martedì 6 luglio 2010

Benedettine dell'Adorazione perpetua: cento anni a Catania


Le celebrazioni giubilari


Cento anni delle Benedettine a Catania


Una presenza plurisecolare nel monastero di via Crociferi, ravvivata dal carisma dell’Adorazione Perpetua – La vita antica e nuova della Comunità -
 
Nel maggio del 1910 due suore Benedettine, della congregazione dell’Adorazione perpetua del SS.mo Sacramento, giungevano in Catania. Si stabilivano nel monastero di via dei Crociferi, angolante con via Teatro Greco, il quale, eretto nel XIV secolo e da allora sede delle monache figlie di San Benedetto, era languente e secondo le leggi di soppressione degli ordini ecclesiastici di quarant’anni prima, volute dal governo anticlericale (e rapace economicamente: era ministro delle Finanze, che approvò l’operazione, Quintino Sella: qualcuno può fare dei paralleli storici…), destinato a chiudere. Non fu così, e la luce del Sole di Giustizia del Redentore, per i moltissimi che la tengono da conto all’epoca, ed anche oggi, continua da un secolo pieno secondo la volontà di Nostra Signora, ad irradiarsi in Catania, attraverso la forma antica e rinnovata della mistica delle Benedettine dell’Adorazione. Si compiono infatti cento anni dalla rinnovata presenza delle monache figlie di S.Benedetto in città, e si concluse da poco l’anno giubilare, il quale ha veduto svolgersi, nella augusta e settecentesca chiesa che scenograficamente chiude la strada barocca fra le più famose al mondo per la sua unità e armonia architettonica, incontri di studio, seminarii, e di preghiera, a cura della fervente e fiorente comunità di ecclesiastiche, la quale oggi come jeri anima di afflato divino il vetusto luogo, ingrandito ed ampliato sin dai secoli passati e comprendente pure la cosiddetta badia piccola, che funge da novantacinque anni anche da scuola, od educandato, per fanciulle (dal 1986, per volontà della attuale Priora, sono ammessi anche i maschietti).
Proprio la scuola, ovvero il Pio Istituto Educativo San Benedetto, la prima realtà scolastica cattolica nata a Catania dall’Unità, svolgente la propria attività dal novembre 1915, è stata il riverbero illuminato di quel messaggio evangelico monastico e prettamente spirituale, lanciato con grande successo dalle Suore benedettine del Sacramento, sin dalla venuta delle Sorelle del Monastero di Ghiffa, fondatrici della nuova comunità. Bisogna aggiungere, come è stato detto e scritto non solo in questa occasione, ma anche negli anniversari passati (chi scrive ricorda con commozione l’ottantesimo, allorché l’illustre canonico della Cattedrale Mons. Nicolò Ciancio, ivi celebrò il fausto evento), che il merito della rinascita del monastero e della istituzione della scuola, si deve al noto e deciso Arcivescovo di Catania del tempo, Cardinale Francica Nava di Bondifè ed Asmundo. Egli, la cui famiglia abitava l’attiguo palazzo Asmundo nella piazzetta omonima (e la cui prima Abbadessa del Monastero ricostruito dal devastante terremoto del 1693, nel 1704 era una sua antenata, Suor Ignazia), fece in modo di riscattare, leggasi comperare, ex novo l’edificio dal demanio statale che lo aveva a sé avocato.
Disparvero nel 1867 i Benedettini in Catania soprattutto nel grandioso monastero maschile di San Nicolò de harenis; si estinsero le monache della SS.Trinità per far luogo all’educandato femminile e poi al Liceo scientifico; egualmente le benedettine di San Placido e della Badia di Sant’Agata: ma non quelle di via Crociferi, poiché rappresentavano anche il prestigio della secolare presenza della Chiesa nella città dell’Etna, l’avevano guidata sin dalla riconquista Normanna (benedettino era Ansgerio il primo vescovo, benedettini furono tanti altri) e non potevano essere impunemente ridotte al silenzio, in un momento di grande frattura per la coesione nazionale. E’ stato questo anche il tono degli interventi del convegno di studi svoltosi il 24 maggio, all’interno del tempio, alla presenza di molti qualificati relatori; per parte nostra, rileviamo l’intensa, appassionata disamina svolta dal Preside dello Studio Teologico San Paolo di Catania Mons. Gaetano Zito, il quale ha per grandi linee ma con l’acutezza che lo contraddistingue, tracciato il passato recente e suggerito interessanti spunti di riflessione storiografica, per la storia della comunità monastica e di quelle similari: chi infatti tien chiaro che in Catania, come egli ha detto, esistevano undici monasteri femminili a fronte di circa venticinquemila abitanti, prima del terremoto magno, può ben rendersi conto di quella che è stata definita una anomalìa sociale.
Parimenti interessante e dòtto, come nel suo stile, il saluto, mutatosi poi in illuminati e pregnanti suggerimenti, dell’Accademico dei Lincei e Preside onorario della Facoltà di Lettere, nonché storico insigne, Prof.Giuseppe Giarrizzo: il quale non ha nascosto la propria commozione, per la sua presenza in quel luogo antico, a cui lo legano antichi affetti. Chiarire ed interpretare i rapporti fra giurisdizionalismo e storiografia, nella consapevolezza –ha egli affermato- del "peccato originale della mancanza di una antropologia religiosa in Italia, come invece vi è in Francia", al fine di creare quel "libero circolo tra la storia della chiesa e la storia delle religioni": tale l’auspicio, in parte raccolto da alcuni dei relatori ma da ingrandire, approfondire e degnare di studi quanto più minuziosi sia possibile, del nostro grande storico della laicità europea, il quale non si è -come d’indole degli uomini di amplissimo sentire- fatto schermo a suggerire indagini anche in un campo, quello degli studi religiosi, che non è il esattamente il proprio.
Qualche cenno in fine bisogna tracciare della specifica mistica la quale da un centennio è impiantata a Catania, quella della fondatrice dell’Ordine delle Adoratrici: Mectilde de Bar, una suora lorenese che visse nel cosiddetto secolo d’oro della spritualità francese, il XVII. Ella era prima monaca delle Annunciate, di obbedienza francescana: ma solo dopo diverse vicissitudini anche personali, nel 1640 si faceva perpetuamente benedettina, e nel 1654 nasceva l’Ordine da lei fortemente voluto, e sostenuto dalla beneficenza di nobilissime dame, primariamente della Regina di Francia Anna d’Austria, in piena Guerra dei Trent’anni. L’Ordine fu sempre sostenuto dalla nobiltà, ma era anche un perfetto agente di coesione col popolo, poiché fu sempre desiderio di Madre Mectilde istituire educandati per fanciulle che erano inclini alla vita cristiana.
Anche in Catania, nei decenni trascorsi del secolo XX, l’istituzione monastica e la scuola, all’epoca solo femminile, delle Benedettine era sinonimo di prestigio e di orgoglio, per molti i quali inviavano le proprie figlie a studiare nell’Istituto; fra l’altro, per indicare quale ruolo ebbe la comunità, la chiesa di San Benedetto vide nel 1950 l’ordinazione sacerdotale di Padre Salvatore Pignataro, il ‘dominus’ del quartiere Tondicello della Plaja, rione che egli còlla forza di un carattere indomito, plasmò a novella vita riuscendo in molti casi a sconfiggere la povertà e la miseria degli abitanti del quartiere. Inoltre, negli anni Sessanta, insegnava all’Istituto San Benedetto materie classiche Antonio Corsaro, sacerdote che si diceva essere ‘eterodosso’ per i suoi multiformi interessi e gli studi di alto valore intellettuale: personalità carismatica per molti studiosi in città, ancor oggi da alcuni ricordato.
Il Monastero delle Suore Benedettine catinensi e la scuola, sono stati e sono ancora, mutatis mutandis, un essenziale ed alto punto di riferimento, per molti catanesi che intendono a quel luogo riferirsi, e tra quelle mura intrise di storia e di spiritualità affidare l’avvenire animistico e psicologico del frutto de’ loro lombi: merito della attuale Madre Priora Suon Giovanna Caracciolo, di origini catanesi, come delle sue collaboratrici (Suor Agata Fede la direttrice, Suor Anna Maria instancabile tessitrice di belle speranze e concrete attività, Suor Rosa fedelissima vigilante, nonché i docenti ed i collaboratori oblati) mantenere la guida sicura e prestigiosa di una istituzione la quale, se ha molto dato, ha anche molto ricevuto."Che cosa di più dolce per noi", dice San Benedetto, "di questa voce del Signore che ci invita… ci indica la via della Vita". E Madre Mectilde: "Dio ha delle voci ovunque: nelle fiamme, nelle acque, voce nella virtù, nella magnificenza…". Tornano spontanei al cuore i versi non dimenticati del Poeta romagnolo: "C’è una voce nella mia vita, \ che avverto nel punto che muore; \ voce stanca, voce smarrita, \ col tremito del batticuore, \\ voce d’una accorsa anelante, \ che al povero petto s’afferra \ per dir tante cose e poi tante, \ ma piena ha la bocca di terra…" (Pascoli, La voce). E’ quella voce, forse, la quale trasporta in un lungo percorso: "E tra un violetto ed un tuffo \ vanno le foglie morte \ e non tornano più" (Pascoli, Le foglie morte). L’enigma è forse qui, tra le tenebre e la luce, fra il bianco ed il nero.

Barone di Sealand (FGio)
Pubblicato su Sicilia Sera n° 330 del 4 luglio 2010

venerdì 21 maggio 2010

L'Archivio Storico Comunale digitalizza i Riveli di Catania


L'Archivio Storico Comunale di Catania ha di recente digitalizzato i Riveli, importantissimi per conoscere la nostra storia passata, già microfilmati dopo il funesto incendio del 1944. Per gentile concessione della Direttrice dott.ssa Marcella Minissale, coadiuvata dai solerti collaboratori, di seguito pubblichiamo la nota esplicativa. L'immagine documenta una pagina del memoriale del 1584.


L’Archivio Storico Comunale digitalizza i riveli di Catania


Nel dicembre del ’44, il rogo del Palazzo Municipale, appiccato durante un tumulto popolare, cagionò la perdita della preziosa e cospicua documentazione cittadina prodotta a partire dal secolo XV. Il professore Guido Libertini, allora presidente della Deputazione di Storia Patria, recatosi sui luoghi nel Gennaio del 1945, osservò che: alcuni pavimenti erano precipitati e, in altre stanze, i volumi rovesciatisi con i palchetti giacevano per terra allineati ma carbonizzati o ridotti dalle sopravvenute piogge a una poltiglia fangosa.
Dieci anni dopo, per ricercare ed acquisire - presso archivi, biblioteche e antiquari - documenti e pubblicazioni concernenti la storia amministrativa di Catania, già custoditi nel vulnerato archivio, il sindaco Luigi La Ferlita, insediò una Commissione per la ricostituzione dell’Archivio Storico Comunaler in cui si avvicendarono, sino al 1974, eminenti studiosi, quali Matteo Gaudioso, Carmelina Naselli, Vito Librando, Giuseppe Giarrizzo. Presso l’Archivio di Stato di Palermo, si diede avvio alla selezione e microfilmatura di documenti riguardanti Catania, tratti dai registri della Real Cancelleria di Sicilia, competente, fin dall’epoca normanna, in materia di apposizione del sigillo, registrazione e tassazione degli atti, attiva fino al 1819.
Nella seduta del 15.02.1962, su proposta del Prof. Giuseppe Giarrizzo, il Consesso deliberò, inoltre, la microfilmatura dei Riveli di Catania consistenti nelle dichiarazioni sulle ricchezze delle famiglie e delle città, affidandone l’incarico al Prof. Vincenzo Caldarella, che già stava curando la selezione, regestazione e riproduzione della Real Cancelleria.
L’ufficio preposto alla periodica indizione dei Riveli, fu il Tribunale del Real Patrimonio dal 1505 al 1682, quando la competenza passò alla Deputazione del Regno di Sicilia che proseguì i censimenti sino al 1800.
L’identificazione dei contribuenti e delle loro capacità reddituali fu, all’inizio del ‘500, uno dei problemi che il Vicereame di Sicilia - dipendente dalla monarchia spagnola impegnata in guerre imperialistiche e alle prese con un endemico deficit di bilancio- si trovò ad affrontare per una più equa e veritiera ripartizione del carico tributario.
Nel 1505, le "multi quereli" - avanzate nei Parlamenti del Regno, ove si contrattavano i Donativi regi - indussero l’amministrazione centrale spagnola a una cherca, sorta di censimento de li habitacioni e facultati del regno, secondo modalità che nel corso del secolo si sarebbero perfezionate rimanendo immutate per tutto l’antico regime. Risale al medesimo anno il più antico censimento siciliano, condotto sistematicamente, di cui pochissimo si conserva. In tale circostanza, si ottenne la pubblica lettura e correzione dei relativi risultati custoditi dal Mastro Notario di ciascuna Università.
Dovevano rivelare tanto le città, riguardo alla specie e valore dei beni mobili e immobili posseduti ed all’ammontare dei debiti e dei crediti che i capifamiglia tenuti, inoltre, a dichiarare nome, età, e relazione di parentela di persona convivente in ciascun fuoco (gruppo familiare).
Tale procedura fu minutamente prescritta dalle Istruzioni per la numerazione di anime e beni, date a Messina il 9 Aprile del 1548 (sesta indizione) dal vicerè Giovanni De Vega per conto della Cesarea et Cattolica Maestà dell’imperatore Carlo V, affinché: si numerassiro li fochi et discrivissero li facultà di tutti li cità et terri del preditto Regno per poterse reformare la taxia di li colletti et donativi regii ordinarij e straordinarij, a talchè ogni cità, terra et loco habbi di pagari la ratha che debitamenti si competixe su la sua facultà et di sgravarsi o quelli che per tal censo si trovassiro gravati.
L’incarico di provvedere a tale descrizione, per le varie località dell’Isola, spettava a ventidue personi di qualità integri e virtuosi, ciascuno coadiuvato da una persona religiosa e da uno scrivano. Costoro dovevano investigari et sapere lo numero di li fochi et la qualità et quantità della facultà de la università come di particolari, dove li tenino et in che consistino senza exceptione di persona alcuna conforme a quillo che per nostre istrutioni vi è ordinato, usando forma et espediente tale che se ni sappia la verità, di sorte che nixuno in tutto oy in parte li possa occultare maliziosamente nè celeratamente.
Agli incaricati doveva essere prestato ogni aiuto dalle autorità locali: comandamo a tutti et singuli illustri spettabili et magnifici marchesi, conti, baruni, gubernaturi, capitanei d’armi, capitanei ordinarij, iurati et qualsivoglia altri personi et officiali di li ditti cità et terri , magiuri et minuri, presenti … che vi digiano prestare ogne honore, ajuto, favore et obediencia et darvi loro brachio et exequiri vostri comandamenti tanti volti quanti è del modo per voi sarrà ordinato, et provedendovi gratis di posata (soggiorno) commoda et conveniente…."
Ogni capofamiglia doveva compilare sotto giuramento un memoriale con l’indicazione di tucti soi beni debiti et crediti cum la summa di quello che veramente valissiru e di quello che duvissiro dari et richipiri.
Ciascun Rivelo, dovendo riportare il nome l’età e la provenienza del capofamiglia, nonché quelli della moglie, dei figli e di conviventi consanguinei, affini e non consanguinei (quali servitori ed altri) rappresenta una preziosa fonte di ricerca per la storia demografica, economica e sociale dei comuni siciliani, e per la genealogia di molte celebri casate integrando o sostituendo altre informazioni contenute in raccolte documentarie lacunose, non più esistenti per calamità (terremoti, incendi), o comunque non consultabili.
Di recente l’Archivio Storico Comunale, consapevole della importanza dei microfilm posseduti, ha utilizzato i contributi regionali concessi dalla L. R n°66/1975 e già impiegati, per l’acquisto di attrezzature, per la rilegatura e il restauro di registri e antiche edizioni, per riversare su formato digitale i fotogrammi concernenti la serie Riveli di Catania per il periodo compreso tra il 1548 al 1753, non più visionabili per l’obsoleto formato dei microfilm e la vetustà del lettore stampatore.
Si è, inoltre, elaborato uno specifico software per l’indicizzazione e la ricerca dei fotogrammi, tramite vari criteri, quali l’anno, la tipologia, il numero di bobina originale e l’ufficio emanante: è, anche, possibile ingrandire, stampare o salvare il fotogramma od i fotogrammi che interessano lo studioso.
Gli archivi, per sopravvivere quale scrigno della memoria, devono guardare al futuro, accogliendo le variegate opportunità offerte dalle nuove tecnologie di conservazione e fruizione, pur se connesse a, talora, sofferti cambiamenti di metodo e prospettiva.
Si auspica, quindi, che, in un prossimo futuro, possa essere portata a compimento la meritoria opera, a suo tempo intrapresa dalla Commissione per ricucire lo strappo sofferto dalla memoria civica, completando la ricerca e selezione degli atti della Real Cancelleria riguardanti la città di Catania fino al 1819 nonché, il riversamento dei microfilm della stessa Cancelleria e dei Riveli posseduti dall’archivio.

lunedì 17 maggio 2010

Santa Maria dell’Aiuto e Sant’Euplo di Catania: fra storia e simboli








Santa Maria dell’Aiuto e Sant’Euplo di Catania: fra storia e simboli
 
Una attenta quaestio di storia patria, formulataci dall’eminentissimo Rettore Monsignor Carmelo Smedila del Santuario di Santa Maria dell’Ajuto in Catania, di antica venerazione, è la scaturigine di codeste note, vergate ad uso e decoro della città e di tutti coloro che con cuore sincero, mòndo da interessi veniali, la amano. Pare affatto notevole, ove sino ad oggi non ci risulta sia stato ne’ dettagli indagato, illuminare i rapporti storici che intercorsero fra la venerata tela della Madonna dell’Ajuto, assai amata dal popolo "per la frequenza delli Miracoli" (afferma il cronista secentesco Privitera), ed i luoghi del martirio di Sant’Euplo (ovvero Euplio), diacono e compatrono di Catania assieme alla Vergine Sant’Agata. Questo giovane zelatore dell’Evangelo, della buona novella del Risorto, come molti sanno patì sotto Diocleziano persecuzione e martirio proprio a causa del voler manifestare apertis verbis, in tempi di fanatismo, il suo credo. Rileggiamo la cronaca dei fatti dall’insigne testo di Storia Ecclesiastica di Monsignore Antonio Godeau (tomo III, Venezia 1762, pag. 188-192): "In Catania Euplo Diacono restò sorpreso nel tempo, che leggeva il Vangelo ad alcuni Cristiani. I Soldati lo condussero dinanzi a Calvisiano. Per la strada gridava: io son Cristiano, e dïsidero di morire per lo nome di Gesù Cristo. Il Giudice lo interrogo, onde avesse avuto quel Libro, e se lo avesse portato seco dalla sua casa. Il Diácono rispose : Non ho casa come è ben noto al mio Dio, Signore Gesù Cristo. Calvisiano aperse il Libro dei Sacrosanti Ecc.mi Vangelj , e gli venne dinanzi agli occhi quel passo ; Beati sono coloro, i quali soffrono persecuzione per la giustizia , perché di essi è il Regno de' Cieli. Continuando a volgere il Libro lesse quell' altro ; E chi vuol venir dietro a me, prenda la sua croce, e mi segua. Cosi divine parole parvero molto stravaganti al Giudice accecato da Idolatría, e diede ordine, che Euplo messo fosse alla tortura. I carnefici gliela diedero asprissima ; ma nella violenza de' tormenti il Diácono null' altro disse se non: Grazie, o mio Dio, ti rendo: ed abbi pietà di me, che per amor tuo tali cose patisco. Calvisiano comandò, che si desistesse alquanto dal tormentarlo, e prese quello tempo per esortarlo a sacrificare agli Dei, al fine di liberarsi. Rispose Euplo io adesso sacrifico me stesso a Dio, ne mi rimane altro da fare ; invano ti affatichi di spaventarmi; sono Cristiano. Si fatta risposta vieppiù accrescendo la collera di Calvisiano, lo condannö egli ad esser decapitato. Gli fu appeso il Libro degli Evangelj al collo, ed incontrö con tanto coraggio la morte, quanto ne avea dimostrato nel combattere per la sua difesa".
Il luogo dove il cristiano battezzato Euplo, il quale non essendo un sacerdote –nel senso che oggi si intende- è tanto più meritevole di lode in quanto può essere considerato, specie alla luce degli insegnamenti dottrinali del Concilio Ecumenico Vaticano II, un preclaro esempio di quei figli prediletti che nell’assemblea divina non di rado si manifestano (fra l’altro è importante rammentare che gli atti del suo processo sono pressoché gli unici a esserci giunti in versione completa nella nobile, ed ancora ufficiale oggi nella Chiesa, lingua latina), è noto, ossia il Cortile di San Pantaleone, il quale in epoca romana era l’antico Foro, la platea magna della città. Ivi si concentravano tutti gli edifizi più importanti della Catina risorta a novella vita mercé la volontà di Augusto primo Imperatore, nonché (cfr. F.Giordano, "L’anfiteatro romano di Catania", Catania 2002) costruttore del grandioso, ed unico dopo il Flavio di Roma per la sua bellezza e maestosità, anfiteatro romano il quale, dai discavi del 1906, è visibile in piazza Stesicorea. Il nostro illuminato storico Francesco Ferrara, abate e letterato e scienziato di cui è bene far grata citazione, citando il Bolano, così descrive il Foro: "la fabbrica aveva forma quadrata bislunga di 50 piedi. Mancava affatto il lato di occidente; quello a mezzogiorno mostrava ancora otto botteghe, quello ad oriente sette, quello di tramontana quattro. Oggi non restano che quelle ad oriente e tre a mezzogiorno attaccate alle prime ad angolo retto. Servono di moderne abitazioni, e formano all’intorno il cortile detto di S.Pantaleo" (in "Storia di Catania…", Catania 1829, pag.308). Nel Foro pertanto la decollazione di Euplo, speculum di quella del Battista (non casuale accostamento, come vedremo in appresso), si svolse sotto il concorso di molti catanesi, come precisa lo studioso patrio Sac. Giuseppe Consoli "La sentenza pare venisse eseguita nel centro della città, attuale cortile San Pantaleone, dove anticamente era una chiesa a lui dedicata. Il suo corpo fu custodito con venerazione a Catania nel 975, poi non se ne ebbe notizia alcuna. Dopo qualche tempo si seppe che si trovava a Trivico (provincia di Avellino, Diocesi di Lacedonia), dove è sommamente venerato da quella popolazione. Si crede che sia stato involato dall'isola assieme ai corpi di altri martiri (S.Agata, S.Lucia, i santi catanesi, ecc.) e per vicende a noi ignote, lasciato in quella cittadina" (ne "Catania, Il Duomo", 1950, pag.88). Le vicende del trafugamento del corpo sono tuttavolta ricostruibili: a Catania gli arabi entrarono (ad opera dell’Emiro Abd el Kassem, afferma il Ferrara) nell’878, quindi cinquant’anni ed oltre dopo lo sbarco di Asad ibn Al Furat a Mazara del Vallo, nel giugno dell’827. Le consuetudini cristiane si mantennero intatte, se si eccettua il pagamento della tassa, per il secolo X ("c’è lu Gaitu, e gran pìna ‘nnì dùna: vòli arrinùnziu a la fidi Cristiana", cantava il popolo che non voleva pagar né dazio né mutar religione): ma era all’orizzonte Maniace ed i suoi epigoni, per trasportare in luoghi liberi "dagli infedeli" le reliquie dei Santi protettori, in primis Agata. Pertanto alcuni valorosi, i cui nomi ci son rimasti ignoti, evidentemente trafugarono il corpo del martire Euplo, trasferendolo in quel di Trivico, o Trevico, di dove forse uno di costoro, normanno, era originario. Era allora Vescovo e Metropolita di Catania Eutimio; che fu a Costantinopoli disputando con Fozio.
Per meglio precisare la toponomastica del luogo del martirio del Santo (cella di detenzione fu invece la grotta ancor visitabile, in piazza oggi della Borsa, ove egli fu rinchiuso: antico carcere e, con maggior certezza, necroterio civico), si tenga ben presente che esso è il cuore di quel quartiere che, sin dal IV secolo e per tutto il XVII secolo, fu la Giudecca: divisa in due grandi rioni, "judeca soprana e judeca suttana" o "di susu e di jùsu", secondo l’antico vernacolo, attraversata dal sempiterno e fondamentale (per l’approvvigionamento idrico della città) fiume Amenano (il quale infatti veniva anche appellato Judicello, o fiume de’ giudei). Il cuore della Giudecca, l’intersezione dei due quartieri, era la via Pozzo Mulino, così denominata da due pozzi pòsti al limitare della strada, l’uno ad est l’altro ad ovest (per tutta l’indagine sul luogo, cfr. F.Giordano, "La Giudecca di Catania", ne "La Fenice" n°25\26 ott.dic. 2003). La chiesa di riferimento era quella di Santa Marina (in ebraico antico la radice màr vale amaro, ma anche splendente): la nota della storia del Santuario dell’Ajuto precisa che "nel 1635 vi era una Congregazione sacerdotale che zelava il culto della Madre di Dio nella chiesa di Santa Marina sita all'epoca nell'attuale via Pozzo Mulino. Nel 1641, il 3 novembre, la Congregazione sopracitata portò solennemente nella chiesa di SS.Pietro e Paolo una preziosa tela della Vergine che per i miracoli fatti al popolo,dalla pubblica icone dove si trovava venne invocata col titolo di Madonna dell'Aiuto". Quindi proprio la chiesa di Santa Marina e la sua Congregazione fomentavano il culto della immagine sacra della Vergine Madre, esposta nella pubblica via: essendo i fautori del trasporto nel tempio attuale. Il collegamento con Sant’Euplo è palese allorché si precisa che la dietro la chiesa di S.Marina, già S.Anna dei Casalini, "era quella di S.Giovanni della judeca, dedicata poi a S.Euplo" (G.Policastro, Catania prima del 1693, Catania 1952, pag.208). Codesta dedicazione della chiesa di S.Giovanni, evidentemente il decollato, a Sant’Euplo avvenne, aggiunge sempre il preciso ed informatissimo Policastro, nel 1486, per la tradizione del capo mozzato del santo, per cui ivi fu collocata una sua testa marmorea. (ibidem, pag.213). Altra tradizione, raccolta dal Pirro, vuole che proprio nel "puteo de Ugolino" (Ugolino era l’antico proprietario della casa che inglobava il pozzo ed altri casaleni, dònde il nome della via che per corruzione fonetica assunse poi quello di "pozzo mulino") venisse gettato il capo mòzzo del diacono martire. La chiesa di San Giovanni Battista quindi, tempio ove si venerava particolarmente Sant’Euplo, rammenta il parallelismo mistico fra i due campioni della religione rivelata (pare inoltre che all’ingresso ovest del cortile San Pantaleone esistesse un quadro, oggi occupato dall’immagine di San Giuseppe col Bambinello, proprio del Precursore decollato: vox populi intende che tale piccolo altarino fu la fonte della ispirazione, pel commediografo e giornalista d’assalto, Nino Martoglio, per la celeberrima commedia "San Giovanni decollato": evidentemente in zona il fantasma di mastr’Agostino Miciacio non cèssa di manifestarsi…).
Se la chiesa di S.Giovanni alla Giudecca ebbe forse un ideale continuum –ma la toponomastica, sia pur confusa, asserisce che furono edifizi diversi- con la pur assai vicina chiesa di San Giovanni Battista, la quale serbava decorazioni templari e dell’Ordine di Malta (era in via Garibaldi all’angolo della via San Giovanni, distrutta dal bombardamento aereo dei "liberatori", nel maggio 1943) e se il luogo preciso della decollazione di Euplo ancor si cela sotto i passi di tutti coloro che transitano in que’ luoghi densi di patrie memorie, il legame con la chiesa di Santa Marina (a cui verisimilmente fecero riferimento tutti i numerosi ebrei, convertiti dopo l’editto di Granata, che rimasero abitanti del quartiere) e quindi con la venerata immagine della Madonna dell’Ajuto, appare pertanto di evidente limpidezza. Peraltro, perfezionando qui un aspetto del sopra citato nostro studio di anni or sono, abbiamo rinvenuto –e siamo in grado di disvelare, come documenta l’istantanea allegata- quella che, probabilmente, fu l’antichissima chiesa di S.Marina (secondo una indicazione del Policastro), esattamente a sud di via Pozzo mulino, caratterizzata da una finestra a lunetta la quale tradisce l’originaria destinazione; pare altresì che ivi sino agli anni Trenta del secolo XX vi fossero degli affreschi descriventi il martirio di Euplo: da lunghissimo tempo è abitazione privata, trasformata forse nel secondo Ottocento. Evidentemente era stata ricostruita dopo il terremoto del 1693, ma il centro del culto era oramai trasferito a S.Maria dell’Ajuto, già SS.Pietro e Paolo: od era forse codesta la chiesa di S.Giovanni alla giudecca, ove si venerava il capo di Euplo? In ogni caso, il passeggiere può ben accorgersi dei vetusti avanzi, anche se mistificati artatamente dalle successive destinazioni d’uso.
Sulla tela della Vergine Madre e del Divin Figlio, ci sia permessa qualche precisazione. Le fonti ne parlano dal XVII secolo, ma è evidente, da una analisi anche superficiale senza scendere ne’ meandri della storia dell’Arte moderna, che le fattezze delle due figure, lo stile ed i colori sfumati, la collocano cronologicamente attorno alla metà del secolo XVI: tempi di grande tribolazione per Catania, anni di pestilenze, carestie e sommovimenti guerreschi. La zona detta della Giudecca era già dai secoli precedenti in buona parte proprietà del gran condottiero Artale Alagona e del di lui padre Don Blasco, Gran Cancelliere del Regno di Trinacria (nei secoli XIV e XV i Re di Sicilia dimoravano in Catania, e la loro sede era il castello Ursino). Fra l’altro Artale Alagona aveva una particolare predilezione per la Madre di Dio (cfr. F.Giordano, "La Rotonda…", Catania 1997), per cui si può supporre con un certo margine di approssimazione ragionevole, che la committenza la quale vòlle la realizzazione della tela, assecondando anche la pietà popolare, sia stata della famiglia magniloquente e benemerita della città, degli ultimi Alagona, grandi di Sicilia e d’Ispagna. In ogni caso, ad una analisi mistico-esoterica del quadro, saltano all’indagatore che si avventura "oltre il velame de li versi strani", secondo l’adagio del gran Poeta, alcune considerazioni.
La Madonna "auxilium Christianorum" è evidentemente bruna: non nera come quella della Santa Casa di Loreto (altra coincidenza non casuale: il Santuario Mariano dell’Ajuto custodisce, come è noto, la riproduzione della Santa Casa Lauretana, eseguita nel XVIII secolo in modo pressoché perfetto), e però secondante il verso del Cantico: "nigra sunt sed formosa". Si sa che il culto delle Madonne nere, come assevera la storia oramai acclarata, ha le radici nell’antica devozione isiaca che i popoli d’Oriente e di Occidente tributarono, prima del Cristianesimo, alla Magna Mater: da Chartres alle Vergini nere de’ Templari, da Tindari a Chestokowa sino alla Madonna nera del villaggio bavarese di Altòtting (molto cara all’attuale Santo Padre Benedetto XVI), il patrimonio mistico e storico della Chiesa ha nel bimillennio di feconda vitalità, tramandato un culto perenne e sempiterno di poesia arcana e di intenso, indistruttibile amore. La luna a’ piedi ideali della Gran Madre, rappresenta la Chiesa, secondo la lectio di San Bernardo di Clairvaux (colui che fu tra l’altro il ‘fondatore’ dei Templari e il redattore della Regola loro), il massimo studioso di mariologìa dell’evo antico: le stelle in numero di dodici che la attorniano, simbolicamente rammentano il collegio Apostolico. E tuttavia, il numero delle punte delle stelle è otto: l’otto è numero dell’equilibrio cosmico, della rigenerazione e della purificazione risuscitatrice (le fonti battesimali medievali hanno forma ottagona: lì l’iniziato sorge a nuova aurora); l’otto è mediatore fra quadrato e cerchio, e quale mediazione più perfetta della Vergine Madre, fra il Figlio suo ed il popolo di coloro che la vòcano, con estrema semplicità e sincero afflato?
Le mani della Madre di Dio sostengono il Bambino Gesù in modo preciso: la destra tiene la spalla, la sinistra poggia sulla coscia. Significato simbolico della spalla, è la potenza: secondo Ireneo, "la potenza " di Cristo "è sulle sue spalle"; mentre Dionigi l’Areopagita aggiunge: "le spalle rappresentano il potere di fare, di agire, di operare". La coscia è invece la rappresentazione della forza; secondo la Cabala, essa è analoga per importanza alla colonna. Forza e potenza di Cristo bimbo quindi, possiamo affermare, coadiuvate gestite e mediate dalla Grande Vergine Madre, nel nostro antico quadro.
V’ha infine un riferimento a nostro parere, nascosto, che l’autore –o la committenza- suggerirono nel pìngere le stelle ad otto punte: il Salmo numero otto -secondo la antica numerazione- ad una attenta lettura, laddove narra di stelle, della luna e del resto, si adatta mirabilmente ad una precipua meditazione in senso mistico intorno alla sacra immagine: lo trascriviamo nel suo puro linguaggio latino (segue una nostra versione italiana):
Dòmine, Dòminus noster, quam admiràbile est
nomen tuum in univèrsa terra !
Quoniàm elevata est magnificèntia tua, super caelos.
Ex ore infantium et lactèntium perfecìsti làudem propter inimicos tuos,
ut dèstruas inimìcum ed ultòrem.
Quòniam vidèbo caelos tuos, opera digitòrum tuòrum:
lunam et stellas, quae tu fundàsti.
Quid est homo, quod memor es ejus ?
Aut filius hòminis, quòniam vìsitas eum ?
Minuìsti eum pàulo minus ab Angelis, glòria et honòre coronàsti eum:
Et constituisti eum super òpera mànuum tuàrum.
Omnia subjecìsti sub pèdibus ejus, oves et boves univèrsas:
Insuper et pècora campi.
Vòlucres caeli, et pisces maris, qui peràmbulant sèmitas maris.
Dòmine, Dòminus noster, quam admiràbile est
nomen tuum in univèrsa terra !
(Signore, Signore nostro, quanto è ammirabile il tuo nome nell’universa terra! Poiché la tua magnificenza si leva al di sopra de’ cieli. Dalla bocca dei bimbi e dei lattanti ti procacciasti lode, ad onta dei nemici, per distruggere il nemico e l’avversario. Poiché contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita: la luna e le stelle che vi disponesti. Che è l’uomo, che memoria di lui? O il figlio dell’uomo, perché tu lo visiti? Lo facesti di poco inferiore agli Angeli, di gloria e di onore lo incoronasti: e lo costituisti alle opere delle tue mani. Tutto facesti soggiacere ai suoi piedi, pecore e buoi tutti: e le bestie della campagna. Gli uccelli del cielo ed i pesci del mare, che nei flutti marini guizzano. Signore, nostro Signore: quanto è ammirabile il tuo nome nella terra universa!)
Inno alla Natura alma Mater, alla terra universa creatrice di concezione divina e pertanto immacolata, il Salmo (che echeggia reminiscenze egizie: confrontisi coll’inno ad Aton del faraone ‘monoteista’ Akhenaton, ovvero Amenonfi IV) parrebbe mirabile corona alle dodici stelle che fan da ideale raggiera alla Vergine: è una ogdoade che si ripete indefinitamente nella ideale concatenazione degli specchi (le otto punte per il numero di dodici fan novantasei, che è il tre ripetuto tre volte e due, ovvero la perfezione celeste che racchiude il pentalfa, l’Uomo perfetto e sempiterno, l’Adamo immortale, Gesù Alfa ed Omega), laddove si vince la Morte (nove più sei crea il quindici, che negli Arcani maggiori è il Diavolo: distruzione) con la Vita universa, nel più profondo mysterium fidei, arcana arcanorum della mistica di Colui il quale, spezzato il pane, disse: "Prendete, questo è il mio corpo" (Mc. 14, 22) ; ed anche "Un poco e non mi vedrete più e ancora un poco e mi vedrete" (Gv. 16,16).
Su l’altar maggiore del tempio della Madonna dell’Ajuto, affacciato graziosamente sulla strada Ferdinanda oggi via Garibaldi, sfolgorante delle dieci colonne barocche (anche l’incompiuta facciata della chiesa maestosa de’ Benedettini di San Nicolò la Rena ha dieci colonne: seppure moltissimi studiosi dicono -a torto poiché sovente non si ha l’umiltà di transìre lento pede ed osservare silenter- che siano otto), incastonate nella facciata di Antonino Battaglia, cèppo della famiglia di maestri costruttori della Catania post terremoto, Dio Padre adagia la mano sinistra sul mondo -la destra va verso l’alto- : il Delta trinitario è dietro il capo suo; un superbo compasso, simbolo della creazione perfetta ab origine, della Aequitas come della fraternità universale delle genti, sovrasta la terracquea sfera , nella certa consapevolezza che l’amore de’ puri, spalanca le porte del Regno a chi ha occhi per vedere, ed orecchie per sentire.
 
Francesco Giordano
 



(Nelle foto: S.Maria dell'Ajuto, la 'ritrovata' chiesa di S.Marina in via pozzo mulino, e Sant'Euplo)
 
 

martedì 11 maggio 2010

Langue moribonda la Biblioteca Civica ex benedettina di Catania






Nel menefreghismo dell’amministrazione comunale

Langue moribonda la Biblioteca civica ex benedettina

Personale assolutamente carente, nonostante la buona volontà della Direzione, è di gravissimo nocumento per i lettori – Inutili ed offensivi gli "stagisti" -
 
 
Più volte da queste colonne abbiamo riportato i piacevoli eventi culturali che si sono svolti, e continuano ad attuarsi, nei saloni augusti della vetusta biblioteca Civica allocata nell’ex monastero benedettino: ente morale dagli anni Trenta, le Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero raccolgono preziosissimo patrimonio librario e documentario dal Settecento a tutto il XX secolo fino ad oggi, costituendo una fra le istituzioni più prestigiose, nel panorama bibliotecario, in tutta Europa. Basti pensare, per dare anche solo una vaga idea del prestigio del luogo, concepito da uno di quegli uomini intelligenti e creativi che ebbe Catania in dono per la rinascita dopo l’immane tremuoto, alla solenne sala Vaccarini –nome di colui che la ideò-, conchiglia meravigliosa racchiudente il millenario sapere de’ benedettini espresso in manoscritti, erbarii e rari volumi dei secoli passati.
Tutto questo patrimonio, che era stato valorizzato, dopo la soppressione delle corporazioni religiose successiva all’Unità italiana, per l’intiero secolo ventesimo, attraverso una attività di promozione del sapere che si è concretata nella presenza viva del personale il quale è assolutamente indispensabile per il funzionamento di una biblioteca, langue da tempo, ed in particolare da almeno un anno, nella morìa più abietta. La colpa è, sarebbe semplice affermarlo, non già degli stranoti problemi finanziarii dell’amministrazione comunale attuale, ma della ignavia di essa: il Sindaco Stancanelli in primis, quale responsabile del CdA dell’Ente biblioteca, ha evidentemente sottovalutato con grave nocumento per il lettore e per lo studioso, il fatto incontrovertibile e da tutti verificabile che, dall’aprile 2009 (data del pensionamento dell’ultimo bibliotecario, che ivi lavorava da quarant’anni, persona esperta come i colleghi predecessori), la Biblioteca Civica è del tutto priva di personale addetto a prelevare i libri ed altro materiale, onde fornirlo al pubblico studioso. Sola e unica rimane la direttrice, tale dal 1998, Rita Carbonaro. Alla quale pure non si può far colpa dello stato di decadimento assoluto in cui versa l’ente da lei diretto, poiché non le compete stornare del personale quantomeno minimamente qualificato, al fine di destinarlo alle funzioni di reperimento bibliografico, che sono vitali per un simil luogo. Tanto per dare una immagine plastica, si può affermare che la biblioteca che fu di Guttadauro, dell’abate Recupero e del cardinale Dusmet, è un corpo senza braccia e senza mani, con solamente gli occhi: rivolti nondimeno al passato.
Ed è al passato che il lettore studioso –come ci è personalmente capitato di constatare- vòlge il nostalgico pensiere, ove gli occorra, richieste alcune pubblicazioni, di trovarne a stento una: quindi nella scelta di rinunziare alla propria ricerca, o recarsi in altre biblioteche si spera parimenti fornite. Sempre per l’assenza di personale: e se la Facoltà di Lettere, con una soluzione concordata còlla direttrice non molto tempo fa, invero macchinosa e pittorica (ove non si configuri un danno etico all’immagine del lavoratore tout court), sta offrendo degli studenti a modo di ‘stagisti’ (termine che rimanda ad altre e tristi situazioni… e forse nasconde ben altro…) onde svolgere funzioni di mera guardia dei locali, recentemente visitati da tipi male intenzionati, con anche piccoli ruoli collaborativi (è chiaro che costoro non hanno niuna competenza per rilevare e portare al pubblico i libri, né si può inferire un futuro ruolo per tale mansione, constatato il termine di cinquanta ore per ciascuno), e stazionanti in quelle sale a titolo assolutamente 'gratuito' (è soprattutto questo aspetto, a fronte delle migliaja di Euro che il Comune, vedasi le delibere dell’attuale Sindaco per esempio a proposito del dottor Lanza, il cui compenso mensile è di dodicimila Euro, sperpera in eccesso, a suscitare indignazione e conati di disgusto…), mentre la Facoltà di Lettere li remunera: tutta questa situazione ha del paradossale e del vergognoso. Le cui scaturigini stanno nella psicologìa del profondo della civitas catanese, in parte indolente per antica genìa, ma artatamente ‘silenziata’ dalle trame dei politicanti, come nella ignavia dei cosiddetti intellettuali, almeno di taluni, che mentre ne’ chiusi delle stanze o nei corridoj blaterano verbalmente, poi sfuggono per variegati motivi da azioni od anche solo denunce coraggiose, in nome dell’adagio antico "amicus Plato, sed magis amica veritas". E la verità è codesta: che una biblioteca, la cui ossatura vitale per coloro che ne usufruiscono, è costituita dal personale, e personale qualificato ovvero esperto quindi a conoscenza dei meandri del luogo, laddove questo personale sia mancante, è moribonda ed, a lungo andare e pur nelle migliori intenzioni di chi la dirige (che non può svolgere mansioni multiformi…), muore.
Se è questo che il Comune desidera, se è ciò nelle mire occulte di qualcuno, lo si dica senza remore. Dal 1867, da quando cioè l’Abate Dusmet fu presente alla consegna del Monastero ai funzionarii dello stato, quei luoghi sacri ne han viste di ogni genere. Anzi, è proprio in anni di languente abbandono e di vincitrice polvere, allor che Federico de Roberto, direttore Lucio Finocchiaro, era bibliotecario ivi, che si scrissero entro quelle sale Pagine de "I Viceré"; e Giuseppe Villaroel narrava della immensa aquila che rifugiatasi nelle silenziose sale… Ma dagli anni Trenta, tutto rinnovellasi a vita gorgogliante: Orazio Viola che ivi diresse sino alla morte, nel 1950, già direttore alla Universitaria, compilava schede ed ammanniva prestigio; poi vi furono gli anni di Di Benedetto ed Elvira Ursino (discendente da quel mecenate che ha dato anche il nome suo all’ente, per aver donato la più completa collezione di periodici siculi che vi sia), ed il trentennio magistrale di Maria Salmeri, esperta d’arte e donna d’ingegno (nipote del celebre pittore Alessandro Abate): sino al 1998 la gestione, con finanziamenti anche regionali per l’acquisto dei libri e di fondi (quello Granata, quello Savasta quello Vigo Fazio, quello Santonocito, ossia uno spaccato notevolissimo del nostro patrimonio artistico) di Maria Salmeri era un autentico modello di virtù bibliotecarie, in Sicilia ed in tutta l’Italia. E la Biblioteca funzionava egregiamente, in pochi minuti potevi avere sugli antichi tavoli settecenteschi il libro o la pubblicazione richiesta: magari accanto al proprio scranno notavasi l’allora Preside ed insigne storico Giuseppe Giarrizzo, lo studioso Sebastiano Catalano, la docente Giovanna Finocchiaro Chimirri, ed altri. L’attuale direttrice ha rilanciato nell’ultimo decennio la Biblioteca come luogo di multiformi attività culturali: un merito che le è ampiamente riconosciuto, del resto al passo con i tempi. Ma è assaj triste costatare che, nelle settimane in cui il governo s’accorda col colosso di Internet Google e le due massime biblioteche italiane, Firenze e Roma, decidono di mettere online un milione di antichi volumi, creando così quella biblioteca mondiale da molti sognata, la nostra Civica si avvii, se il Comune non stòrna del personale in modo definitivo (non cenniamo neppure alla possibilità di concorsi all’uopo: nel 1998 erano stati previsti quattro posti, ma il bando non si fece mai…) da altri uffici alla Biblioteca, consentendo al pubblico di usufruirne adeguatamente ed in modo civile, all’ente di continuare a vivere. Perché non saranno le mostre, le esposizioni pur bellissime ed entusiasmanti che ne potranno impedire la morte, se l’andazzo così continua. Vestite a festa un cadavere: potrà essere superbo, ma è corpo inerte, senza vita.E sopra tutto, senza anima. La quale, suggeriva in epoche felici quella grande donna che fu Matilde Serao, come nei fiori è silenziosa, fuggevole e proprio per questo, estremamente concreta e dènsa di autentica poesia.

Bar.Sea. (Francesco Giordano)

Pubblicato su Sicilia Sera n°328 del 9 maggio 2010

giovedì 8 aprile 2010

Un illuminato a Catania: Francesco Ferrara abate, storico e scienziato







E’ un onore celebrare, da queste pagine, un illuminato che ha coll’ingegno e la sapienza illustrato degnamente e con scientifica serietà, la città sua Catania e la Sicilia tutta. Francesco Ferrara abate, storiografo e scienziato, cultore di mineralogia, matematica e delle patrie antichità, deve esser degnamente ricordato, nelle nostre contrade. Non sia sufficiente il passato secolo, che ne rammentò l’opera somma intitolandogli la via dove visse, nel centro storico etnèo, e ripubblicando alcuna opera. Catania qui ne onora la memoria, vieppiù in quest’anno, il cento sessantesimo anniversario della morte. Fioriva egli tra il XVIII ed il XIX secolo, e partecipò, autentico sapiente, alla temperie culturale del suo tempo. Tutti quei che attinsero alla storia, alla letteratura, alla scienza catinense e sicula, gli debbono moltissimo, anche se sovente non lo riconoscono e s’appropriano delle di lui scoperte. Da parte nostra, ne abbiamo in passato (nel volume "La Rotonda", 1997, e ne "L’anfiteatro romano", del 2002) precisato gli incancellabili meriti. Ancor la sua anima, unita alla frusciante tonaca, s’incontra nelle notti illùni, odoroso il tragitto di tabacco, tra la via Ferdinanda ed il Corso reale, immettersi in quella strada di Sant’Antonio abate ove sorgeva, e sorge, la magione sua ornata da ampio giardino; mentre sale silente al Monastero verso gli amici benedettini e consulta i volumi nella grandiosa biblioteca, con accanto un biondo giovinetto, che egli nel novembre 1801, amico di famiglia, tenne a battesimo nel tempio di San Francesco Borgia di via Crociferi: Vincenzo Bellini.
Ecco la biografia da lui stesso vergata, tratta dalle pagine 512\13 della sua "Storia di Catania fino alla fine del secolo XVIII", ivi 1829:
Nacqui in Trecastagne sulle falde dell’Etna nell’aprile 1767. L’ottimo mio padre mi condusse a Catania nel 1778 perché apprendessi le buone discipline; macro pauper agello volle provvedere così alla mia futura sussistenza. Lo perdei nel 1792. La mia affettuosa madre ebbe la più viva premura per sostenere la mia educazione. Feci sotto Zahra il lungo corso delle matematiche per molti anni; con Mirone travagliammo insieme sulla chimica. Appresi la Botanica da Pietropaolo Arcidiacono ed indi da Matteo di Pasquale provetti, e diligenti farmacisti; l’ultimo morì poi nel 1805 professore alla Università con molto onore. Il tempo di riposo fu impiegato da me nemico delle vane dissipazioni, e del gioco alla musica sotto il rinomato maestro Vincenzo Bellini; alla lingua greca sotto il sapiente brasiliano Giocrisostomo Messina; l’Architettura sotto il vecchio ed esperto Battaglia. Correndo nel 1781 presso il celebre Dolomieu che andava visitando l’Etna mi accesi della passione per lo studio delle pietre. Conoscendo nel 1788 a Catania il gran Spallanzani con il quale mi legò poi la più dolce amicizia le scienze naturali divennero il mio studio favorito. La Contemplazione della Natura del famoso Bonnet da me pubblicata con giunte a Catania nel 1792 ed indi la mia Storia generale dell’Etna che diedi alla luce nel 1793 mi procurarono amici e corrispondenze utili di varj luoghi della dotta Europa che m’incoraggiarono e mi sostennero nella ardua impresa di essere io il solo maestro a me stesso. Verso la fine del secolo tutta la mia attenzione concentrata già era sopra la Sicilia che cominciato avea a studiare pieno di ardente brama di farla conoscere in tutti i pregi di cui essa è tanto ricca. Solo, senza mezzi, senza compagnia di dotti uomini che avessi potuto consultare, senza alcuno incoraggiamento, era nelle mie occupazioni sostenuto soltanto dalla mia passione".
Francesco Ferrara univa la modestia alla virtù. Era di famiglia indigente, ma di ceppo nobile, almeno per parte di madre. Egli medesimo ricorda l’antenato "Giovan Battista Motta professore di Medicina nella Università, famoso per tutta la Sicilia fioriva nel 1677 di famiglia antica a Trecastagne. Valoroso nella sfimmica tirava di essa prognostici quasi sempre veri, e sorprendenti. Dai miei maggiori conobbi che fu mio parente dalla parte di mia madre" (in "Storia di Catania…", cit., pag.492). Devoto al Vescovo mecenate Ventimiglia di Belmonte, che giovanissimo andò a trovare allorché questi si era ritirato in Palermo, fece parte del ‘circolo di illuminati’ del munifico Ignazio Paternò Castello principe di Biscari, continuato alla morte di questi dal degno figlio Vincenzo: famiglia, con i Rosso di Cerami, sommamente benemerita per la città poiché non solo ne rinnovellò la storia con il discavo dei più insigni monumenti antichi, ma anche salvò la popolazione più volte, nel corso del XVIII secolo, con dispendio di personali ricchezze, da terribili carestìe.
Il Ferrara, uomo alieno dalla avidità di denaro –dote rara jeri come oggi- quanto appassionato amante del cuore puro che alberga in ogni uomo, dal più alto al più infimo, lo rammenta sovente nei suoi scritti.
Ebbe ad essere chiamato "il Plinio di Sicilia" per la sua sapienza. Professore di Fisica e matematica nella Università di Catania e, dal 1819 sino a tarda età in cui tornò a Catania, in Palermo. La sua figura è centrale nel racconto di G.Pietro Holst, "L’amante di Bellini": lo scrittore danese, venuto in Catania nel 1842 ed ospite di Francesco Ferrara, sentì da lui narrare la storia d’amore del giovine Bellini con Marianna Politi, sua vicina di casa e figliola del notajo nonché alunna del Ferrara: dalla storia creò la novella avente molti echi veridici. Nel 1993 lo scrittore catanese di origini romane Santo Sgroi, nel romanzo "La donna del Cigno", Solfanelli 1993, con prefazione di Giovanni Pasqualino, pone l’abate Ferrara al centro del complesso e felice intreccio narrativo ispirato al suddetto Holst, avente per tema l’amore giovanile di Bellini per la Politi, pronubo proprio il celebre abate Ferrara.
Va tenuto presente che "il Nestore dei naturalisti siciliani", come lo appella il Coco-Grasso nell’elogio funebre stampato in Palermo (città alla quale fu molto legato e laddove lasciò ampio ricordo e numerosi allievi) nel 1850, precoce nell’ingegno in gioventù, fu Intendente delle Patrie Antichità pel Valdemone e Valdinoto, carica già istituita per Ignazio di Biscari: ed in questa veste si adoprò onde far conoscere i monumenti della Sicilia, che descrive nei suoi libri. L’opera di storico patrio è non meno felice di quella di scienziato: una mente eccelsa a cui sin dal primo fiorire non fu estraneo l’ambiente frammassonico. Ignazio di Biscari essendo Venerabile (vedasi il Landolina e, massimamente, il bel volume del nostro illustre storico Giuseppe Giarrizzo, "Massoneria ed Illuminismo nell’Europa del Settecento", Venezia 1994 per la storiografia del settecento latomistico: ivi a pag.179, "…i templari, cui dopo il 1775 è passato anche Ignazio di Biscari…") della Loggia allocata nel suo palazzo, di obbedienza inglese e poi autonoma, il Ferrara dové quasi certamente essere iniziato al circolo esoterico della Massoneria: lo erano del resto i suoi mecenati il Vescovo Ventimiglia ed il Viceré di Sicilia d’Acquino principe di Caramanico. Proscritta la forma associazionistica massonica in seguito all’avvento di Napoleone, egli e gli amici si guardan bene dal cennàre alcunché a tal riguardo, per motivi evidenti: come il Ferrara non precisa, socio di numerose accademie e cattedratico in Catania e Palermo, che fu lui il giovane abatino il quale accompagnava nell’aprile del 1787 il gran Wolfango Goethe in visita a casa Biscari ove, appena morto Ignazio, lo scrittore celebre –e notorio frammassone nonché autorevolissimo esponente degli Illuminati di Baviera- venne accolto dalla vedova e dal figlio, che gli fecero visitare il famoso museo.
Uomo di idee moderne, che i nuovi tempi, anche mercé quella Luce eterna in cui credette silentemente in gioventù, avrebbero portato a compimento. Spegnevasi in Catania, nella strada di Sant’Antonio abate (che dalla seconda metà dell’Ottocento è intitolata a suo nome: arteria importante, collega via Garibaldi a via del Plebiscito; uniforme è il tessuto architettonico, avente palazzi sette-ottocenteschi, con pochissime inserzioni), il 12 febbrajo 1850. Il suo funerale si svolse in quella chiesa dei Cappuccini in piazza Stesicoro, ora non più esistente e nel cui sito è il palazzo della Borsa. Si ignora il luogo di sepoltura, anche se gli amici auspicarono che potesse essere il Duomo di Catania.
Per la cortesia della direttrice dell’Archivio Storico Comunale di Catania dott.ssa Marcella Minissale, pubblichiamo la pagina del registro dell’atto di morte di Francesco Ferrara (Arch. St. Comunale Ct, Registro storico atti di morte, sez. I 733 coll.B 8 a). Da esso si evince la data di morte il 12 febbrajo 1850, ore 10, "nella casa del Sign.D.Rodolfo Ferrara", ed una imprecisione, probabilmente dovuta a svista, sulla reale età dello studioso, poiché ivi viene dichiarato avere "anni ottantacinque", mentre avrebbe compiuto ottantatré anni di lì a poco, essendo nato il 2 aprile 1767.
Infine forniamo di seguito, frutto delle nostre ricerche sul web, l’elenco completo delle opere da lui scritte che risultano presenti nelle biblioteche d’Italia (fonte ICCU), nonché i link con i libri che sono digitati e messi online dal nuovo, ed utilissimo, servizio di Google books, per cui grandi ed importanti biblioteche di tutto il mondo consentono agli studiosi di leggere direttamente attraverso le pagine dell’epoca, testi altrimenti introvabili. Dai campi Elisi ove certamente il nostro abate Ferrara continua ad indagare la Natura, ed amare la Sicilia, il suo sorriso di compiacimento non potrà che sapientemente riverberarsi, anche attraverso queste novelle forme. "Il parlar semplice, è del vero amico" (Euripide).

Francesco Giordano
 
(Nota: le immagini dell’abate Ferrara e della sua casa col giardino, sono tratte dal volume di Guglielmo Policastro "Bellini 1801-1819, edizione del centenario", Catania 1935; l’atto di morte si riproduce per gentile concessione dell’Archivio Storico del Comune di Catania)




Libri di Francesco Ferrara presenti nelle biblioteche italiane (fonte ICCU):
 
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Discorso nella solenne apertura degli studj della R. Universita di Catania l'anno 1841 / del cav: A. Francesco Ferrara
Catania : Stamp. di P. Giuntini, 1843Monografia - Testo a stampa
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Sopra alcune medaglie del re Pirro coniate in Sicilia : Sopra una medaglia di Leontini / del cavaliere Francesco Ferrara
Palermo : tip. del Giornale Letterario, 1839Monografia - Testo a stampa
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Storia naturale della sicilia che comprende la mineralogia con un discorso sopra lo studio in vari tempi delle scienze naturali in quest'isola / Francesco Ferrara
Catania : tip. dell'universita' per Franco Pastore, 1813Monografia - Testo a stampa
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Discorso nella solenne apertura degli studj della R. Universita di Catania l'anno 1841 / del cav: A. Francesco Ferrara
Catania : Stamp. di P. Giuntini, 1843Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\PAL\0051553] 2.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Sopra alcune medaglie del re Pirro coniate in Sicilia : Sopra una medaglia di Leontini / del cavaliere Francesco Ferrara
Palermo : tip. del Giornale Letterario, 1839Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\SBL\0718195] 3.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Storia naturale della sicilia che comprende la mineralogia con un discorso sopra lo studio in vari tempi delle scienze naturali in quest'isola / Francesco Ferrara
Catania : tip. dell'universita' per Franco Pastore, 1813Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\GEA\0004461] 4.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Della influenza dell'aria alla sommita dell'Etna sopra l'economia animale dell'abate Francesco Ferrara professore di storia naturale nella R. Universita di Palermo
Palermo : presso Filippo Solli, 1825Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\NAPE\013365] 5.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Guida dei viaggiatori agli oggetti piu interessanti a vedersi in Sicilia / del professore abate Francesco Ferrara
Palermo : Tip. Abbate, 1836Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\NAP\0159455] 6.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Storia di Catania sino alla fine del secolo 18. con la descrizione degli antichi monumenti ancora esistenti e dello stato presente della citta/ del professore Francesco Ferrara
S.G. La Punta (CT) : Clio, c1993Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\VEA\0192757] 7.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Descrizione dell'Etna con la storia delle eruzioni e il catalogo dei prodotti / dell'abate Francesco Ferrara
Palermo : Lorenzo Dato, 1818Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\GEA\0003741] 8.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
I Campi Flegrei della Sicilia e delle isole che le sono intorno o descrizione fisica e mineralogica di queste isole / dell'abate Francesco Ferrara
Messina : Stamp.dell'Armata Britannica, 1810Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\GEA\0003771] 9.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Descrizione dell'Etna con la storia delle eruzioni e il catalogo dei prodotti dell'abate Francesco Ferrara ...
Palermo : presso Lorenzo Dato, 1818Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\NAPE\001304] 10.
Bonnet, Charles <1720-1793>
Contemplazioni della natura con tutte le aggiunte fatte dall'autore all'ultima edizione francese 1781 / Carlo Bonnet
Venezia : A. Rosa, 1818Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\RLZE\038485]
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Memoria sopra i tremuoti della Sicilia in marzo 1823 del signor Francesco Ferrara...
In Palermo : Presso Lorenzo Dato, 1823Monografia - Testo a stampa
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Brani di una lettera da Palermo sul movimento avvenuto in quella citta nella fine di novembre 1847 / \Francesco Ferrara!
Malta : Tip. di L. Tonna, 1847Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\PAL\0035254] 14.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Memorie sopra il lago Naftia nella Sicilia meridionale, sopra l'ambra siciliana, sopra il melo ibleo e la citta d'Ibla Megara, sopra Nasso e Callipoli
Palermo : R. Stamperia, 1805Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\SBLE\001416] 15.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Storia generale dell'Etna che comprende la descrizione di questa montagna, la storia delle sue eruzioni e dei suoi fenomeni ...
Catania : stamp. F. Pastore, 1793Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\SBLE\001417] 16.
Bonnet, Charles <1720-1793>
Contemplazione della natura del signor Carlo Bonnet con tutte le considerabili aggiunte fatte dall'autore all'ultima edizione francese. Con le note, e le curiose osservazioni del sig. ab. Lazzaro Spallanzani con altre nuove note del sig. ab. Francesco Ferrara. Tom. 1. (-4.)
Catania : Giovanni Riscica negoziante di libri : per Francesco Pastore, 1791Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\CAGE\003718] 17.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Storia naturale della Sicilia che comprende la mineralogia : con un discorso sopra lo studio in vari tempi delle scienze naturali in quest'isola / dell'ab. Francesco Ferrara
Catania : dalla Tipografia dell'universita, 1813Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\SBLE\018394] 18.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Storia generale dell'Etna che comprende la descrizione di questa montagna, la storia delle due eruzioni e dei suoi fenomeni ... / dall'abate Francesco Ferrara
Catania : ?s.n.?, 1793Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\SBLE\013633] 19.
Bonnet, Charles <1720-1793>
Contemplazione della natura del signor Carlo Bonnet con tutte le aggiunte fatte dall'autore all'ultima edizione francese 1781, ed arricchita delle molte note ed osservazioni fatte posteriormente all'ultima veneta edizione 1790 dai signori abati Lazzaro Spallanzani e Francesco Ferrara ... Tomo 1. [-4.]
In Venezia : presso Antonio Rosa, 1818Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\UBOE\039244] 20.
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Memoria sopra i tremuoti della Sicilia in marzo 1823 del signor Francesco Ferrara...
In Palermo : Presso Lorenzo Dato, 1823Monografia - Testo a stampa [IT\ICCU\NAPE\002045]
Ferrara, Francesco <1767-1850>
Antichi edifici ed altri monumenti di belle arti ancora esistenti in Sicilia / disegnati e descritti dall'ab. Francesco Ferrara
Palermo : dalla Tip. reale di guerra, 1814Monografia - Testo a stampa
 


Link dei libri digitalizzati in versione completa di Francesco Ferrara, presenti sul Web e messi online da biblioteche estere:
 

 
1)
http://books.google.it/books?id=oBA5AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=storia+catania+ferrara&hl=it&ei=AZWjS8i7EsfDsgbSv-jwCA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=1&ved=0CC8Q6AEwAA#v=onepage&q=&f=false
(link alla edizione digitale completa della Storia di Catania del Ferrara, anno 1829 in Catania)
2)
http://books.google.it/books?id=OGw5AAAAcAAJ&pg=PA338&dq=storia+catania+ferrara&hl=it&ei=AZWjS8i7EsfDsgbSv-jwCA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=8&ved=0CEwQ6AEwBw#v=onepage&q=&f=false
(link alla edizione digitale completa della Storia generale della Sicilia: Storia civile ; p. 6 - Pagina 338 Francesco Ferrara - 1833 - 428 pagine)
 
3)
http://books.google.it/books?id=CggAAAAAQAAJ&pg=PA74&dq=storia+catania+ferrara&hl=it&ei=AZWjS8i7EsfDsgbSv-jwCA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=10&ved=0CFUQ6AEwCQ#v=onepage&q=storia%20catania%20ferrara&f=false
(edizione digitale completa della Descrizione dell'Etna con la storia delle eruzioni e il catalogo dei prodotti, 1818, pp.74)
 
4)
http://books.google.it/books?id=ickJAAAAIAAJ&pg=PP9&dq=storia+catania+ferrara&hl=it&ei=9JajS-3wEpSssAb0zOXGCA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=4&ved=0CDoQ6AEwAzgK#v=onepage&q=storia%20catania%20ferrara&f=false
(link edizione digitale completa della Storia naturale della Sicilia che comprende la mineralogia &c F. Ferrara – 1813)
5)
http://books.google.it/books?id=TTkAAAAAQAAJ&pg=PA157&dq=storia+catania+ferrara&hl=it&ei=xZ-jS4u4OM6msQbui6TtCA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=1&ved=0CC0Q6AEwADge#v=onepage&q=storia%20catania%20ferrara&f=false
(link alla edizione digitale completa de "I campi Flegrei della Sicilia e delle isole che le sono intorno..", 1810, 424 pag.)
 

lunedì 29 marzo 2010

Il tempo ritrovato, ovvero due intellettuali a Catania: Maria Salmeri e Salvatore Mirone








Il tempo non cancella il ricordo. Anzi, colorisce di tratti misteriosi quel che è stato, quel che può essere. Chiave di volta per il presente? Forse, se si è ancora in tempo. Come Platone nel Fedone: ancora, vi è luce.
Catania città insonnolita e distratta nella incipiente primavera del decimo anno del nuovo millennio, non può dimenticare due persone straordinarie, che l’hanno adornata di amore, col frutto del loro lavoro, perfezionato dalle arti sorelle che furono e sono loro compagne. Chi ha amato i libri, chi è studioso autentico rammenta sempre che nelle due massime biblioteche della città, la Universitaria allocata nel palazzo centrale, Syculorum Gymnasium, e la Civica ex benedettina troneggiante nel maestoso monastero su l’acropoli, vera reggia attraverso i secoli, vi furono a’ vertici, dal 1968 agli anni 1995-98, due studiosi che univano la competenza alla virtù: Salvatore Mirone alla Universitaria e Maria Salmeri alla Civica. Da anni i due, coniugi nella vita privata, proseguono nel loro stile di vita discreto e riservato, come è d’uso. Felicemente qui desideriamo rammentarne, ai molti verso cui furono disponibili di informazioni e consigli, ai tanti che aiutarono a crescere e migliorare, il contributo umano e culturale, verso una comunità che, forse sino ad oggi, non li ha adeguatamente celebrati come meritano.
Salvatore Mirone, autore fra l’altro della dòtta voce sulla Biblioteca Regionale Universitaria presente nelle due edizioni della Enciclopedia di Catania, pubblicata negli anni ottanta dal compianto editore Tringale, ha il merito di aver diretto l’istituzione in un periodo difficile ma anche felice per l’ampliamento ed il consolidamento del patrimonio librario e dei manoscritti: sua operazione fu l’acquisizione, nell’ottobre del 1978, delle carte di Giovanni Verga, tra cui i manoscritti dei Malavoglia, di Mastro Don Gesualdo ed altri molti; nonché molto materiale epistolare di Federico De Roberto. Inoltre egli fu promotore di diverse iniziative culturali, tra cui ricordiamo la mostra della Letteratura catanese tra le due guerre; affitta i locali di palazzo Carcaci, in via Etnea 84, per crearvi, esigenze di spazio lo imponevano, la sezione staccata della Biblioteca, ove si collocano molti fondi storici, e dove nel 1983 viene creata la sezione musicale e fonografica, di cui oggi possono usufruire molti. Un autentico operatore culturale dòtto ed attento quindi, come si notò anche dalla cura che infuse nel promuovere, tra le ultime opere, il catalogo dei Periodici della Biblioteca: inoltre ha contribuito alla acquisizione, unitamente alla Soprintendenza regionale che subentrò negli anni Sessanta nella gestione della Biblioteca, dell’ex collegio dei Gesuiti di via Crociferi, fino a pochi mesi fa Istituto statale d’Arte (oggi chiuso per lavori di consolidamento), ove un giorno la Biblioteca dovrebbe trasferirsi.
Salvatore Mirone è tra gli intellettuali che animarono la stagione culturale catinense nel torno di tempo fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo XX: tra i più appassionati collaboratori di Incidenza, il bimestrale di letteratura ed arte diretto da quell’infaticabile poeta e creatore di avanguardie che fu padre Antonio Corsaro, si rivelò al pubblico con una raccolta di poesie dedicate a Giorgio Morandi, il grande pittore, pubblicate nella collana omonima della rivista. I suoi "taccuini di viaggio", gli appunti ed altre note che ritroviamo, in vecchi numeri di Incidenza che, da cercatori di quella Luce ispiratrice che ovunque si cela ma è necessario scorgere per ben coglierne l’aire, abbiamo rintracciato, ci narrano di uno scrittore estremamente sensibile ai movimenti, ai suoni ed ai colori: un uomo di rara caratura, tendente alla perfezione. "Quando scendo a Ledìspoli, torna improvvisamente la mia infanzia: quando fui a Viareggio nel ’41 (o lontano, a Rodi, nel ’38). Un’aria di mare inquieto, con il vento che cade fra le tende e poi s’alza tra i villini coloniali… risento le punte degli zoccoli; stracci di cotone azzurro sono i calzoni dei ragazzi. La felicità rasenta nell’ozio misura di umiltà…
A Cerveteri: Questi paesi segregati vivono nel deserto del silenzio; e il silenzio è la campagna… Qui mi sono fermato per udire le cicale; e qui –come un tratto- s’è rotto il filo del pensiero: tra i rami degli ulivi vecchi, in un’unica striscia d’argento delle foglie" (da Paesaggi, in Incidenza aprile 1964). Ed ancora: "La casa di Morandi: … forte e curvo scende con una lentezza da patriarca. Poi, non ricordo altro se non un tempo lunghissimo (come d’infanzia ritrovata) in un salottino stretto, con gli oggetti rigidi e scarni, e un vaso coi fiori rossi e raccolti… Le montagne vicine, che chiudono il pianoro, hanno mutato colore. Andiamo verso l’ombra.
A Roma: …la luce abbaglia le finestre, mentre una campana invade il cielo sonoro come una fuga di nubi" (da Incidenza, febbraio 1964).
Può darsi che in un verso, "l’ombra nera, deposta, ha la stessa valenza della luce", vergato nei momenti di vita militare che il Mirone segnava, a Maddaloni nel 1959 (su Incidenza del dicembre 1964), vi sia la misura di tutte le cose, come suggerivasi un tempo. O preferiamo crederlo.
Ed è attraverso il tempo ritrovato, sorta di ‘recherche’ proustiana, che l’abbrivio alato ci trasporta verso Maria Salmeri, che della Biblioteca Civica e Ursino Recupero, ente morale mercé il regio decreto del 1931, fu il genius loci, dal 1968 al luglio 1998. Direttrice brillante e molto amata per la sua competenza e passione, ha trasfuso nel ruolo assegnatole l’amore per l’arte che porta nel sangue: poiché nipote per parte materna di quell’Alessandro Abate, pittore celebre e rinomato nel panorama artistico nazionale fra il XIX ed il XX secolo, le cui opere ancora abbelliscono Musei pubblici e adornano private magioni.
E tanto più il ruolo di Maria Salmeri, quale responsabile della Biblioteca ex benedettina, la cui "acribia filologica " lo storico Giuseppe Giarrizzo lodò nella prefazione al Catalogo dei Periodici, in quattro volumi, che rimane imperitura testimonianza del suo operato nell’ente, si nota oggi, in tempi di decadimento etico e strutturale di quel tempio della memoria che ha veduto le opere di studiosi e lettori noti ed ignoti, oscuri e celeberrimi: lavori prestigiosi e di minuto ordine ma sempre instillati d’amore che in quel luogo maestoso e magico nacquero, sovente proprio per impulso ed incoraggiamento di Maria Alessandra Salmeri. Chi scrive può ben dirlo, testimone muto e diretto di tutto ciò, con cognizione di causa.
In quelle sale, la cui storia ella ha sapientemente tracciato, sempre nella voce apposita racchiusa nell’Enciclopedìa di Catania, si notavano Santo Mazzarino e Rosario Romeo, Giuseppe Giarrizzo e Sebastiano Catalano, Giovanna Finocchiaro Chimirri ed altri meno noti, seduti magari al fianco di imberbi studentelli i quali, con timida passione, iniziavano nel tralucere delle enormi finestre protette dalle inferriate, il cammino della vita intellettuale. E la grand’ombra di Mario Rapisardi, giganteggiare nella stanza attigua, fu sempre da Maria Salmeri –poiché la biblioteca da cent’anni possiede la più gran parte delle carte e dei libri del Vate etnèo- adeguatamente onorata: lei s’adoprò onde acquisire al patrimonio comune i fondi del giornalista e studioso giarrese, ma catanese d’animo, Francesco Granata (tra cui alcune tele rapisardiane): come quelli di Saverio Fiducia, letterato e scrittore insigne, e dei musicisti Santo Santonocito, Antonio Savasta, del rapisardiano scrittore Lorenzo Vigo Fazio, del critico cinematografico Enea Ferrante; inoltre acquisì i carteggi ed i libri di Carlo Sada, di Bonaiuto, Libertini e Casagrandi, ed il fondo Vincenzo Giuffrida. La sua opera trentennale fu di autentica sostanza e costellata di grande esperienza. E tuttavolta, anche della Maria Salmeri letterata qualcosa si rintraccia, meritoria opera di padre Corsaro (che rammentiamo tanto ieratico nei modi quanto variegato negli interessi), nella citata rivista Incidenza. Recensendo
"Rien va" di Mario Landolfi, pubblicato da Valecchi nel 1963, ella afferma: "… è un diario che l’autore imprende a scrivere avendo, però, già abbandonato ogni "volontà di dire", essendo pervenuto al limite ultimo tra la parola e il silenzio… Nulla, di tutta la realtà, merita di essere fermato, circoscritto dalle parole… Ma su questo raggiunto "silenzio", su questo vuoto perseguito con accanimento, su questa suprema "noia", nasce un nuovo puro canto: ancora la poesia dei sentimenti originari, non corrotti dalla abitudine o dalla viltà, spogli di ogni gravezza e di compiacimento, avvertiti e sofferti nel loro "fulgore d’origine"; insieme con l’amore stupito, trepidante, dubbioso di se stesso, per la figlia nata; insieme con le nuove riflessioni e le nuove prospettive sull’esistenza a cui questo amore costringe" (su Incidenza aprile 1964).
Parole che rispecchiano quella rara sensibilità, speculum della nobiltà autentica di chi ama le cose belle.
In fine, di Maria Salmeri e di Salvatore Mirone, due intellettuali di concreto prestigio che molto hanno donato alla cultura catinense, si può affermare quel che Federico De Roberto, anima eccelsa addentro a le secrete cose, vergava nella chiusa di Spasimo: "Vi sono di queste creature venute al mondo per convertirci alle cose delle quali purtroppo la vita ci fa dubitare. Il loro cuore è come una fontana di salute".

Francesco Giordano
(nelle immagini, il palazzo centrale dell'Università di Catania nell'omonima piazza, sede della Biblioteca regionale; e la sala Vaccarini, Biblioteche riunite Civica e U.Recupero, ex monastero Benedettino, Catania)

mercoledì 17 marzo 2010

Infanzia abbandonata a Catania, una importante mostra all'Archivio Storico Comunale


Per iniziativa della Direttrice dell'Archivio, dott.ssa Marcella Minissale, coadiuvata dai validi e solerti collaboratori, è in atto in questi giorni la mostra sui luoghi della infanzia abbandonata nella città etnèa, dal XVI al XX secolo. Di seguito riportiamo, per gentile concessione, la nota documentaria sulla esposizione, che può annoverare opere bibliografiche, immagini e testi.
 
"Benedetto chi ti porta, maledetto chi ti manda !"
- note e documenti sull’assistenza all’infanzia abbandonata a Catania -


Il sistema assistenziale cominciò a strutturarsi in Europa verso la metà del ‘500 sotto la spinta della Chiesa e di benestanti filantropi con la fondazione di ricoveri per orfani, per ammalati ed indigenti. Ordini e Congregazioni religiose amministravano ingenti lasciti volti a redimere emarginati ed "immorali o segregarli in strutture ove non turbassero l'ordine costituito.
Proprio in quel periodo nacquero a Catania le prime istituzioni di beneficenza. Nel 1550 il Viceré
spagnolo Giovanni De Vega fondò la Casa degli Orfanelli con l’approvazione del Papa Giulio III.
Secondo quanto confermava il suo Statuto Organico, riformato nel 1910, essa aveva lo scopo di
provvedere, gratuitamente, secondo i propri mezzi, al ricovero, mantenimento, educazione morale e fisica ed istruzione professionale di fanciulli orfani o abbandonati dai genitori.
Il Conservatorio delle Verginelle sorse nel 1586 per opera del filantropo Govanni Paolo Larocca
col contributo del Senato cittadino; in esso erano ammesse, secondo le notizie tratte dalla "Guida
di Catania" di Sebastiano Salomone," le ragazze povere che intendano istruirsi nei lavori
donneschi o nelle materie elementari di coltura letteraria". Ancora nel 1910 ospitava, circa
duecento ragazze ed era diretto dalle Suore di Carità.Ciascuna ricoverata che passava a nozze,
riceveva un legato di maritaggio di £. 190,25.
Per oltre due secoli le Opere Pie godettero di una indipendenza assoluta dalla vigilanza del potere
civile, che, dalla metà del XVIII secolo andò decrescendo per l’influsso delle riforme illuministiche
introdotte nei vari stati preunitari e per le nuove concezioni amministrative affermatesi nei primi
dell’800 insieme all’occupazione napoleonica di gran parte della Penisola.
Il regime borbonico, diede prova di un particolare interventismo sotto il profilo assistenziale ed
educativo; già nel 1741 assoggettò alla giurisdizione laica, con un concordato con la Santa Sede,
gli istituti di pia carità per orfanelli. In seguito, nel 1750, il viceré Laviefeuille istituì
la"Deputazione Generale dei projetti" a cui era affidata la protezione dell’ infanzia abbandonata
nel regno, avvalendosi anche del clero per la graduale creazione di una assistenza statale.
Invero, nel 1782 il viceré Caracciolo riconobbe ente morale l’Ospedale o Conservatorio del Santo
Bambino, per l’assistenza alle partorienti di figli illegittimi fondato nel 1776 dal sacerdote
Giuseppe Giuffrida. Secondo quanto riferiva il Duca di Carcaci , nella sua Descrizione di Catania e
delle cose notevoli nei dintorni di essa, apparsa nel 1847. Nell’Istituto - all’epoca sito in Via dello Stazzone, 8 –: "… qualsiasi donna gravida di qualsiasi stato e patria appena si presenti e senza obbligo di palesarsi è gratuitamente alimentata ed assistita con ogni possibile cura, ha facoltà di esporre il parto od allevarlo, di partirsene o passare da nutrice in altro stabilimento. Le vicende dell’attuale Ospedale di Maternità sono state efficacemente, illustrate da Alfonso Toscano ne: L’Ospedale di maternità e la chiesa del S. Bambino, pubblicato a Catania nel 1950.
Il controllo dello Stato sulle opere assistenziali divenne ancor più penetrante con l’istituzione dei
Consigli Generali degli Ospizi da Gioacchino Murat, cognato di Napoleone durante l’occupazione
del Regno di Napoli (Decreto n. 493 /09).Tali organi, Ferdinando IV, dopo la Restaurazione, li
mantenne con decreto del 1816 estendendo li sull’ intero territorio del Regno per la "sorveglianza
tutela e direzione degli stabilimenti di beneficenza e dei luoghi pii laicali che esistano in tutti i
comuni" di ogni Valle. Essi dipendevano dal Ministero degli Affari interni ed erano distinti da
ogni altra amministrazione con officina separata dalle Intendenze. La loro presidenza spettava
all’Intendente coadiuvato dagli Ordinari della Diocesi dei Capoluoghi e da Consiglieri scelti fra i
notabili. I Consigli furono sciolti con Legge del 3 agosto 1862 n. 753 in favore delle Deputazioni
Provinciali.
La corrispondenza attestante la loro minuziosa opera di controllo tra le Commissioni
amministranti i diversi Istituti di beneficienza, ed il Patrizio di Catania della contabilità annuale -
si trova presso l’Archivio Storico Comunale.
I projetti. esposti - o gettatelli come definiti in talune regioni italiane - erano il frutto delle
condizioni di estremo disagio sociale dell’epoca, contrassegnata da frequenti carestie, dalla
frequente impossibilità di mantenere famiglie numerose, nonchè dalle ferree convenzioni religiose
che stigmatizzavano irreversibilmente, i nati da relazioni extramatrimoniali. I proietti venivano
depositati nelle "ruota" : un cilindro di legno cavo, collocato in chiese od istituti a ciò deputati,
con una apertura a finestra, che ruotava con un perno in modo da poter portare il neonato dall’altra
parte del muro. L’abbandono era preceduto dal suono di una campanella. Il preposto al servizio,
udendola, si recava a ricevere il neonato senza vedere chi lo avesse lasciato. Il cappellano curato,
riempiva un foglio del libro dei projetti, imponendo un nome e cognome di fantasia, (di città:
Catania, Messina, oppure di allusione alla condizione di abbandonato: Trovato, Diolosà
Diotallevi, D’ignoti Parenti, oppure di spregiativo riferimento alla relazione adulterina o ai costumi della madre: cornetto, bordello, etc.)
e lo battezzava subito, dato l’elevatissimo tasso di mortalità infantile. Nel 1771, era stato revocato l’uso di "bullare" sulle carni i trovatelli
disponendoci legar loro al collo, una medaglietta con scritto il nome dell’Ospedale o dell’Università che l’aveva in cura ed un numero di
matricola.
Dal 1820, anno di istituzione dello Stato Civile in Sicilia, secondo le disposizioni sulle Leggi Civili del Codice per il Regno delle due
Sicilie del 1818 l’Ufficiale di Stato civile (in quel tempo, a Catania, era il Senatore, cioè il capo di una delle sei sezioni in cui la città era
divisa) riceveva un conciso rapporto sulle circostanze del ritrovamento e lo inseriva nell’atto di nascita da lui redatto. Le norme di tenuta
dei registri borbonici, perpetuavano a vita, la condizione degli abbandonati, ordinandone gli atti nelle serie dei projetti, divise per nascita
e per morte.
Gli orfanelli , come prescritto dal Real Decreto n. 1138/32, fino ai cinque anni per i maschi e sette per le femmine, erano affidati alle
levatrici od alla Casa di Nutrizione, che in Catania , secondo la descrizione del citato Duca di Carcaci: "si trovava nella strada delle ree
pentite num. 11: in tutte le ore del giorno e della notte può ognuno depositare n questa casa, in una ruota appositamente erettavi,
qualunque bambino esposto nato da ignoti parenti. Depositato nella ruota esso si dà in cura ad una delle nutrici quivi stabilite se pure
non trovi da affidare ad alcuna donna che voglia allattarlo in casa per un sovvenimento di tarì quindici al mese che il comune le
somministra. Agli inizi del XX secolo la Guida di Catania informava che: la Casa di Nutrizione situata in via Ardizzone, 59 era un altro
pietoso ospizio per l’allevamento dei projetti affidato a molte nutrici stipendiate.
Al compimento del quinto o del settimo anno di vita, i bambini e bambine erano affidati ai "convitti" statali o ai"conservatori" gestiti da
ordini religiosi, ove essi erano considerati come affetti dal peccato d’origine e quindi, da educare con particolare severità al fine
estirparne eventuali tendenze pericolose per la società.
Con il Decreto del 7 Agosto 1834, Ferdinando II istituì tre Reali Ospizi di Beneficenza suddivisi nelle città di Palermo, Messina e
Catania: A Catania l’istituzione trovò posto nel Collegio dei Gesuiti di Via Crociferi, confiscato all’Ordine dopo la sua espulsione nel
1767 e già adibito a Collegio della bassa gente ed accolse gli orfani mendici, e quei figli di cui i genitori
erano privi di mezzi di sussistenza. Presso il "Convitto", come veniva anche chiamato, venivano portati i
projetti provenienti da Catania e Noto, di sette anni compiuti. All’inizio del XX secolo vi erano ricoverati
circa seicento orfanelli. All’interno dell’istituto erano attive numerose scuole professionali ed officine, tra
cui una falegnameria ed una tipografia, affinché i ricoverati apprendessero un mestiere, Invero la marca
del Reale Ospizio di Beneficienza" fu impressa sui frontespizi di diverse edizioni locali pubblicate nella
mete dell’Ottocento.
Secondo le disposizioni istitutive, il Convitto, usava una rigida disciplina verso gli allievi che erano
istruiti anche negli esercizi di soldato ed alcuni di loro formavano una banda musicale che si esibiva
nelle cerimonie pubbliche; come testimonia la richiesta, indirizzata dall’Intendente e Presidente del
Consiglio Generale degli Ospizi al Patrizio, ove si scrive di un concerto della banda militare dello
Stabilimento del Reale Ospizio di Beneficenza in occasione del genetliaco delle Regina madre, nel 1841,
da svolgersi sul palchetto già predisposto "alla marina".
Le projette settenarie, che ricevevano beninteso, un’educazione separata da quella dei maschi, potevano
essere destinate, al Consevatorio di Esposte ubicato, ai tempi del
citato Duca di Carcaci, nella Strada degli Ammalati (oggi Via
Maddem) n. 63 che "godeva di esteso edificio di viale alberato e
di chiesa …; chiamato a vita da… Ferdinando I nel 1807 … vi entravano "… le fanciulle
all’anno settimo della vita e ne escono tosto che vanno a marito …" vivono "… in comune
vestono in abito uniforme e sono istruite nei lavori donneschi e della dottrina cristiana … il
comune ha dovuto supplire al mantenimento di essa.
Negli istituti femminili la disciplina per le "convittrici" era mo0lto severa: vigeva il divieto di
giocare per strada , di stare alla finestra, di fermarsi mentre camminava da sole per le vie. Il fine
della loro educazione era esclusivamente, il matrimonio e la costituzione della relativa dote in
cui affluivano oltrecchè , il frutto del loro lavoro come sarte o ricamatrici, parte delle risorse
dell’istituto o eventuali specifici legati. Se non andavano a nozze le giovani, non preparate ad
affrontare il mondo esterno, potevano restare a lungo, tra le rassicuranti mura dell’Istituto,
come testimonia una delibera del 1948, con cui la Giunta Municipale di Catania disponeva una
buonuscita di L. 1000 a favore di una orfanella infine, passata a matrimonio, e rimasta
nell’Orfanotrofio annesso all’Ospedale Garibaldi "abolito da moltissimi anni" .
Dopo l’Unità, la disgregazione della famiglia patriarcale,legata alla crescente
industrializzazione, ed al lavoro femminile fuori dalle mura domestiche, imposero
l’allargamento ed il rinnovamento delle forme di cura dell’infanzia ed assistenza in genere
assumendo, gradatamente, la fisionomia di diritto universale. Il mutato ordinamento dello Stato
Civile unitario (R.D. 2602 del 1865), attenuò lo "stigma" riservato ai trovatelli i cui atti
cessarono di costituire serie a parte; per la sparizione della dicitura "figlio di NN", sugli atti anagrafici bisognerà attendere la Legge. n.
1064 del 31 Ottobre 1955..
La legge sulle Opere Pie del 1862, assegnò loro una diversa autonomia; essi furono sganciati dal potere ecclesiastico e posti in una
situazione giuridica a metà fra quella pubblica e quella privata. Ciò potè avvenire per la decisione inflessibile del nuovo Stato italiano di
sottrarre la ingente aliquota di ricchezza detenuta dagli ordini religiosi, e di ridurre al contempo, l’influenza del clero all’interno della
società; tale disegno fu, invero, attuato con l’eversione dell’asse ecclesiastico realizzata con la cd. "Legge Siccardi" del 1866.
In questo clima, fu insediata una Commissione d’Indagine sulle Opere Pie per rilevarne l’assetto patrimoniale, il numero di assistiti e la
natura delle prestazioni elargite .Quelle presenti nel Regno fra il 1880 e il 1888 erano 21.819. di cui ben 2.770 dedicate al culto o alla
beneficenza, 1.923 ai sussidi dotali, 257 conservatori, ritiri o convitti per il recupero morale delle donne "cadute'', 823 ospedali, 13 istituti
per sordomuti e 2 per ciechi. E poi scuole, asili infantili, ospizi di maternità, manicomi, case di rieducazione per minorenni "traviati''ed
un numero rilevante di monti di maritaggio.
La "Norme sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza adottate con la legge
n. 6972 del 1890,(cd. Legge Crispi) definirono per la prima volta il ruolo dello Stato
non più limitato al controllo patrimoniale ed amministrativo; il fine delle istituzioni
benefiche divenne quello universalistico di assistere i poveri in stato di malessere ed
infermità e di procurare l'educazione e l'istruzione ai bisognosi. … senza distinzione
di culto religioso o di opinione pubblica''. Le Opere Pie furono trasformate in Istituti
di beneficenza (Ipab) regolate nella formazione, nel funzionamento e nell'estinzione
in modo da assicurarne la gestione "laica''. Nacquero, inoltre, gli Enti di Carità e
Assistenza (ECA).
La pressione delle lotte operaie, determinò l’approvazione, nel 1904, della legge
Giolitti ove, con lucida consapevolezza, la beneficenza fu considerata un aspetto
della situazione sociale, configurando come indiscutibile il diritto del povero ad essere
assistito da istituzioni pubbliche coordinate ed integrate alle iniziative private tramite
una Commissione Provinciale, per gli interventi a carattere locale, e da un Consiglio
Superiore, per le questioni nazionali. In tale periodo sorsero in città orfanotrofi
municipali, come il Buon Pastore, nella borgata Cibali, erede del Conservatorio delle
Figlie del Buon Pastore, sorto a metà ottocento per il recupero delle donne ex
carcerate.
Nel 1923, al potere il Regime Fascista, la legge Giolitti fu abrogata per il suo spiccato decentramento che contrastava il verticismo voluto
da Mussolini, sostenitore della famiglia cattolica e fascista, nata come puntello dell’assistenza sociale e della politica demografica.
Nello stesso anno il "Regolamento generale per il servizio d'assistenza agli Esposti" abolì definitivamente le "ruote" già cadute in disuso
a partire dalla fine dell’Ottocento, perché ritenute incivili e causa di abusi.
Nel 1925 fu istituita l'Opera nazionale per la maternità e l'infanzia (ONMI)e soppressa nel 1975 . Esso era una sorta di ministero sorto
con il compito di coordinare le iniziative a favore dell'infanzia. La legge Crispi del 1890, rimase l’unica, fino ai tempi recenti , legge
organica sull’assistenza e beneficenza.
La Costituzione Repubblicana del 1948 innovò profondamente, i principi ispiratori dell’intera materia, postulando il diritto inalienabile
all'assistenza sociale intesa non come "adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale', garantito
dall’art. 2 a "tutti i cittadini … senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e
sociali. per … rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la
effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese'' (art. 3).soprattutto per "ogni
cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere" Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all’
avviamento professionale. Ai compiti previsti in quest’articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera'' (art. 38).
Nei primi decenni della Repubblica l'assistenza fu appannaggio di enti pubblici e privati per lo più sovvenzionati dallo Stato e spesso
fonte di clientelismo, incuria e degrado. Essa si reggeva principalmente, sulle attività delle Ipab che assicuravano il ricovero a
handicappati e minori.
Nei primi anni ‘50 l’organizzazione degli istituti a livello Provinciale fu integrata negli IPAI (Istituti Provinciali di Assistenza
all’Infanzia) che avrebbero dovuto provvedere non solo alla istituzionalizzazione dei bambini abbandonati ma anche ad una serie
integrata di servizi per la cura dell’infanzia. Tali enti, sono stati gradatamente chiusi per la preferenza accordata dal legislatore delle
ultime riforme, alle "case famiglia" e la conseguente chiusura o trasformazione degli orfanotrofi e dei brefotrofi.
I documenti, custoditi presso l’Archivio Storico Comunale, appartenenti al fondo "Beneficenza" per la liquidazioni delle rette agli istituti,
e talune pratiche edilizie del fondo "Ufficio Tecnico" forniscono uno spaccato della consistenza, dell’attività e delle condizioni degli
orfanotrofi di Catania e dintorni. tra il 1939 ed il 1965.
Il Decreto n. 616/1977, demandato a dare attuazione all’assetto regionalistico voluto dalla Costituzione. distinguendo fra prestazioni
previdenziali, gestite a livello nazionale e prestazioni assistenziali erogate dagli enti locali e da loro strutture, stabilì che le funzioni, il
personale e i beni delle IPAB venissero trasferiti ai Comuni; successivamente, le Ipab cosiddette infraregionali, grande maggioranza tra le
istituzioni assistenziali, sono ritornate alle linee fondamentali della legge Crispi del 1890.
La necessità di una nuova legge-quadro sull'assistenza, portò alla controversa "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di
interventi e servizi sociali'' (L. 328/2000). Ad essa fu addebitata da taluni la colpa di aver privatizzato i servizi sociali scaricandoli sulla
famiglia e sulla donna. Consapevole della realtà di abbandono in cui molti degli istituti di infanzia versavano e con l’intento di dare una
famiglia ad ogni bambino incoraggiandone l’adozione o sostenendone il rientro graduale nel nucleo d’origine, la legge 149 del 2001
stabilì la chiusura di tutti gli orfanotrofi entro il 31 dicembre 2006. Di fatto, però, molte realtà hanno riorganizzato la struttura, divenendo
comunità, case-famiglia, villaggi e altre forme di micro-istituzionalizzazione; soluzioni previste dalla legge come temporanee che invece,
per molti bambini ospitati, si protrae per anni, ad un costo per lo Stato molto più alto che non l’affido familiare.
Esemplare testimonianza della condizione di violenza e degrado che molte generazioni di bimbi "senza famiglia" hanno dovuto subire in
molte Istituzione incaricate all’assistenza all’infanzia è l’articolo Mamma non c’è, babbo nemmeno il personale neppure di Maria
Giovanna Casabene - apparso sulla: Sicilia-Catania Oggi n° 18 del 6 Ottobre 1979 – che per il toccante contenuto di denuncia, si vuole
riportare per intero:
Sono stata alcuni giorni fa all’IPAI di Catania sito i via Mavilla, un vicolo cieco che si trova in uno dei quartieri più popolari della città
Alcuni giorni prima parlando con una degli addetti ai lavori dell’istituto venni a sapere che
all’interno si trovava una cinquantina di bambini che per anni non escono dai grandi
cameroni a loro destinati … Varcato il cancello con la targa Ipai … chiedo di una
puericultrice, mi viene indicato un portone poco distante. …
Quando arrivai al primo piano … ebbi a vedere uno spettacolo inconcepibile in un paese
che vanti di essere civile … : pareti spoglie e sporche, nessun gioco, niente di niente :
banchetti sporchi di materia marrone, solo dopo mi resi conto che si trattava di feci; a terra
qualche chiazza di liquido giallo. Circa 25 bambini imbestialiti, con la violenza stampata
nel volto, tutti eguali: con i capelli rasati quasi a zero vestiti allo stesso modo, mi vennero
incontro. Tale scena mi ricordò i campi di sterminio nazisti dove gli ebrei erano costretti a
dimenticare di essere uomini; i più grandi non sanno parlare, nessuno gliel’ha insegnato .Il
personale loro addetto consisteva in due puericultrici.
Chiedo ad una di esse."ma come mai questi bambini non hanno … nemmeno un
giocattolo?" perchè non lo chiede al direttore di turno? I giocattoli vengono distribuiti in
genere a Natale con la foto ricordo che vede il benefattore che divide i regali …
L’indomani … . le gentili signore di questo istituto se li portano a casa per i loro figli. …
chiedo di vedere i bambini più piccoli; … al secondo piano …lo spettacolo che mi si
presenta è ancora più squallido: una cameraccia … accoglie quattro lattanti: tre di loro
stanno piangendo da un pezzo; uno addirittura, ha la manina viola a forza di succhiarla, [la
puericultrice] mi dice: [che] .. badare non può a questi bambini perché le fanno troppa
pena poi aggiunge che non tutte le sue colleghe hanno la sensibilità adatta per queste cose,
per molte questi sono bambini di serie b.
Le donne dovrebbero venire …a svolgere una missione e non perché c’è uno stipendio
discreto. … Almeno la metà del personale è sempre ammalato o chiede sempre permessi
Qui non funziona nulla. Si permette a madri snaturate di abbandonare i loro figli in
questo posto e di conservarne la patria potestà venendo raramente , a trovarli.. La maggior
parte dei bambini non sa di avere una madre, nemmeno la conoscono eppure la madre risulta venire ogni giovedì;.. vengono a trovare il
loro bambino,si siedono in un angolo e non permettono al piccolo nemmeno di toccarle, perché potrebbero sporcarle il costoso
abbigliamento. … Hanno chiuso i manicomi perché enti amorali come questi allora?
Salutiamo le cortesi signore ed andiamo via. … penso a cosa ne sarà di questi bambini. certo io avrò fatto il mio bravo articolo ma poi?
… forse saranno semplicemente più severi con gli estranei che vorranno visitare l’istituto…".
 

(Nella foto l'ex collegio dei Gesuiti in via Crociferi, dal 1834 al 1968 Ospizio di Beneficenza, dal 1968 al 2009 sede dell'Istituto Statale d'Arte; proprietà della Regione Sicilia, è ora chiuso per restauri)