi, Giorgio Russello ed Ezio Scandurra, fra i cirri dell'incipiente tramonto. Lo capì un poeta maledetto come Pasolini che, regista, suggerisce al Principe Totò De Curtis, vestito da Jago e gettato da un curioso spazzaturajo Modugno nell'immondizia: "Guarda, le nuvole... Struggente bellezza del Creato...". Così ad uno straniero che dichiarava di non amare nè la famiglia, nè la patria, nè Dio, nè la bellezza, Baudelaire (in uno degli straordinari poemetti in prosa), fa dire: "Eh! ma allora cosa ami, straordinario straniero? -Amo le nuvole... le nuvole che vanno... laggiù... laggiù... le meravigliose nuvole!"
F.Gio

martedì 15 dicembre 2009

L'altarino di Sant'Agata in via della Palma a Catania




Sino agli anni Venti del secolo XX, la processione del fercolo di Sant'Agata in Catania, oggidì conosciuta in tutto il mondo attraverso i mezzi di comunicazione, ma già in passato celebre per fasto e maestosità, percorreva via Vittorio Emanuele, sino al tempio detto di S.Agata 'alle sciare', a nord dell'odierna piazza Machiavelli, ove si eresse tal luogo di culto a memoria dell'immagine della Santa protettrice dela città, ivi trovata durante l'invasione delle lave del 1669 nel territorio civico. Nella salita -la strada che fu detta reale, ai tempi borboniani, procede in leggero declivio dal Municipio verso ovest- , il fercolo si arrestava all'angolo còlla via della Palma: il motivo è la presenza di un altarino che racchiude una immagine della 'Santuzza', poco distante dall'incrocio.
La processione, da circa settanta anni, prosegue per altre vie, ma l'altarino è ancora lì, tra il civico 48 ed il 50 di via della Palma, accanto al cortile chiamato 'di Agatina', non a caso. La storia di codesta edicola sacra è interessante e poco nota, sebbene i catanesi autentici che ivi transitano lo osservino con affetto. Bisogna innanzi tutto precisare che la via della Palma, la quale si percorre 'a pinnìnu', come si afferma in lingua sicula, ovvero in discesa da nord a sud, intersecando via Vittorio Emanuele, via Pozzo Mulino sino a via Garibaldi (ove angola col tempio di S.Maria della Palma, adesso adibito a sede teatrale), è tra le strade più antiche della topografia di Catania. Essa è già presente nella pianta del XVI secolo della città disegnata dal Braun, ove si nota una immensa palma che sovrastava le abitazioni circostanti, dònde il suo nome.
L'altarino di Sant'Agata nasce evidentemente per intenzione del vicinato, a puro scopo devozionale, nel XIX secolo (se non prima: non si dispone di testimonianza anteriore), ma rovina, come alcune abitazioni vicine, per la particolare conformazione della strada, durante il terremoto di Messina del 1908 che, sebbene in misura lieve, data la sua potenza, apportò alcuni danni anche in Catania. La spiegazione che infatti si legge nel marmo, sotto l'inferriata che protegge una immagine a stampa della Vergine catinense (di nessun valore artistico invero: mentre sconosciamo l'originale icona) è la seguente: "W S.Agata. S.Agata vergine e martire - a grata e perenne memoria - per la liberazione del terremoto - del 28 dicembre 1908 - il vicinato devoto ristorò". E' evidente, in codesta invocazione protettiva, il ricordo mai spentosi nelle generazioni di catanesi, dei sismi che negli ultimi secoli distrussero o danneggiarono gravemente la città: nel 1818, nel 1783 e, tremendo e distruttivo in assoluto, quello del 1693 che lasciò solo rovine, per cui l'urbanistica di Catania è affatto settecentesca. Dopo quell'evento spaventoso, mutàronsi persino i nomi di alcune strade: via della Palma invece, quasi come mònito di indistruttibilità, rimase appellata nel medesimo modo. Evidentemente la protezione di Sant'Agata per questa via ed i suoi abitanti è particolarmente efficace. Ancora oggi, nei giorni di febbrajo e di mezz'agosto, festività agatine, molti devoti depongono ceri votivi inanzi alla sacra effigie, che documenta un culto quasi bimillenario(se non si computa il precedente isiaco, sul cui tronco fervidissimo quello della Vergine Agata s'innestò felicemente), che unisce in appassionato amore l'intiera comunità dei catanesi, in patria e nel mondo.
FGio

(fotografie dell'Autore: l'altarino illuminato a festa, 4 febbrajo 2009)
testo rilasciato sotto cc-by-sa / GFDL

mercoledì 9 dicembre 2009

Silenzio assordante per Francesco, Patrono d'Italia


Settanta anni fa Pio XII lo proclamò protettore d’Italia


Silenzio assordante per Francesco, patrono della nostra Nazione


Persino Benedetto XVI, nel giorno della sua festa, "dimentica" di ricordarne le virtù – Il grande messaggio della povertà che l’umile frate ha lasciato, validissimo oggi e domani -



E’ illuminante la constatazione di quanto la nostra bella Patria, mentre è stata gloriosamente beneficata nel passato da reggitori che l’amarono con assoluta evidenza, vèrsa negli ultimi tempi nella condizione di carenza diremmo quasi affettiva, da cui financo i massimi esponenti non si esimono. E’ il caso di San Francesco, il Poverello di Assisi elevato da subito agli altari, di cui quest’anno si celebra il settantesimo della sua proclamazione a Patrono primario, unitamente a Caterina da Siena, d’Italia. Nel giugno del 1939 l’illustre principe e Pontefice Eugenio Pacelli, da tre mesi incoronato Pio XII, nel suo primo atto magisteriale vòlle concretamente, e di ‘motu proprio’, con la formula del ‘breve’, donare alla Nazione italiana, ai fini di intensificarne la devozione in particolare –come afferma il documento, del 18 giugno- "nelle difficoltà dei tempi che da ogni parte premono..", verso il venerato padre dell’Umiltà e della perfezione, colui che solo fu degno di essere paragonato al Cristo degli Evangeli. "Difatti S. Francesco, poverello ed umile, vera immagine di Gesù Cristo, diede insuperabili esempi di vita evangelica ai cittadini di quella sua tanto turbolenta età e ad essi anzi con la costituzione del suo triplice ordine, aprì nuove vie e diede maggiori agevolezze per la correzione dei pubblici e privati costumi e per un più retto senso dei principi della vita cattolica", scrive ivi Papa Pacelli, con meditato pensiero. Quest’anno la festa del Santo si svolse come sempre in Assisi nella basilica ove egli riposa, mentre la Camera dei Deputati celebrò, con una cerimonia nella sala ‘della lupa’, l’avvenimento: epperò la suprema autorità della Chiesa, ossia il Papa Benedetto XVI, persona vigile ad ogni sommovimento spirituale dell’ecumène da lui guidata e fine teologo, nel giorno, 4 ottobre domenica, della festa del Santo, non solo non cennò minimamente alla sua figura, e neppure al settantesimo dalla proclamazione, ma si ricordò perfino di avvenimenti che crediamo minori (come la giornata per l’abbattimento delle barriere architettoniche), mentre ignorò totalmente, caso che si crede sino ad oggi unico nella storia dei Pontefici romani, di anche solo fugacemente accennare alla figura dell’umile poverello fondatore di uno degli Ordini più prestigiosi della cattolicità (ognuno può verificare, leggendo i comunicati della sala stampa della Santa Sede, nel sito Internet).
E’ un atteggiamento quantomeno singolare, considerata la grande devozione che suoi predecessori come Giovanni XXIII, il quale era pure terziario, ma anche Giovanni Paolo II, hanno avuto per Francesco. Segnale di qualcosa che in assordante silenzio si vuole comunicare a qualcuno? Non è necessario sempre svolgere considerazioni dietrologiche, gli è che tale comportamento da parte di Joseph Ratzinger, uomo assolutamente intelligente ed attentissimo alle sfumature, merita di essere attentamente compreso e valutato. E tuttavolta, testimonia un fatto che appare, nella sua triste evidenza, ogni giorno più incontrovertibile: l’allontanamento della Chiesa che si dice fondata da Gesù stesso attraverso Pietro, dagli ideali evangelici di povertà ed umiltà, nel XIII secolo perfettamente incarnati da Francesco. "Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e trascurerà l’altro: non potete servire a Dio e a Mammona" (Mt.6,24). E’ evidente che, a parte le laudevoli eccezioni, i vertici e le varie comunità della Chiesa cattolica han fatto la loro scelta, la quale sempre più appare antievangelica; ciò addolora, ma non si può non constatarne la fondatezza, di là dalle intenzioni, dalle parole. Una simile omissione è la più eloquente testimonianza, nonché l’evidente silenzio che da tutti i pulpiti è seguito, senza bisogno di ulteriori commenti.
"Fin dalla conversione", scrive la ‘Leggenda perugina’, "Francesco con l’aiuto del Signore fondò sé stesso e la sua casa, vale a dire l’Ordine, da sapiente architetto, sopra solida roccia, cioè sopra la massima umiltà e povertà del figlio di Dio… senza nulla voler possedere sotto il cielo all’infuori della santa povertà…". Tra gli studiosi che negli ultimi anni hanno prescelto l’analisi adeguata ai tempi moderni del "più Santo fra gli Italiani, del più italiano dei Santi", come affermò Pio XII, è Leonardo Boff, già sacerdote francescano, il quale nel suo libro "Francesco d’Assisi, una alternativa umana e cristiana", scrive: "Tutti i maestri di spirito vissero e predicarono una vita di povertà come forma ascetica per liberare lo spirito dall’istinto del potere e dall’attaccamento al godimento dei beni materiali. Questa virtù non è specificatamente cristiana. Essa si impone come esigenza di ogni ascesa spirituale e di ogni autentica creatività in qualsiasi campo della dimensione ‘creativa’ dell’uomo. La povertà, come virtù, si colloca tra il disprezzo e l’amore dei beni. Si tratta del loro uso moderato e sobrio, uso questo che può variare secondo i luoghi e le culture, il cui significato tuttavia resta sempre lo stesso: la libertà dello spirito per poter realizzare le opere proprie dello spirito che sono la libertà, la generosità, la preghiera, la creazione culturale. Povertà-ascesi significa saggezza della vita. L’opposto di questa forma di povertà è la prodigalità e lo sperpero irresponsabile. Fare una scelta per la povertà, in questa accezione, significa… scegliere una vita senza lusso ed anticonsumistica contro una società della produzione per la produzione e del consumo per il consumo" (pag.95 ed.it. 1981). Rarissimamente codeste parole, dette da un uomo di Chiesa –poiché si è sacerdoti in eterno- hanno a nostro avviso il chiaro potere di squarciare il velo della ipocrisia, della menzogna, della fraudolenza che si accatasta sugli animi e sui corpi di ciascuno di noi, e massime su coloro che per investitura hanno avuto il compito di guide, di pastori, di reggitori dei popoli e di comunità. Parafrasando John Kennedy, ci si consenta di immaginare un sogno: se un pensatore raffinato, un uomo del genere di Leonardo Boff disposto ad applicare quel che abbiamo letto, fòsse investito della tiara papale, quale rinnovellamento per la comunità cattolica si potrebbe intravedere… Ma forse ciò è già accaduto, volando col pensiero a Papa Luciani (unico Papa ad aver scelto per mòtto la parola francescana ‘humiltas’), benché solo per pochi, trentatré, giorni…
"E così si adagiò ignuda sopra la nuda terra. Chiese inoltre un guanciale per il suo capo, e quelli subito portarono una pietra e la posero sotto il capo di lei": è la Povertà che incontra i figli di Francesco, i frati, nello scritto noto come "Sacrum commercium". Inutile nascondersi dietro làcere vestigia, oltre muri di fango: se il modello non scaturisce dal cuore del singolo, come fu per il Santo che chiedeva una, due, tre pietre, nudo e lacero, per la ricostruzione del Tempio di San Damiano, non avrà seguito lo sforzo riformatore, rivoluzionario quasi, che deve portare alla radicale modifica della società moderna. Sì, avrebbe effetti assoluti osservare un Pontefice, come Giovanni XXIII cominciò a fare, dormire con guanciale la pietra santa della Povertà: epperò ciascuno di noi, spogliandosi degli orpelli e del veleno del modernismo e del consumismo capitalistico, tornando a vivere secondo dimensioni sociali e comunitarie, dovrebbe non solo amare, ma dimorare lungamente su quella pietra. Sentirne il freddo gelido, percepirne la durezza. Ed alfine, constatarne l’ardente, inestinguibile fuoco.


Barone di Sealand


(pubblicato su Sicilia Sera n° 323 del 6 dicembre 2009)

martedì 10 novembre 2009

Proclama della Vittoria del Re Vittorio Emanuele III 9 novembre 1918

Presentiamo una video lettura del proclama che Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III indirizzò il 9 novembre del 1918 ai soldati ed ai marinai delle Forze Amate, al fine di celebrare degnamente la Vittoria dell'Italia nella Guerra mondiale. E' un testo poco noto, se si paragona al celeberrimo ultimo bollettino di guerra del Maresciallo Diaz: tuttavia conserva intatta la freschezza e la passione del tempo, documentando altresì il profondo amore del popolo italiano per il suo Sovrano e del Sovrano per il popolo.
Lo si propone nel duplice anniversario della fine dell'immane conflitto e nel 140° genetliaco del nostro monarca, che con cognizione di causa fu appellato 'Re Soldato', auspicando il sollecito ritorno delle sue mortali spoglie in Italia, per la degna sepoltura nel Pantheon di Roma. Lettura di Francesco Giordano; istantanea di una delle tante trincee, nell'attesa dell'attacco, testimonianza dell'eroico sacrifizio del nostri soldati per la grandezza della Patria. In sottofondo, "La leggenda del Piave", suonata dalla banda Milano, anni Quaranta.

giovedì 24 settembre 2009

“Catania nella memoria”, ovvero un libro che è atto d’amore

In occasione della giornata mondiale per la lotta all’Alzheimer, la nota malattia degenerativa del cervello di cui misteriose sono le cause e tristissime le conseguenze, anche Catania ha voluto svolgere la sua parte: così il 21 settembre al cortile Platamone, col patrocinio del Comune nonché di molte associazioni culturali unite per codesto fine, l’Associazione Malati di Alzheimer ha, con un convegno ed un finale intrattenimento canoro, voluto incontrare il numeroso e qualificato uditorio intervenuto, onde sensibilizzare e sostenere la ricerca per tale morbo. Proprio a tale scopo, l’Associazione culturale Akkuaria presieduta da Vera Ambra, ha fortemente voluto la edizione di un volume antologico, "Catania nella memoria", a sostegno della importante iniziativa. E se la serata, coincidenza forse non casuale, dell’equinozio di autunno, si concluse con le narrazioni piacevoli e armonicamente sonore dei cantastorie Carlo Barbera (che intrattenne sul ‘cuntu’ di Ulisse e Polifemo) e di Alfio Patti (il quale dipanò un pout-pourri di canzoni della tradizione siciliana, inframmezzate da poesie e aneddoti), quel che rimane, come insegnano tutte le manifestazioni di tal guisa, è appunto la parola scritta. Pertanto il volume collettaneo edito dall’Associazione Akkuaria, curato da Vera Ambra –il quale si può richiedere direttamente tramite il sito del sodalizio, o trovare nelle librerie- è testimonianza tangibile del momento in sé contingente.
Un libro variopinto, che si è voluto anche definire "viaggio alla scoperta della catanesità". Difficile, negli ultimi tempi quasi soffocati da pubblicazioni sovente inutili e che nessuno leggerà, coniugare la estrema modernità colla più pura tradizione. Difficile parimenti riscontrare un ‘sì originale connubio, ove alla intelligente raccolta attenta e coerente di storie, poesie, monumenti, luoghi , leggende e modi di dire riguardanti quella che il recentemente scomparso, e compianto, storico Santi Correnti appellò "la città semprerifiorente", si alternano dòtti studiosi, scrittori e poeti, investigatori della parola non paludati nelle mutrie accademiche ma sovente operanti su Internet (è il caso, di lieto esito, del gruppo che sul network Facebook ha contribuito con l’utilissimo dizionario delle parole in vernacolo catanese, molte ignote ai più). Quindi l’unirsi delle nuove tecnologie con gli usuali stilemi della ricerca, ha potuto far sì che l’iniziativa voluta da Vera Ambra, donna appassionata di letteratura, poeta e narratrice ella medesima, che dell’amore per la diffusione del verbo culturale in Sicilia e nell’intera Nazione nonché nel mondo, attraverso le numerose iniziative e contatti con scrittori di varie nazionalità, ha fatto il proprio obiettivo primario, quasi una scelta di vita, rimanga concretamente quale atto di amore, con caratteristiche uniche. Ideare una antologia è opera di responsabilità, che comporta delle scelte permanenti. Molto altro vi sarebbe stato da dire, da aggiungere, da integrare: tuttavia il testo si sarebbe trasformato in un ‘mattone’, magari accettabile sotto il profilo della completezza, ma inutilizzabile dal punto di vista pratico. Ed il libro, sovente lo si dimentica, è anche, forse sovra tutto, un ‘oggetto’ pratico, non solo scrigno dell’Ideale.
Sfogliando il volume, si possono infatti leggere, vergati da autori quali lo scrittore Aldo Motta, il docente universitario Antonio Di Grado (che in un delizioso ‘cameo’ ricorda la genesi culturale di via Alessi), lo studioso e giornalista Francesco Giordano (sul settecentesco palazzo Fassari Pace, mai prima studiato, di via Vittorio Emanuele), ed altri apprezzabili per intensità di stile, pagine appassionate ed interessantissime, le quali documentano la simbologia, il mito, la realtà e la leggenda vivente della vulcanica patria di Sant’Agata e di Bellini, i cui duemila e settecento anni di storia son perennemente vivi e densi di creatività artistica, nonostante le numerose distruzioni, e la ferrea volontà di risorgere come fenice dopo il furioso rogo. "Catania è una città che sento forte come una madre, tiranna, gelosa, possessiva, avara e generosa. Catania, imponente e brontolona, è ancora oggi una parola che navigava lungo la rotta di quella speranza che colma la distanza fra l’illusione… per certi versi astratta eppure concreta, mimetizzata come la lava sull’Etna: così la percepii dal primo istante che mi prese per mano e mi incatenò con i suoi colori, i suoni, i suoi odori": tale è la parola di Vera Ambra, nel filo dei ricordi tracciato nel paragrafo "Il cuore stantuffava"; così la malìa arcana che avvince coloro che dalla figlia primigenia dell’Etna, la montagna per eccellenza, vengono avvolti, siano nativi della città o adottivi, è indissolubile. E però foriera di grandi passioni e di grandi illusioni: "Sanguini \ indomita \ irrequieta \ accanto ai tuoi figli \ e poi regali \ spiragli di speranze \ come acini d’uva \ sul profumo \ del melograno \ dimentico \ della nerazzurra onda \ ai piedi del tuo Vulcano". In tali versi, sempre della Ambra, notiamo sintetizzata la silente tragedia che sovente si costruisce entro ed attorno le antiche, or settecentesche mura, della città. La quale, come argutamente scrive Cecilia Marchese ne "La dea città", è "alchemica, sintesi perfetta dei quattro elementi che compongono le cose dell’universo in tutte le tradizioni magiche ed esoteriche del Mediterraneo": importante codesta interpretazione, da rammentare in specie riguardo l’antica storia civica, ove è noto che molte scelte e comportamenti (si pensi al leggendario ‘magus’ Eliodoro, come alla favola, non scevra di concretezza, del cavallo senza testa, ivi ricordate) affondano le radici nel mondo della autentica religiosità, non già dogmatica ma intrisa di ermetismo. Nel volume non manca un paragrafo dedicato al mare (nota di R.H.Clarke), nonché ai modi di dire, a cura del linguista Salvatore Camilleri: infine, una divagazione sul calcio nel ricordo del presidente della squadra locale, Angelo Massimino, e pagine sentite di come Catania può venire interpretata dai visitatori.
Helvétius ha scritto: "On ne vit que le temps qu’on aime", ed a noi pare che tale sentimento, tale atto di amore verso una città alle volte abbattuta, spesso oscura ma dalle infinite potenzialità che solo pochi artefici, magari nel secreto dei templi, riescono ad accendere come prometeica fiaccola, debba esser di molto rinfocolato dalle duecento ed otto pagine di "Catania nella memoria". Rimembranze senza il cui vissuto è solo la morte, ovvero l’oblìo di ogni Luce. Ma per Catania, "con le sue lastre di lava scure, le sue edicole tappezzate di giornali, i suoi cinematografi, le sue pasticcerie affollate, i suoi monumentali orinatoi sfarzosamente illuminati", scriveva in "Giovannino" con malinconica nostalgia l’indimenticato Ercole Patti, che "aveva un’aria alacre ed allegramente funebre", se non può che esservi ancora un futuro non avvolto dal nero manto delle Parche, esso deve necessariamente dipanarsi fra le mani di coloro che l’amano. I quali dimorano, immortalò in un verso cesareo Mario Rapisardi, altro figlio ed innamorato delle nostre contrade, "tra l’Etna ed il mare", i "grandi amici" che vegliano, silenti ed immortali, le soglie del sacrario.

FGio