martedì 22 aprile 2014
Riaperto il tetto della chiesa dell'ex monastero di san Nicola a Catania, una vista superba: lo si gestisca con giudizio
Riaperto il tetto della chiesa dell'ex monastero di san Nicola a Catania, una vista superba: lo si gestisca con giudizio
Dopo circa dieci anni (noi vi salimmo l'ultima volta nel 2005, in seguito è rimasto chiuso per restauri e problemi amministrativi), la direzione Cultura del Comune di Catania, Sindaco Enzo Bianco, il sabato della Pasqua 2014 ha deciso di riaprire quel luogo che ha pomposamente denominato "percorso di gronda della copertura della chiesa di San Nicolò la Rena", ovvero il tempio massimo di ciò che si diceva l'arca sacra, il possente monastero benedettino la cui grandezza, è bene ripeterlo, è seconda in Europa solo al monastero portoghese di Mafra. Quel complesso monastico eretto nel 1558, regnante Filippo II in Sicilia e in Ispagna, alla presenza del Vicerè De la Cerda Duca di Medinaceli, il quale fu sede prestigiosissima del vero potere in Sicilia per secoli e secoli, cioè quello ecclesiastico, innanzi a cui si piegavano, e a volte anche si umiliavano, gli stessi sovrani direttamente e nella persona dei Vicerè, fossero essi Absburgo o Borbone, ha resistito alla colata lavica del 1669 che lo lambì ma non distrusse, e persino al devastante tremuoto del 1693. Quel medesimo complesso che le leggi post-unitarie del 1866 avocarono allo Stato nazionale italiano, dette anche da parte cattolica 'leggi eversive', smembrandolo con la parte monasteriale dedicata a scuole e caserme, il tempio e la biblioteca benedettina, dagli anni '30 Civica e unificata alla collezione del barone Ursino Recupero, all'amministrazione comunale catanese. La chiesa custodisce, fra le altre ricchezze come la meridiana del XIX secolo e l'organo che fu di Del Piano, il Sacrario dei Caduti nelle due guerre mondiali, inaugurato dal Re Vittorio Emanuele III e affrescato da Alessandro Abate.
Sin dal dopoguerra l'accesso al tetto della chiesa fastosissima, immensa, grandiosa e dalla facciata incompiuta dei monaci benedettini cassinesi legati a quelli palermitani (ma da questa parte dell'Isola ben più opulenti e ricchi, perchè ricetto dell'altissima nobiltà cadetta di tutta la Sicilia, munifici nel gestire le risorse idriche a vantaggio proprio e del quartiere circostante, denso delle storie raccontate da De Roberto nei "Vicerè" su le ganze de' monaci e altro...) è stato libero e gratuito: ci racconta chi ha memoria e vigore di studioso, ovvero il noto appassionato di storia sacra nonchè già dirigente regionale professor Antonino Blandini, che i 133 gradini della stretta tromba delle scale che, da una piccola porticina all'interno del tempio, conducono perigliosamente sui tetti e fin sulla cupola, erano totalmente al bujo, al massimo si percorrevano con una candela: e però i monelli dell'epoca non avevano remore a scoprire i luoghi alti, da cui si gode una vista incomparabile a nord dell'Etna, a sud-est dell'intiera cittade e del mare e del porto, sino al capo di Siracusa e oltre.
Abbiamo rifatto il cammino ascoso sino alla vetta del tempio (l'accesso alla cupola, opera unica e superba di colui che ebbe il genio della perfezione e il nome di Stefano Ittar, della seconda metà del Settecento, ancor più precisa della stessa cupola di San Pietro in Roma, continua ad essere inaccessibile ma ci si dice che a breve tornerà alla pubblica fruizione), approfittando dell'apertura pasquale. Che non è sistematica purtroppo, per le note vicende comunali, ma fu occasionale, "passeggiata guidata", l'hanno definita. Si pensa a maggio di ripetere il cammino: in ogni caso, dietro prenotazione telefonica alla direzione della chiesa, retta come il Museo Belliniano dall'attenta cura del dottor Silvano Marino, che è tra i (pochi) funzionari comunali appassionato alle patrie storie, i gruppi possono accedere al tetto ed al panorama: c'è, come un decennio fa, da firmare una manleva per cui, considerate la fatica e i rischi, il Comune si sgrava delle responsabilità per eventuali malori cardiaci di coloro che salgono, e i bimbi sotto i 12 anni devono essere accompagnati dai genitori. Ciò posto, a tali condizioni, salire in uno dei luoghi più belli, e misconosciuti dagli stessi catanesi, si può e si deve.
Pare che l'Associazione che cura le visite guidate all'ex monastero benedettino, come è noto sede dagli anni '90 delle Facoltà umanistiche dell'Università etnea che ne acquisì la proprietà e lo restaurò con l'ìntervento di Giancarlo De Carlo durante la presidenza di quell'illustre storico che è Giuseppe Giarrizzo, ovvero Officine Culturali, sia interessata ad assumerne la gestione e quindi permettere l'accesso non occasionale ma organizzato. Il che crediamo sia positivo: a patto che, in tempi di difficoltà economiche per tutti, siano salvaguardati quelli che un tempo in linguaggio sindacale (ma quando i sindacati erano una cosa seria, con Di Vittorio, Giulio Pastore e Lama, non certo oggi!) erano detti i diritti acquisiti. In altre parole, come succede per un bene principalmente di proprietà dei Catanesi (e proprio perchè molti di loro non lo conoscono sarebbe il caso di fare tale deroga, se si vuole aggiungendo la cittadinanza di Palermo, al cui nucleo cassinese di San Martino delle Scale erano collegati i monaci, veri autori e proprietari, ieri come oggi, di cotale bellezza...), escludere dal pagamento di un eventuale biglietto -oggi l'ingresso gestito dal Comune è gratuito- i catanesi in quanto residenti e de facto "custodi" di questo bene dell'Umanità come il tempio di San Nicolò la Rena, che è di proprietà del Comune, come la splendida Biblioteca Civica: e aggiungere all'esenzione, come avviene già per i monumenti e luoghi gestiti dalla Regione Siciliana in virtù di apposita circolare assessoriale del 2000 nonchè della disposizione dirigenziale del 2008 che adegua alle normative nazionali, ribadita nel 2012, i rappresentanti della stampa. Sono piccoli segnali, ma se l'amministrazione comunale di Catania, come può anche essere utile, da in gestione un bene pubblico ad una associazione privata che ha già delle benemerenze, è a parer nostro obbligato a delle garanzie verso i cittadini in primis e le altre categorie a seguire. Del resto anche l'attraversamento dello stretto di Messina prevede un consistente "sconto" nel biglietto per i messinesi ed i reggini, nè potrebbe essere diversamente: considerata però la difficoltà di accesso al tetto della chiesa dell'ex monastero qui è il caso di esentare dal pagamento di un eventuale biglietto i volenterosi catanesi residenti che hanno l'ardire di salir su (le persone anziane sono per ovvie ragioni escluse), qualora si decidesse di fare gestire codesto bene a dei privati, come si ipotizza. Oppure si mantenga da parte del Comune l'ingresso gratuito ma si apportino importanti migliorie.
Infatti per quanto bellissima la vista, essendo nel vero cuore della città etnea, dell' "Etna e il mare, i miei due grandi amici", come scriveva Mario Rapisardi in un suo celebre verso, dal tetto della chiesa, necessario anzi indispensabile appare migliorare l'illuminazione delle due trombe di scale di accesso e di discesa (perchè da una scala a chiocciola gemella si discende dopo aver attraversato il tetto): gli scalini già di per sè ripidi sono molto, molto malamente illuminati da brutti e bassi faretti risalenti approssimativamente agli anni '80 (glissiamo sui fili elettrici a vista, oggi fuori norma), e il passamano a cui è indispensabile appoggiarsi per inerpicarsi, è assente in prossimità delle frequenti finestre d'aria che sono nel percorso, con il rischio, in offuscamento della vista dallo sfolgorante sole verso il tragitto di ritorno, di cadute pericolose (dalle cui responsabilità però, come dicemmo prima per il documento che si firma previa salita, il Comune è escluso). Se si adottano tali migliorie con una illuminazione molto adeguata, oggi possibile a costi bassi, e si completa il passamano nei tratti dove manca (nelle finestre areatorie della scala esso è pericolosamente assente...), sia la salita che la discesa verso il pinnacolo di quel tempio impressionante per la sua maestosità incompiuta, saranno sicure e affidabili come adesso sono in parte. E se negli anni passati si poteva passar sopra a certe carenze, adesso non si può più, nè si devono tacere.
Quanto era Abate del monastero benedettino, ricchissimo e possente, quel sant'uomo che fu Giuseppe Benedetto Dusmet, poi Beato e detto "padre dei Poveri", Arcivescovo di Catania lui panormita, da ultima autorità religiosa lasciò il complesso alle subentranti italiane, nel 1867: aveva già veduto la rossa camicia di Giuseppe Garibaldi entrarvi, nel 1862, al grido di "Roma o morte!"... ; il barbuto condottiero, salito sulla cupola di Ittar e fin sul lucernario di essa, quella cupola che il nostro poeta Domenico Tempio dice essere "na magna cubùla, na cassàta" che non ha eguali, aspettava le navi per traghettare in continente, e dal punto più alto del tempio le accolse "con lo sguardo appassionato di un amante", scrive nelle sue memorie. Il cuore del mangiapreti era appagato, proprio in cima ad un monastero di Santa Chiesa... ma Garibaldi non era ateo, questo sia chiaro: fu il "caudillo", si può dire il fondatore moderno, della Massoneria italiana, che notoriamente nella sua concezione filosofica, ha alla base un Essere Supremo. E però, il tetto della chiesa e la cupola di "Santa Nicola", come dicono i catanesi, stregò anche lui.
Sia posto a disposizione della repubblica letteraria e del popolo, codesto bene: con giudizio, e non "a còmu finìsci si cunta", per dirla nella nostra bella lingua siciliana.
Francesco Giordano
Nota: le immagini a corredo sono state scattate da noi, il 19 aprile 2014.
Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/04/catania-riaperto-il-tetto-dellex-monastero-di-san-nicola/
lunedì 24 marzo 2014
Sul Liotru, una mostra all'Art Gallery di Catania e il quadro di Maria Tripoli
Sul Liotru, una mostra all'Art Gallery di Catania e il quadro di Maria Tripoli
Siamo stati alla mostra tematica "U Liotru, la leggenda di Eliodoro", inaugurata all'Art Gallery di Catania (via Galatioto 21) il 22 marzo, la quale ha seguito il filo tutto catinense, della storia del simbolo civico a cui -per chi conosce la narrativa patria- è indissolubilmente legata la figura del maguseo ario Eliodoro, che si tramanda facea sortilegi con l'elefante lavico ubicato da millenni in piazza del Duomo, e poi martirizzato nel 778 con trionfo del Cattolicismo più esasperato, ad opera del Vescovo etneo Leone detto "il taumaturgo". L'Illuminismo del secolo XVIII per opera di un geniale ingegno, il quale forse per compensare la crudeltà del predecessore in senso catartico, fu pure sacerdote, ovvero Giovanbattista Vaccarini, creò ispirandosi alla Minerva romana, l'artistica fontana che dal 1736 ingloba il vetustissimo monumento nella cruciale platea magna, ove ad Oriente -e ad Oriente guarda l'elefante catanese con la proboscide eretta e gli occhi di un marmo agghiacciante- è il tempio sacrato di Agata, la tutta pura e protomartire.
Ci occupammo diverse volte in illo tempore (ultima su Lo Spettatore, giugno 2005 in un breve saggio), della figura di Eliodoro e dell'elefante: l'idea originale (il gallerista messinese Luigi Sciacca l'ha propugnata, Ninni Fodale sapientemente coordinò la serata), l'ambiente elegante e gli incontri inevitabili fra coloro che manucano il medesimo pan del sapere... non potevamo mancare alla esposizione degli oltre 50 artisti, tutti più o meno noti alla memoria di chi vagola nel mondo dell'Arte. Soprattutto per l'invito di una di essi, per noi assai rappresentativa, ovvero Maria Tripoli. Qui solo poche notarelle sul suo quadro.
Il quale ci fece venire in mente da subito Bachofen, che nel suo libro "Storia del matriarcato" così afferma: "Dove la religione si trae da una contemplazione della Natura, essa è necessariamente anche una verità della vita e il suo contenuto è in pari tempo storia del genere umano". Osservando i due elefanti, il femminile che delicatamente appoggia la zampa sul capo del maschile, nonchè la sirena che crea dal rosso della lava-sangue il bianco latte della neve eterna, non abbiamo poturto prescindere, nella lettura del quadro dell'artista in questione, dalla assolutizzazione di un tema di per sè locale. E' proprio l'abilità inconscia del vettore, o della medium in codesto caso, che ne fa un poliforme anelito delle essenze ancestrali che in ognuno di noi vagolano. Il Liotru, correzione in lingua siciliana del nome di Eliodoro (come l'elefante lavico, di fattura più che bimillenaria, è appellato dal popolo catanese) assurge non solo a valore talismanico universale, ma quasi si defila, per rappresentare quella femminilità inscindibile dal carattere civico, che è stata senza dubbio veruno la forza della comunità catanese e la sua grandezza nei momenti peggiori, in particolare dopo il funestissimo tremuoto del 1693. E ancor oggi solo il pennello di una donna di rarissima finezza d'animo, nata appié del vulcano, poteva coglierne le impalpabili sfumature. Che miscelano la nostra tradizione con il Ganesha dell'India, la saggezza del naturistico e pacifico animale con la Balad el fil de' mussulmani di Sicilia del X secolo (così Edrisi appella Catania nel suo Kitàb dedicato al gran Ruggero); Eliodoro il saggio, nel cui sangue ebraico fu la scintilla della bellerofontea femminilità, rivive e risorge nell'aspetto androgìneo che gli diede la tela di Maria Tripoli, onde -con gli altri quadri che formano un prisma assolutamente accattivante nella mostra di Art Gallery- non già celebrare, ma compiacersi dell'essenza, più che del contenuto, vanìto e malfermo ultimamente e però non silente. Laddove l'athanòr, come in tal contesto, riprende il volto della Natura, nel fuoco dell'eternità.
F.Gio
Nota: negli scatti, nostri, Maria Tripoli e il suo quadro
martedì 4 febbraio 2014
Catania e la Sicilia riabbracciano Agata, la Santa in giro fra il popolo il 4 e 5 febbraio
Catania e la Sicilia riabbracciano Agata, la Santa in giro fra il popolo il 4 e 5 febbraio
LE ORIGINI DI UN CULTO CHE AFFONDA LE SUE RADICI IN UN PASSATO LONTANISSIMO
Il giorno tanto atteso, in cui come ogni anno, i catanesi e tutti i siciliani devoti riabbracceranno le reliquie miracolose di Sant’Agata, la protomartire venerata in tutto il mondo per essere stata fra le più elette anime della novella religione del Messia Gesù, ad immolarsi per preservare il voto di verginità che un bieco figuro voleva violare, è giunto. La mattina del 4 febbraio usciranno dalla “cammaredda” del Duomo entro il busto reliquiario del XIV secolo, mirabile opera dell’argentiere Archifel, e la Santa in corpore e in spirito, dalla Chiesa che la custodisce, verrà consegnata ai cittadini di Catania e del mondo cristiano, per il cosiddetto “giro esterno”, che in realtà è il più importante e il clou della festa.
Qui teniamo da catanesi, a ribadire ad onta delle disinformazioni che sorgono ogni anno, che la terza festa più importante della Cristianità mondiale, ovvero quella di Sant’Agata, che richiama nella città dell’elefante migliaia e migliaia di siciliani, italiani e stranieri, in encomiabile ritrovo di commerci e festività allegre, che il vero giorno delle celebrazioni più sentite è il quattro, sia perchè fu quella sera che la Protomartire subì la morte, nell’anno 251, sia perchè è la giornata in cui essa vive carnalmente più a contatto con il popolo, stando fuori per oltre 24 ore e rientrando in Duomo la mattina del 5. L’uscita del 5 febbraio, la salita per via Etnea, i fuochi e il rientro probabilmente, come avviene negli ultimi anni, la mattina del 6, sono solamente scenografie utili e belle, ma per i turisti.
La festa agatina dei Siciliani, dei catanesi, è il quattro: specie quando lei, la Vergine bella, unica nelle sue arti magiche (non sia creduto inopportuno tale termine, diremo subito il perchè) di protezione e di talismano civico, gira per la via del Plebiscito, ovvero il vero cuore pulsante della città di Catania. La via che abbraccia come in un cerchio tutti i quartieri storici e antichi ove vive la gente vera, non inquinata come molti affermano, dal letamaio della corruzione dell’anima, devota in modo estremo a volte e però pienamente cosciente, oltre le vicende tristi del quotidiano, che se salvezza può esservi, essa proviene dalla Luce dell’Altissimo, di cui la Buona (il significato del nome Agata, dal greco) è sacerdotessa.
Non si può qui non rammentare che, se è antichissima e sempre sentita dai cittadini di tutta la Sicilia (nel XVII secolo una annosa disputa voleva contendere i natali di Agata da Catania a Palermo, tanto era importante il suo culto, e molto legati le sono anche i panormiti, così anche i maltesi: e però, se è vero che la documentazione degli Atti vetusti danno incontrovertibilmente per città natale Catania, è anche indubitabile che conta più della nascita, il luogo del martirio, che è appiè dell’elefante; inoltre che il culto agatino sia universalmente siciliano, è manifesto da tutta la liturgia della Chiesa sin dal IV secolo, financo Roma la modellò su quella qui esemplata) la devozione per Sant’Agata, essa ha la radice storicamente ineludibile nelle feste in onore della Dea Iside, che particolarmente nella Sicilia orientale erano diffuse sin dal III secolo avanti Cristo, precisamente dopo lo sposalizio del basileus Agatocle di Siracusa con la principessaa egiziana Teossena, che promosse il culto della Magna Mater della terra d’Oriente qui da noi.
E che analogie non già, ma esatte copie del “navigium Isidis” fossero le feste agatine sino al XVII secolo, ce lo testimoniano sia i documenti che i fatti; in ogni caso basti rileggere le Metamorfosi di Apulejo laddove lo scrittore descrive i culti isiaci, per ritrovare gran parte della festa agatina, nella sua vitalità popolare e polisemica. Anche gli studiosi religiosi del XX secolo, fra cui il massimo esperto Mons.Santo D’Arrigo, hanno riconosciuto la radice isiaca del culto di Agata, che nulla toglie alla pia devozione della donna integerrima e dalla verginità immacolata -Agata subì il martirio fra i 18 e 20 anni, pienamente incardinata nel regolare verginato religioso del primo Cristianesimo, oggi si sarebbe detta una Suora, o meglio una Diaconessa- avvolta nel Velo sacro, che ancora oggi fa parte del corredo delle reliquie e la raffigura nel primo esempio iconografico ricordato, il mosaico di Sant’Apollinare di Ravenna, del 550. Mentre il volto a noi tutti caro del busto attuale altro non è che il calco del viso della Regina di Sicilia Eleonora d’aragona, moglie del grande Re patrio Federico III, la cui tomba (XIV secolo) è pure nel Duomo catanese.
Nella prima “liturgia catanese” dopo il ritorno delle reliquie dalla cattività costantinopolitana, nel 1126, si legge: “Tu gloria di Trinacria, tu letizia della città di Catania, tu onore dei tuoi concittadini! Esulta o Catania per il nuovo avvento di Agata…La Sicilia tu difendi, o rosa stimatissima, e proprio la tua patria Catania tanto nobile”. Regnava a quel tempo Ruggero II, l’illuminato normanno fondatore col padre del Regno di Sicilia, da cui bisognerebbe prendere ancor oggi ispirazione. E così come Agata ha salvato Catania da lave e terremoti, e ispirato la Sicilia nelle rivoluzioni nazionaliste (“Sant’Agata e l’indipendenza della Sicilia, viva!” fu codesto il grido dei rivoluzionari che nell’estate del 1837 innalzavano sul pinnacolo del Duomo il vessillo giallo e rosso con la triscele, nell’insurrezione sanguinosamente repressa dai Borboni…), così possa in questi giorni di tribolazione salvare i Siciliani tutti, e i suoi figli più vicini di Catania, dalle difficoltà: lei che ha la predilezione per gli umili e i bisognosi, per i malati, per coloro che sono ristretti in cattività (come ha scritto un poeta coevo, Onarfe Dagoro, “spoglia dell’oro, fanciulla dei poveri, sei degli ultimi la finale speranza”), sia nel suo ritorno tra la gente prodiga di attenzioni.
Molte lacrime, silenti e vistose, si spargono ultimamente alla vista e al passaggio del fercolo argenteo della Santa: sono le lacrime di chi non ha più nulla, ma non ha cessato di credere: o che vuole credere, anche contro ogni evidenza. Per tutti, con i versi del noto Inno (le cui parole sono del camporotondese naturalizzato catanese Antonio Corsaro, Sacerdote illuminato e di libero pensiero, intellettuale finissimo amico di Pasolini, Pound e Ungaretti: insegnò letteratura francese a Palermo, è morto nel 1995) che si canta per le strade, ella è colei che “splende in Paradiso, coronata di vittoria… o Sant’Agata, la gloria, per noi prega, prega di lassu!”.
(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/02/catania-e-la-sicilia-riabbracciano-agata-la-santa-in-giro-fra-il-popolo-il-4-e-5-febbraio/)
Le prime due istantanee sono state scattate dall'autore del blog la mattina del 4 nel 'piano della Statua', l'ultima nel pomeriggio in via del Plebiscito, a Catania...
Qui teniamo da catanesi, a ribadire ad onta delle disinformazioni che sorgono ogni anno, che la terza festa più importante della Cristianità mondiale, ovvero quella di Sant’Agata, che richiama nella città dell’elefante migliaia e migliaia di siciliani, italiani e stranieri, in encomiabile ritrovo di commerci e festività allegre, che il vero giorno delle celebrazioni più sentite è il quattro, sia perchè fu quella sera che la Protomartire subì la morte, nell’anno 251, sia perchè è la giornata in cui essa vive carnalmente più a contatto con il popolo, stando fuori per oltre 24 ore e rientrando in Duomo la mattina del 5. L’uscita del 5 febbraio, la salita per via Etnea, i fuochi e il rientro probabilmente, come avviene negli ultimi anni, la mattina del 6, sono solamente scenografie utili e belle, ma per i turisti.
La festa agatina dei Siciliani, dei catanesi, è il quattro: specie quando lei, la Vergine bella, unica nelle sue arti magiche (non sia creduto inopportuno tale termine, diremo subito il perchè) di protezione e di talismano civico, gira per la via del Plebiscito, ovvero il vero cuore pulsante della città di Catania. La via che abbraccia come in un cerchio tutti i quartieri storici e antichi ove vive la gente vera, non inquinata come molti affermano, dal letamaio della corruzione dell’anima, devota in modo estremo a volte e però pienamente cosciente, oltre le vicende tristi del quotidiano, che se salvezza può esservi, essa proviene dalla Luce dell’Altissimo, di cui la Buona (il significato del nome Agata, dal greco) è sacerdotessa.
Non si può qui non rammentare che, se è antichissima e sempre sentita dai cittadini di tutta la Sicilia (nel XVII secolo una annosa disputa voleva contendere i natali di Agata da Catania a Palermo, tanto era importante il suo culto, e molto legati le sono anche i panormiti, così anche i maltesi: e però, se è vero che la documentazione degli Atti vetusti danno incontrovertibilmente per città natale Catania, è anche indubitabile che conta più della nascita, il luogo del martirio, che è appiè dell’elefante; inoltre che il culto agatino sia universalmente siciliano, è manifesto da tutta la liturgia della Chiesa sin dal IV secolo, financo Roma la modellò su quella qui esemplata) la devozione per Sant’Agata, essa ha la radice storicamente ineludibile nelle feste in onore della Dea Iside, che particolarmente nella Sicilia orientale erano diffuse sin dal III secolo avanti Cristo, precisamente dopo lo sposalizio del basileus Agatocle di Siracusa con la principessaa egiziana Teossena, che promosse il culto della Magna Mater della terra d’Oriente qui da noi.
E che analogie non già, ma esatte copie del “navigium Isidis” fossero le feste agatine sino al XVII secolo, ce lo testimoniano sia i documenti che i fatti; in ogni caso basti rileggere le Metamorfosi di Apulejo laddove lo scrittore descrive i culti isiaci, per ritrovare gran parte della festa agatina, nella sua vitalità popolare e polisemica. Anche gli studiosi religiosi del XX secolo, fra cui il massimo esperto Mons.Santo D’Arrigo, hanno riconosciuto la radice isiaca del culto di Agata, che nulla toglie alla pia devozione della donna integerrima e dalla verginità immacolata -Agata subì il martirio fra i 18 e 20 anni, pienamente incardinata nel regolare verginato religioso del primo Cristianesimo, oggi si sarebbe detta una Suora, o meglio una Diaconessa- avvolta nel Velo sacro, che ancora oggi fa parte del corredo delle reliquie e la raffigura nel primo esempio iconografico ricordato, il mosaico di Sant’Apollinare di Ravenna, del 550. Mentre il volto a noi tutti caro del busto attuale altro non è che il calco del viso della Regina di Sicilia Eleonora d’aragona, moglie del grande Re patrio Federico III, la cui tomba (XIV secolo) è pure nel Duomo catanese.
Nella prima “liturgia catanese” dopo il ritorno delle reliquie dalla cattività costantinopolitana, nel 1126, si legge: “Tu gloria di Trinacria, tu letizia della città di Catania, tu onore dei tuoi concittadini! Esulta o Catania per il nuovo avvento di Agata…La Sicilia tu difendi, o rosa stimatissima, e proprio la tua patria Catania tanto nobile”. Regnava a quel tempo Ruggero II, l’illuminato normanno fondatore col padre del Regno di Sicilia, da cui bisognerebbe prendere ancor oggi ispirazione. E così come Agata ha salvato Catania da lave e terremoti, e ispirato la Sicilia nelle rivoluzioni nazionaliste (“Sant’Agata e l’indipendenza della Sicilia, viva!” fu codesto il grido dei rivoluzionari che nell’estate del 1837 innalzavano sul pinnacolo del Duomo il vessillo giallo e rosso con la triscele, nell’insurrezione sanguinosamente repressa dai Borboni…), così possa in questi giorni di tribolazione salvare i Siciliani tutti, e i suoi figli più vicini di Catania, dalle difficoltà: lei che ha la predilezione per gli umili e i bisognosi, per i malati, per coloro che sono ristretti in cattività (come ha scritto un poeta coevo, Onarfe Dagoro, “spoglia dell’oro, fanciulla dei poveri, sei degli ultimi la finale speranza”), sia nel suo ritorno tra la gente prodiga di attenzioni.
Molte lacrime, silenti e vistose, si spargono ultimamente alla vista e al passaggio del fercolo argenteo della Santa: sono le lacrime di chi non ha più nulla, ma non ha cessato di credere: o che vuole credere, anche contro ogni evidenza. Per tutti, con i versi del noto Inno (le cui parole sono del camporotondese naturalizzato catanese Antonio Corsaro, Sacerdote illuminato e di libero pensiero, intellettuale finissimo amico di Pasolini, Pound e Ungaretti: insegnò letteratura francese a Palermo, è morto nel 1995) che si canta per le strade, ella è colei che “splende in Paradiso, coronata di vittoria… o Sant’Agata, la gloria, per noi prega, prega di lassu!”.
(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/02/catania-e-la-sicilia-riabbracciano-agata-la-santa-in-giro-fra-il-popolo-il-4-e-5-febbraio/)
Le prime due istantanee sono state scattate dall'autore del blog la mattina del 4 nel 'piano della Statua', l'ultima nel pomeriggio in via del Plebiscito, a Catania...
martedì 21 gennaio 2014
Tradizione ebraica e identità siciliana nel Purim di Siracusa celebrato nella Sinagoga aretusea
Tradizione ebraica e identità siciliana nel Purim di Siracusa celebrato nella Sinagoga aretusea
21 gen 2014, di Francesco GiordanoUna bella e intensa cerimonia religiosa e culturale si è svolta il 19 gennaio, 5774 del calendario ebraico, nella Sinagoga di Siracusa, per celebrare il Purim, ovvero la festa delle Sorti. Chiunque conosca la Bibbia non di nome ed abbia letto il libro di Ester, considerato fra i canonici sia nella tradizione davidica che in quella cristiana, apprende la storia documentata e fondata della Regina Ester che salva il popolo di Israele, a rischio di essere sterminato per l’invidia del malvagio Aman, dalle truppe del sovrano di Persia: e come per questo Ester fu strumento di Dio. La ricorrenza è particolarmente sentita in tutto il mondo ebraico.
Anche in Sicilia, segnatamente a Siracusa dove dal 2008, dopo oltre 500 anni dalla malaugurata espulsione dei figli di Giuda dalla nostra isola a seguito dell’editto di Granada (1492), è sorta la Sinagoga, per forte e appassionata volontà di un uomo mite ed energico, che le generazioni presenti e future hanno e ricorderanno come l’architetto della ricostruzione del Tempio del Supremo in terra di Trinacria: il Rabbino prof. Stefano Di Mauro, tornato in Sicilia dopo cinquant’anni di vita vissuta a New York, medico e nella città statunitense capo rabbino della Sinagoga B’nei Isaac, oggi capo Rabbino di Sicilia.
Abbiamo avuto l’onore di essere invitati alla suggestiva e partecipata cerimonia, nei locali ricostruiti dal Rabbino, in via Italia a Siracusa. Nella memoria, echi dell’atto unico che un filosofo meridionale e libero pensatore, Giovanni Bovio, vergava nel XIX secolo, il dramma “Cristo alla festa di Purim”; eravamo consci della importanza dell’evento, ma ci ha colpito la valenza fraterna, autentica, di ricerca storica e polisemica e pluralista del Purim siracusano. Come è stato spiegato nel corso della festa, prima della lettura della meghillà -serbata in un rotolo-, ovvero la storia della salvezza, la genesi del Purim siculo fu in auge dopo la diaspora, allorchè la particolare ricorrenza veniva celebrata dagli ebrei rifugiatisi a Salonicco e Giannina, in terra ottomana; e se valenti studiosi all’inizio del XX secolo hanno riconosciuto la importanza della meghillà siracusana nella ricerca filologica del Purim siculo-ebraico, è altresì merito del Rav Di Mauro e della Comunità tutta (lode agli attenti collaboratori del Rav, a iniziare dal giovane Gabriele Spagna), aver riportato a’ fasti dei secoli passati la lettura della storia in cui un traditore convertito, cerca invano di mettersi in luce col sovrano a Siracusa ai danni del suoi popolo: però l’inganno viene scoperto e lui doverosamente punito. Il nome di costui è esecrato attraverso dei suoni sincroni provocati da particolari strumenti che agitammo, a mo’ di segnacolo esecrabile. Tale segno non è lontano da altri che in alcune cerimonie documentano passaggi sacri di iniziazioni e rinascite.
Il Purim di Siracusa del 2014, festeggiato dal 2011, oltre alla numerosa comunità ebraica intervenuta in sinagoga, ha veduto il riconoscimento del Comune aretuseo, con l’Assessore Giansiracusa che in tale sede ha portato l’impegno dell’amministrazione nel voler rendere disponibile apposito terreno per la costruzione di una nuova Sinagoga: sottolineando altresì che, se in Comune si discute per la realizzazione di una Moschea, a maggior ragione gli Ebrei di Sicilia, da duemila anni legati alla terra dalle tre punte, han diritto al riconoscimento pubblico. Intervennero pure rappresentanti degli Evangelisti e dei Cavalieri di Pitia, e il neurologo professor Vecchio precisò l’importanza del perseguimento della Pace universale, contro ogni fanatismo da qualunque parte provenga. Ciò che colpisce e meraviglia, a noi fautori di internazionalismo nonchè di sicilianismo, non è tanto l’aver udito tante lingue invocanti una sola sacralità, l’ebraico, il greco di Ioannina magistralmente letto in una lirica dall’appositamente intervenuto professor Guzzetta dell’Università di Catania, ma è anche la realtà incontrovertibile che per gli ebrei della Sinagoga siracusana la cultura e la lingua siciliana sono patrimonio della loro stirpe e contestualmente comune a tutti i popoli dell’Isola del Sole.
Quando il Rabbino Di Mauro ha rammentato che nel 1400 gli Ebrei siciliani parlavano, e scrivevano, la lingua sicula, oggi sovente e erroneamente declassata a dialetto, e i partecipanti intonavano con intensità “Vitti na crozza” e “la Pampina di l’aliva” nonchè la storia del Purim letta in siciliano moderno, noi pensavamo che tutti a quel tempo, dal Re all’ultimo scrivano, usavano il siciliano nei documenti diplomatici (persino la cancelleria vaticana rispondeva in siculo ai Vicerè), nonchè riflettevamo su quanta ignoranza v’è nella storiografia ufficiale, cristiana o laica che dir si voglia e maggioritaria, delle identità siciliane, le quali codesta piccola ma coesa e integrata comunità fa proprie, esalta e valorizza. Per queste ed altre importanti ragioni, non ultimo il fatto che la Sinagoga e il centro Sefardico Siciliano di Siracusa organizzano corsi di lingua e cultura ebraica (siti:centrosefardicosiciliano, e Sicilia ebraica), non si può che rendere grazie all’altissimo Adonai, che ha permesso alle luci della menorah di risplendere, come fu sin da ere primeve, in terra di Sicilia, dopo secoli di oblio. Non dimentichiamo che i sovrani Normanni furono maestri di tolleranza dopo la riconquista, e quando, per l’economia -come da noi ricordato nel volume “Progetto Sicilia”- si verificava l’espulsione degli ebrei dall’isola, la circolazione monetaria ed i commerci ebbero una contrazione vistosa e difficilmente rimediabile.
“Muoviti, favella, a raccontare e prodigi a professare: i Siciliani a ridestare; con vino falli ubriacare! Mangiate e bevete Siciliani! Che ciascuno faccia festa! Meraviglie fa il Dio nostro, Con gli Yehudim le compie… Gloria grande al Dio Signore che ai Giudei ha fatto grazia! Che ci invii Elia il profeta per il giorno Grande e Terribile”: con queste parole e il rituale Shalom, suggellato dai gustosi dolciumi che il banchetto finale del Purim non fa mai mancare, si compì una festa non solo ebraica, ma di tutti i siciliani, specie del popolo, dei poveri, come nella tradizione biblica si tramanda, laddove cadono dal trono i potenti e si esaltano gli umili. Tutti i buoni e i giusti, in libertà eguaglianza e fratellanza, sanno e condividono. Nella Luce.
(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/01/tradizione-ebraica-e-identita-siciliana-nel-purim-di-siracusa-celebrato-nella-sinagoga-aretusea/)
giovedì 9 gennaio 2014
"Conosci te stesso": interessante convegno al castello Leucatia di Catania
"Conosci te stesso": interessante convegno al castello Leucatia di Catania
Un interessante e articolato convegno, sul tema sacro del "Conosci te stesso", si è tenuto il giorno 8 gennaio nei locali del cosiddetto castello di Leucatia, sede del centro culturale comunale intitolato a Rosario Livatino e della circoscrizione di quartiere Canalicchio di Catania; lo han curato le associazioni "Vita Nova" di Giarre, "Diritto Umano" di Catania e "Accademia Templare" di Messina, i cui responsabili hanno dato l'avvio ai lavori. Colpì la partecipazione massiccia del folto pubblico, evidentemente interessato ad apprendere ciò che mente occhio e parola possono solo segnalare, e che la ricerca interiore può sceverare se si è degni.
Le relazioni dei partecipanti, dallo psichiatra Carmelo Zaffora che intrattenne sulla Kabbala ebraica, al prof.Rosario Leonardi che approfondì proprio il tema del "Nosce te ipsum", dal prof. Palumbo che affrontò nella sua veste universitaria un argomento poco propenso a farsi gestire da' canoni della ricerca tradizionale e post umanistica; dalla dottoressa Cimino che vòlle riferire sul tema della iniziazione femminile, così fervido di intramontabilità, al dott. Giuseppe Barresi che tracciò esaurientemente la ricerca iniziatica nella via massonica, furono densi di contenuto e luminosi di significati; il coordinamento fu affidato all'avvocato Matteo Licari e, tra le introduzioni, quella di Camillo Barbagallo presidente dell'associazione Vita Nova di Giarre. Il celebre motto scolpito sul frontone del tempio di Delfi oltre duemilacinquecento anni fa, è invito alla ricerca interiore, psicanaliticamente all'autoanalisi, socraticamente al confronto quindi al dialogo. Solo attraverso di esso si può giungere, per gradi, alla rivelazione. Non a tutti è aperto il passaggio, ma a ciascuno è dato di tentare.
Concluse tra coloro che vòllero apportare il proprio contributo, il Rabbino capo di Sicilia prof.Stefano Di Mauro, appositamente giunto da Siracusa ove ha sede la Sinagoga, ricordando che la via iniziatica è insita nella ricerca biblica, di cui l'ebraismo custodisce parte luminosa ed essenziale, e nondimeno è nel confronto e nell'armonia filosofica che si deve cercare il fondamento della ricerca ben al di là delle diverse fedi o confessioni religiose: perseguire il cammino che unisce sotto il medesimo sempreverde albero, giammai quello che divide, fonte di profanità e divisioni.
Per noi avvezzi alla Parola perduta, il constatare come molti giovani fossero presenti e partecipi a tale iniziativa didattica ma utile per ulteriori approfondimenti, non può che essere fonte di gioia e fraterna soddisfazione: e se il convegno, come leggemmo in certa stampa poco edotta se non incline all'oscurantismo post medievale che neppure certi sacri palazzi d'oltre Tevere praticano più, per fortuna, sin dai tempi del Precursore venuto dal bergamasco, ebbe pure delle critiche ingenerose e ingiuste, ciò fu segnacolo di come, anche se in maniera ventilata, quelle forze oscure dell'ignoranza, che il sommo Mozart delineò nella figura del nero lussurioso servitore nel Flauto Magico, sono ancora attive e all'opera. Ma sappiamo che la Luce disperderà sempre le tenebre e che l'Armonia tra le colonne, come nel finale di quell'Opera meravigliosa, regnerà perennemente sui mondi.
Lodevole incontro quindi, quali ne siano le fonti ispirative, perchè nel nome della fraternità che è universale, sempre e comunque, se si è intenti alla costruzione nella tolleranza e con cuore puro, oltre i distintivi di appartenenza, ci si ritrova; e, per dirla con le parole di Filone di Alessandria (contemporaneo del Cristo), ebreo filosofo e mistico, nelle "Allegorie delle leggi divine", "se la mente morsa dal piacere, dal serpente di Eva, riuscirà a vedere l'anima con la bellezza della virtù, cioè il serpente di Mosè, per questo mezzo, Dio stesso vivrà; unicamente guardi e conoscerà".
F.Gio
(Nelle immagini, la locandina del convegno, e il Rabbino di Sicilia prof. Di Mauro)
martedì 31 dicembre 2013
lunedì 23 dicembre 2013
Natale 2013: Mario Rapisardi, "In vigilia nativitatis Domini"
*Natale 2013: Mario Rapisardi, "In vigilia nativitatis Domini"
Siamo stati sempre persuasi che il Natale, già Dies Natalis Solis Invicti Mithra e poscia giorno della nascita del Maestro in Israele assurto a Re dell'olimpo Cattolico, sia una festa della Luce. E la Luce è degli ultimi, dei più poveri, in ispirito e materialmente. Vera la frase dell'Unto, che serba il "regnum coelorum" per loro.
Miglior ricordo non può perciò esservi, in codesto blog rapisardiano dalle origini, che celebrare il Vate dell'italica Poesia nel XIX secolo, con una delle sue liriche più incisive, ove l'afflato per gli irredenti è contrapposto all'epa croja della borghesia arricchita, contro cui sempre il Rapisardi si scagliò in modo veemente e sferzante. L'attualità del quadro della lirica che segue è evidentissima ancor oggi, nel XXI secolo, pur essendo stata pubblicata nella raccolta 'sociale' "Giustizia" nel 1883.
Laus tibi, Mario. La tua voce e la tua Luce ancora risplende, "sotto a' firmamenti, eterna". Anche nel Natale.
* L'istantanea è del 1911: Mario Rapisardi è nella terrazza della casa di via Etnea alta, presso il roseto.
In vigilia nativatis Domini
Essi son là, seduti in giro al verde
Tappeto; in man le carte
Ha Crispo, il baro gentiluom che perde
Il primo giorno ad arte.
Di contro a lui Mena sbuffante e rosso
Squadra la faccia arcigna;
L’audace seduttor Celio a ridosso
Fuma l’avana, e ghigna.
Fonde Miron la facultà sua nova,
E con gentil contegno
I baffi arriccia, e dà publica prova
Che del suo stato è degno.
La nuova sposa intanto a un nuovo damo
Uccella, e cauta il piglia
Al cubàttolo, e aggiunge qualche ramo
A l’alber di famiglia.
Sgrana Clodio il cisposo occhio, ed ammicca
Al sozio, chè con frasche
Accorte fra di lor Livio si ficca
Visitator di tasche.
Nè Fulvio manca il nobile bardassa
Dal medicato crine,
Che l’oro vinto rastellando ammassa
Con le rosee manine;
Mentre il rubesto Lio, mèsso a le strette
Per angustia del loco,
Gli si cuce a le groppe ritondette,
Pensando a un altro gioco.
Qui il baronetto da l’ambigua razza
Pallido ride e scocca
Arguzie, ed a supplir quel che biscazza
Altr’oro a Taide scrocca.
Bieco troneggia a canto a lui maestro
Sosia, l’ingentilito
Sensal, che perde men, benchè mal destro,
Di quanto ha il dì rapito.
Là il vecchio Grifio da la spelacchiata
Zucca ritinta e da la
Barba verdastra la sua posta guata,
E se perde s’ammala.
E intorno intorno, sporgendo il sembiante
Ebete, la moneta
Trepido gitta e mormora il galante
Armento analfabeta.
Nè perchè per le folte sale prave
Stagnino l’aure, e i lumi
Rossi usurpino l’aria ultima, grave
Di rei flati e di fumi,
O per la notte in nero agguato a l’uscio
Sotto il nevoso azzurro
Li abbranchi, ad onta del velloso guscio,
Il frigido cimurro,
Men protraggono il ludo arduo. Non vide
La Patria, è ver, nei suoi
Trionfi e ne le sue fortune infide
Questa matta d’eroi;
Non però de la Patria essa è men degna,
Men generosa e forte,
Se in altri campi e sotto ad altra insegna
Sa dispregiar la morte.
Oh viva! E tu fra tanto a la gentile
Ammassa oro, e con epa
Digiuna su’l piccone e su’l badile,
Sozza canaglia, crepa.
O, se l’ora notturna ozio concede
A le tue membra fiacche,
Corri a mugghiar del vecchio nume al piede
Le tue preci vigliacche.
Ma non più, ma non più nascer vedrai
Su’l consueto strame
Il novo Dio: troppo ha sofferto omai
Dal freddo e da la fame;
Troppo del Fariseo tristo il flagello
Esercitò le prone
Spalle. Ei rinasce: il mansueto agnello
Tramutasi in leone;
E rugge e lascia il nero antro. I palagi
Tremano a’ suoi ruggiti,
E quei che nuotan fra delizie ed agi
Guatansi inorriditi;
Guatansi. Da le rie mani a costoro
Cadono le segnate
Carte; le granfie gittano su l’oro...
Qui, qui da le sudate
Officine, da’ campi a voi fecondi
Di triboli e di fame,
Larghi d’ozj e d’amori inverecondi
A l’aureo vulgo infame;
Dal famelico mar, da’ covi in cui
Co’ figli e la consorte
Marcite, da le grotte ove ad altrui
Scavate oro, a voi morte,
Qui, qui irrompete, o tristi greggie umane,
O vecchi, o spose, o madri,
O bimbi senza vesti e senza pane,
Ai ladri, ai ladri, ai ladri!
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